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Casa mia è un finestrino da cui scorre la pianura

Meno esotici dei fuorisede attendati davanti alle università, i pendolari conoscono a memoria gli orari degli autobus che ogni sera li riporteranno nella pianura scura e soffocante. Non c’è modo più frustrante di non vivere la città che pagare un affitto abbordabile in provincia, essere giovani con una consapevolezza: io qui non appartengo

Hanno tende, e lenzuola che strillano slogan. Dicono che settecento euro per una stanza è capitalismo cavasangue. Nei reel su Instagram parlano di diritto allo studio, debiti, crisi abitativa. Ai Tg spediscono i più svegli tra loro a chiedere tavoli di confronto, a fare appelli al sindaco. Universitari attendati che attendono, come se Milano, la Lombardia, l’Italia dovessero loro qualcosa solo per il fatto di essere giovani. Si lamentassero di meno, troverebbero un modo per arrangiarsi. Come me.

La mia stanza a Milano costa cento euro al mese, spese incluse. Niente contratti in nero, niente camere pollaio. Vieni, vieni, ti faccio vedere. Attenzione ai gradini. Eccoci, lui è Maurizio, il proprietario. Passa il giorno con gli auricolari e vorrebbe affittare solo a caucasici. La melanina tira fuori il suo lato meloninano. Indossa solo camicie azzurre e usa la parola nigher un po’ troppo, ma dicono sia un brav’uomo, un gran lavoratore.

Come vedi è una casa luminosa, costruita attorno a un unico, lungo corridoio. Questa è la stanza di Beatriz. Beatriz è boliviana e la puoi sentire mentre gioca a copie di Candy Crush o condivide la saggezza dei video Facebook sul perché il glutine avvelena il corpo. Vicino al suo posto c’è Randip, che non sa mai dove scendere. Almeno due giorni a settimana ti fa parlare in vivavoce con suo fratello, che si scusa ma Randip non parla italiano, non ancora, no, puoi aiutarlo ad arrivare a Rogoredo? Se all’inizio m’imbarazzavo, ora mi sento un po’ di famiglia, e ci tengo a sapere se sua nipote ha scelto cosa fare dopo le medie.

Ti sarà chiaro che gli spazi comuni non abbondano, ma abbiamo numerosi posti a sedere. La camera vicino alla seconda porta è di Carlì. Lui c’è da prima di tutti noi, e non l’ho mai visto pagare l’affitto. Non te lo presento perché nessuno riesce a capire che alfabeto parla, sospetto abbia perso la lingua allo zoo di Berlino. Occupatissimo a litigare con sé stesso, tiene sempre in braccio quel beagle che ci sta ringhiando contro, con più denti del padrone.

Siamo arrivati al fondo, sia della casa che delle presentazioni. Il più giovane è Kareem, col Blauer nero già da inizio settembre, impegnato a creare una bella atmosfera con la sua cassa JBL, che per contratto può riprodurre solo Simba La Rue. Le donne, i cavallini, le armi, i reati, l’hashish, le audaci imprese lui canta, e con quei capelli sfumati e le Jordan sul sedile può sembrare pericoloso, ma in verità ha un gran cuore: non solo dà del lei, una volta mi ha pure aiutato a ritrovare la tessera dell’abbonamento.

Io dormo un po’ qui, un po’ lì. Io, cioè noi, una precisa identità non l’abbiamo. Cambiamo posto di volta in volta, puoi riconoscerci dal tremolio della gamba. Frusciamo dispense e apriamo Mac con riassunti di Docsity. Mangiati da felpe oversize, la borraccia Universitas Studiorum Mediolanensis e la tote bag fieramente politicizzata: Se domani non torno, Salvini Studia, Vogliamo una vita bella. Cos’è quella faccia? Certo, la casa si muove, non l’avevi capito? È la sua caratteristica principale: puoi vedere scorrere tutta la provincia, da qui.

Dopo quanto un ambiente si può chiamare casa? Sui pullman per Milano io ci ho passato più di tremila ore. Mentre i compagni di corso parlavano di studentati e coinquilini e subaffitti, io vivevo incastrato tra i sedili. E quelle che trascorrevo tra un controllo biglietti e l’altro, tra un minuscolo paesino e uno ancora più insulso, erano le ore delle presentazioni di libri, delle serate di stand-up, dei ristoranti hot pot, dei film di Sorrentino e Miyazaki, degli appuntamenti Bumble che chissà a cosa avrebbero portato. Quando Chomsky e Emily Dickinson non monopolizzavano più le conversazioni, ed essere giovani, per una volta, poteva anche avere vantaggi, io facevo ritorno al mio usato nulla.

A Milano gli studenti universitari sono un quarto di milione. Chissà quanti sono me, siamo noi, pendolari. Meno folclorici dei fuorisede, non abbiamo storie di infanzie al mare o pacchi da giù. Niente esotici accenti, la Pianura l’abbiamo imparata a memoria. Di tutti i modi per sperimentare la città il nostro è il più frustrante, l’orario dell’ultimo pullman come un prurito impossibile da grattare. E una consapevolezza, senza scampo: «Io qui non appartengo».

Il pendolarismo è il nostro modo di non vivere la città. Di giorno, persone incroci libri tram pranzi pronti manifestazioni caffè appunti discussioni. Ma basta un’ora di K525, basta salire sul pullman verdeblù e appisolarsi con la fronte al finestrino, per svegliarsi in un altro pianeta. All’orario di cena, nel mio paese, il silenzio strangola. Non è l’operosa provincia milanese, qua se esci dopo il tramonto ti perdi nella scighera o nella cronaca nera.

Dov’è finito quell’impero luminoso, dove le rivoluzioni e le colonne di San Lorenzo e i monopattini elettrici? Basse case e sporchi fossi, campi bui e anziane che si lamentano delle ossa, a questo torno ogni sera. Milano è una promessa che entro le ventuno verrà disattesa. Arrivare in città sapendo che non dormirai lì, sapendo che, in ogni caso, sei di un altro codice postale.

Li riconosci subito quelli come noi, che vivono da asporto. Quel tragitto infame che ogni giorno ti riporta sempre indietro, anche se hai preso trenta e lode, anche se traduci Cicerone a occhio, anche se citi Petrarca a memoria. E voi, fuori dal Politecnico, fuori dalla Statale, che con cori e cartelli invocate affitti calmierati, ricordatevi che c’è un po’ di nulla per tutti, ricordatevi che ci siamo anche noi, che potremmo unirci, sì, fare un bel movimento, bussare alle finestre di Palazzo Marino e presentarci, sorridenti: «Chiediamo scusa, vogliamo solo una casa».

Samuele Cornalba (Milano, 2000), scrittore. Cresciuto tra lo smog e le zanzare della Pianura Padana, nel 2024 ha esordito col romanzo «Bagai» (Einaudi).