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Che cos’è, per te, scrivere della vita?

Se il racconto di sé è ciò che il mercato si aspetta dalle donne, è forse il momento di aggirarlo e immaginare futuri possibili attraverso il romanzo. Conversazione sul potere pazzo e debordante della scrittura: autobiografica, invenzione, autofiction, comunque il grande salto, pieno di desiderio. Con Elsa, Lalla, Natalia e le altre a farci da guida

Cara Giulia,

comincio con un aneddoto. Mi è capitato, per un mio romanzo in cui la madre della protagonista – Elena – scompare, che qualche lettore mi chiedesse se poi mia madre era tornata a casa. E anche, mi è capitato, con un altro romanzo, di fare intere presentazioni in cui l’interlocutore si riferiva al personaggio – Nina – chiamandolo con il mio nome, nonostante le tracce evidenti di finzione, non fosse altro perché uno dei protagonisti era un fantasma.

Allora voglio partire da questo, dall’importanza del dato biografico di chi scrive. Così importante che anche quando non è, lo si deforma perché sia. Te ne scrivo perché ho ascoltato una tua intervista on line, in cui parlando de Il male che non c’è, raccontavi di essere partita dalla tua ipocondria per costruire il personaggio di Loris, scegliendo però un personaggio altro, anche nel genere, per distaccarti il più possibile. Perché senza distanza non riesci a scrivere, non riesci a inventare, dicevi, e dicendolo facevi un gesto con le mani, come a descrivere un impasto che gonfia.

Ascoltandoti ho pensato che abbiamo qualcosa in comune. In questo periodo sto facendo le prove per il nuovo romanzo.

Per me è come dipingere, cerco le sfumature giuste, la distanza giusta dal cavalletto, la morbidezza del pennello. La storia ruota intorno a un evento della mia infanzia. All’inizio ho pensato a una forma di autofiction, del resto io non sono contraria per principio a nessuna forma, né come scrittrice né come lettrice. È una delle forme di questo tempo, è giusto che io mi ci confronti, mi son detta. Così ho scritto alcune cartelle in una prima persona di nome Veronica, giusto per sciogliere la mano, ma via via che procedevo la mano al contrario mi si irrigidiva, tanto che alla fine ho rinunciato. Senza l’invenzione, quell’innesco verso mondi lontani, non trovo lo stile. Senza l’invenzione le mie prove colore assomigliano a un post sui social. E allora ti chiedo, che ne pensi del dato biografico? E poi, come monta una storia per te? Come è montato Loris?

 

Cara Veronica,

mi spaventa che l’io sia diventato così personale nella scrittura e non venga più percepito come una  posizione  narrativa, una costruzione, una invenzione. È capitato anche a me ciò che mi racconti. Da una parte agli eventi spesso mi sono trovata a dover rispondere per i miei personaggi come se la storia fosse esattamente la mia e il loro io il mio, e dall’altra ho faticato sempre moltissimo a esprimermi in prima persona sapendo che quella prima persona ero proprio io, Giulia Caminito, che si raccontava. Non ho mai trovato interessante raccontare di me in maniera così diretta, senza l’intermezzo della invenzione e come te trovo il romanzo estremamente confortevole. Mi vengono in mente gli scritti infantili di Elsa Morante dove lei dichiara che sta raccontando la propria infanzia ma in realtà di fatto la inventa, sfugge al dato biografico, non riesce a sopportarlo. Va detto però che questa idea che ormai l’invenzione romanzesca abbia perso il proprio valore attrattivo ed espressivo non è solo tangibile nelle opinioni e i gusti di chi legge, ma anche nelle conversazioni di colleghe e colleghi che trovano per esempio nella biografia romanzata il loro spazio d’azione assoluto, e pensano che sia anche l’unico spazio rimasto per la scrittura. È qualcosa che hai percepito anche tu nelle conversazioni con chi scrive? Come mai si giudicano esaurite le forze del romanzo finzionale? E come d’altra parte si sente ancora la necessità di chiamare romanzi anche per esempio delle evidenti forme di biografia o autobiografia?

