In primavera, quando le giornate si allungano, è più facile osservare il momento esatto in cui la notte si stacca dal giorno. Notte e giorno non sembrano in quell’istante susseguirsi per la naturale rotazione della Terra intorno a sé stessa, ma piuttosto agire come forze contrapposte, mosse da una volontà autonoma. Sembra quasi di poter rintracciare il desiderio individuale della Notte di affermare sé stessa tirando via tutta la luce. È l’ora in cui le finestre iniziano ad accendersi una dopo l’altra, le televisioni illuminano con la loro luce bluastra i muri, simili ad acquari elettrici, e le strade, pian piano svuotate dal traffico, tornano a mostrare la propria vera anatomia. Di giorno le città mentono: sono funzionali, rumorose, costrette a una rappresentazione continua. Di notte invece confessano. Le imperfezioni delle cose, che ora possono essere osservate come contenitori vuoti di una vita assente, diventano visibili. I marciapiedi sconnessi, i vetri sporchi dei bar chiusi, i distributori automatici illuminati come reliquiari. Tutto ciò che il sole nasconde, la notte rivela.
Da piccola non volevo dormire. Lo ricorda ancora mia madre, sospirando come chi è combattuto tra la nostalgia e il ricordo traumatico di quei tempi. Se era meglio il passato, seppure insonne, o se è meglio il presente in cui non sono più bambina. Non si fa che rimpiangere l’infanzia, che altro non è che l’unico periodo in cui si sia stati pienamente felici, diceva qualcuno. Non concordo. Non perché la mia infanzia non sia stata felice, anzi, ma perché credo, perlomeno per me è così, che la felicità piena si raggiunga solo se piena è la facoltà di utilizzare le proprie doti intellettuali. Pensare: questo mi sembra possa renderci davvero felici. Capire le cose che ci accadono senza esserne travolti. Dominare, dunque, per quanto possibile, le emozioni. Comunque insonne ero da bambina, e insonne sono ancora. O per meglio dire, notturna. Non si tratta dell’insonnia angosciosa di cui parla Samantha Harvey nel suo ultimo libro Le infinite notti, in cui il pensiero della morte trasforma le ore di sonno in ore di veglia. Io, sebbene conosca anche quell’angoscia esistenziale che non fa mai riposare il pensiero, non sono senza sonno: io dormo, semplicemente preferisco vivere di notte e dormire di giorno.
Esiste una differenza profonda tra chi teme la notte e chi invece le appartiene. Una mia amica la riassume così: «Ci sono persone che sono allodole, e persone che sono gufi. Io sono un’allodola e tu sei un gufo». Da sempre il buio è inteso come una sospensione: la notte serve a interrompere il mondo. Interrompe le battaglie, i viaggi, il lavoro. Per alcuni, invece, il mondo inizia proprio allora. Quelli che come me sono animali notturni percepiscono quel vuoto che si genera di notte come una messa a nudo della sostanza. Come il silenzio non è il contrario della parola, così la notte non è il contrario del giorno. È un altro regno, con regole differenti, e un diverso modo di percepire il tempo.
Nella Teogonia di Esiodo, Nyx nasce dal Caos, e genera a sua volta il Sonno, la Morte e il Destino. Omero racconta che persino Zeus la temeva. È difficile immaginare che il padre degli dèi potesse arrestarsi davanti a qualcosa di tanto impalpabile. Eppure la notte possiede davvero un potere che supera quello della luce: dissolve le gerarchie. Nel buio un imperatore e un mendicante vivono entrambi in un nuovo regno di cui nessuno si è preoccupato di stabilire le regole, perlomeno non con costanza millenaria. Di notte le città si popolano di figure che il giorno espelle ai margini: i netturbini, gli insonni, le prostitute, gli autisti dei camion, i passeggiatori solitari, gli affamati, i giovani. Abitare la notte è una forma di disperazione festosa, di ricerca radicale di libertà. La notte conserva qualcosa di sacrale in un’epoca che ha desacralizzato tutto. È una delle poche esperienze che non siamo riusciti del tutto a dominare, e c’è sempre un momento in cui anche le città più vive e illuminate le soccombono. È lì che l’uomo contemporaneo può accorgersi che sotto il rumore incessante della civiltà continua a esistere il caos originario da cui, secondo Esiodo, nacque la Notte stessa.
Forse per questo la notte è sempre stata il territorio privilegiato della letteratura. Non esiste grande romanzo che non contenga almeno una notte decisiva, o un poeta che non si sia confrontato con essa. La notte di Raskol’nikov prima del delitto, la notte in cui si svolge la leggenda del Grande Inquisitore. Le notti interminabili di Proust, in cui il tempo sembra liquefarsi tra le lenzuola. Le notti febbrili di Céline, popolate di stazioni, ospedali, periferie illuminate dai neon. E poi le notti dei mistici, dei monaci medievali, di Pascal che annota il suo Memoriale dopo una visione improvvisa, di Leopardi che la passa a contemplare la luna mentre tutto il paese, Recanati, dorme. La notte costringe l’uomo a misurarsi con ciò che il giorno distrae: il pensiero della morte, la memoria, Dio, il desiderio.
Io a Recanati ci sono nata, ci ho vissuto per molto tempo e ci vivo ancora quando posso. La notte leopardiana non è semplicemente uno scenario poetico, ma una dimensione conoscitiva dentro cui l’uomo percepisce con maggiore precisione la propria posizione nel cosmo. Nei Canti il buio dissolve le strutture della vita sociale – le case, le occupazioni, il linguaggio stesso – lasciando il soggetto esposto all’immensità silenziosa della natura. La luna non assume mai un valore puramente simbolico: è un corpo celeste reale, remoto, fisicamente distante, la cui luce fredda misura la sproporzione tra il tempo umano e quello dell’universo. Nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia la notte diventa uno spazio metafisico assoluto, quasi una pianura cosmica attraversata da interrogazioni senza risposta. Il silenzio lunare non allude a un segreto nascosto ma all’impersonalità della natura, alla sua estraneità rispetto al destino umano. Anche nei testi più intimi, come La sera del dì di festa, il paesaggio notturno si delinea con precisione classica: il cielo sereno, le strade silenziose, la luce lunare sulle montagne, costruiscono una scena di immobilità dentro cui emerge, con maggiore nettezza, il carattere transitorio dell’esperienza individuale. In Leopardi la notte rende il pensiero più esatto. Per tornare a quanto detto in precedenza la notte ci aiuta a raggiungere la pienezza del nostro sentimento intellettuale e dunque, in questa prospettiva, a essere felici. Felici nel solo modo in cui i mortali possono esserlo, ossia in modo disperato.
Ho sempre considerato questa disperazione notturna il terreno fertile per le conversazioni migliori. C’è qualcosa di irripetibile nelle conversazioni notturne. Forse perché la notte altera il linguaggio stesso: abbassa le difese, rallenta i pensieri, costringe la voce a occupare uno spazio più intimo. Restare svegli al telefono con qualcuno, combattendo contro il sonno, mi ha sempre dato la sensazione di partecipare a una specie di cospirazione sentimentale contro il mondo diurno. Si parla più lentamente, si ripetono le cose, si lascia spazio ai silenzi senza il bisogno di riempirli. Così la notte è il tempo privilegiato dell’amore e della nostalgia: la voce diventa una presenza fisica, superiore a quella dei corpi.
Ho sempre pensato che esistano tre grandi categorie di notti: quelle passate a studiare, quelle passate a parlare e quelle passate a ballare. Apparentemente molto diverse, in realtà molto simili. In tutte si tenta di sospendere il tempo. Le notti trascorse sui libri hanno la stessa ostinazione febbrile delle notti nelle discoteche o nei locali: la convinzione che il corpo possa superare i propri limiti semplicemente ignorandoli. Cambiano le luci – il neon bianco di una scrivania o quello intermittente di una pista – ma resta identica quella sensazione di trovarsi fuori dalla vita ordinaria. Sono notti sostenute da un’ostinazione contro il sonno, contro la fine, contro il ritorno del giorno.
In questa ostinazione, in questa lotta contro i propri limiti fisici, si producono le illusioni. Ai bambini viene insegnato che i miracoli avvengono mentre dormono: i denti si trasformano in monete, i regali compaiono sotto gli alberi, qualcosa accade nel buio senza che lo si possa vedere davvero. Crescendo, smettiamo di credere a quelle storie, e forse non ci abbiamo mai creduto, ma continuiamo a desiderare che la notte sia una forma di rivelazione.