Tu che idea ti sei fatta?

Per quanto riguarda Loris, il mio pensiero principale è stato di usare la terza persona e un personaggio maschile proprio per rendere ovvio ed evidente che l’io per me deve fare un passo indietro e lasciare spazio alla narrazione, e decentralizzarsi. Non so se sono riuscita nell’intento o se ho fatto uno sforzo inutile, per molte lettrici leggere di Loris è stato faticoso proprio perché il suo io è risultato sfuggente, poco empatico.

 

Cara Giulia,

anche a me spaventa che l’io sia diventato così onnipresente, e sfugga spesso a una vera postura narrativa. Non ho interesse a parlare di me, non credo di avere una vita così interessante, o meglio forse lo è – quale vita in fondo non lo è? – ma io non so raccontarla. Siamo ciechi nei confronti delle nostre vite, io credo, non cogliamo le occasioni narrative di cui è costellata. Mentre ti scrivo mi viene in mente Il maresciallo, un racconto di Natalia Ginzburg, per tutti l’esempio della scrittrice autobiografica. E invece il maresciallo è un personaggio immaginario, che parla e gioca con un gruppetto di bambini. Lo rileggo, e sorrido. Quanta invenzione, quanta grazia. Quanta vita. Per questo mi spiaccio per questo disamore per la forma romanzo, che anche io percepisco.

A volte penso che sia una questione di desiderio. La diffusione della forma autobiografica mi sembra una rinuncia al desiderio, un qui e ora come ripiegamento di fronte al nostro tempo. Siamo di fronte a un collasso climatico, i cui contorni sfuggono anche agli scienziati. Allora alzare la testa, immaginare un futuro, darsi il permesso di inventare, significa confrontarsi con questo mondo. L’invenzione necessita di fiducia, mi viene da pensare. Di certo necessita di coraggio. E l’unica autobiografia che scriverei con convinzione è quella di Veronica futura, da oggi ai prossimi trent’anni. L’arrivo della vecchiaia in questo mondo così ballerino, fra innalzamento delle temperature, alluvioni, incendi. Una Veronica che interpreta le mie paure, ma è diversa da me.

Per questo capisco il tuo pensiero alla base di Loris, e approvo la terza persona, a prescindere dagli esiti e dalla ricezione, che forse risente del corto circuito di cui parlavamo all’inizio. Ho la sensazione – il mio animo da ingegnera mi costringe a specificare che non ho dati – che il racconto di sé sia una richiesta – diretta, trasversale, implicita – che il mercato editoriale fa soprattutto alle autrici, da cui si aspetta scenari circoscritti, rapporti familiari, movimenti chiusi, luoghi che si possono toccare allungando una mano. E invece io sento, al contrario, che proprio le scrittrici potrebbero raccontare attraverso il romanzo in maniera efficace questi tempi che ci aspettano. E anche se suona retorico, devo ricordare che Margaret Atwood, maestra di anarchia e incursione nei generi, ha scritto Il racconto dell’ancella nel 1988. E tu? Che ne pensi? Sono troppo ideologica?

 

Cara Veronica,

proprio ieri ho riaperto Dall’ombra una raccolta di Lalla Romano, che avevo trovato anni fa su una bancarella dell’usato. «I miei libri (romanzi) sono etichettabili con la sciocca, saputa e superficiale denominazione di “autobiografici”; che non ha valore rispetto alla sola verità: l’invenzione. La scrittura è astrazione, come tutta l’arte. Della nostra storia nulla vive se non raccontato (cantato)». Dice Romano e mi ha fatta sorridere di profondo piacere: le nostre amate scrittrici sono sempre delle valide guide. Forse allora, seguendo Romano mi vengono da fare varie considerazioni. Il genere autobiografico, a cui oggi è richiesto un racconto sempre più viscerale della realtà vissuta, porta in sé l’autos dell’autoraccontarsi e cantarsi e quindi inventarsi, non può farne a meno. Può essere che scrivendo di noi stesse invece, io e te, ci siamo sempre sentite costrette al nostro reale vissuto e schiacciate su una fattualità di cui poco ci importa? Nella mia testa c’è un progetto che chissà se vedrà mai la luce: scrivere di una finta ricerca per ricostruire la biografia di una scrittrice che in realtà non è mai esistita, un falso, una finzione che però dovrebbe risultare credibile come tutti i falsi d’autore. Come tu dici, dov’è finita la nostra voglia di sperimentare e gettarci in ibridazioni e giochi di genere? Secondo me esiste fortissima in noi e nelle nostre colleghe e colleghi, ma forse temiamo certi slanci e di seguirli fino in fondo, è una realtà assodata che il mercato, già fragile, tende a punirli e per come il sistema è organizzato ora tende anche a far sparire i nostri libri a grande velocità. Ma tornando all’io, penso a un libro recentemente letto La ragazza che annega di Caitlín R. Kiernan che sul frontespizio reca la dicitura “memoir” perché nella scrittura in effetti lo è, la protagonista Imp racconta la sua vita, anzi la sua storia di fantasmi, perché di fatto la sua vita è piena di infestazioni. Peccato che Imp sia un personaggio di invenzione, un io narrativo. In una conversazione pubblica con Giorgia Tolfo per l’uscita del suo libro Wild Swimming che noi definiremmo una autofiction o personal essay, Giorgia mi ha spiegato che nei paesi anglosassoni, anche in libreria, i romanzi come il suo convivono con tante forme di scrittura sullo stesso scaffale con la denominazione di life writing. E allora cos’è scrivere della vita ti chiedo, cos’è per te?

Ho anche io profondamente la sensazione che soprattutto alle donne sia stato richiesto ed è richiesto anche oggi il racconto del sé, e credo che ora più che mai sia importante fuggirlo e scantonare, trovare l’angolo da girare per la scrittura.

 

Cara Giulia,

comincio col dire che la tua idea di romanzo mi entusiasma, spero di leggerlo un giorno. Come tutti i romanzi che hanno dentro di sé un’altra storia, mi viene in mente un mio libro preferito, La zia Julia e lo scribacchino, in cui alla parte del racconto di sé un giovane Vargas Llosa affianca la folle inventiva di Pedro Camacho, che scrive radiodrammi i cui personaggi passano da una storia all’altra, fuori controllo. O L’assassino cieco di Atwood in cui si annidano storie su storie, fra cui una di fantascienza. Vedi, siamo qui a ragionare di autobiografia, e finisco per parlare di romanzi di invenzione, e mentre lo faccio sorrido, mi batte il cuore. Per questo ti confesso che la tua domanda sullo scrivere della vita mi ha messo in crisi, e mi viene in mente solo questo. L’unica forma io cui dico “io” riuscendo a scantonare, girando l’angolo, come dici tu, sono i reportage narrativi. È un io in movimento, il mio, che racconta le città, descrive paesaggi, analizza fenomeni naturali. Per loro utilizzo la lingua che ho più praticato, quella dell’ingegneria, e attraversandola riesco a deformarmi, dire io senza imbarazzo. Ma sono sempre forme brevi, dal respiro corto, e dopo poche cartelle manca il fiato. Per trovare l’energia che serve per scrivere un romanzo devo attaccarmi alle falde del soprabito del Maresciallo, staccarmi da terra. Alla fine il cuore è questo: invento storie per evadere da me stessa.

 

Cara Veronica,

ti sento affine, le tue ultime parole risuonano alte per me. Essendo una figlia unica di genitori bibliofili la mia infanzia è stata tutto un raccontarsi le storie, una evasione necessaria e continua, a cui non riesco a rinunciare neanche ora. Mi sembra per concludere che questa centralità editoriale dell’io o del bios sia segno di ricerca di legittimità. Se parto dalla mia vita, le mie esperienze e racconto quelle sono legittimata di più a farlo, non invado il campo altrui, non mi fingo ciò che non sono, non mi approprio di una storia che non mi riguarda. E per me sta qui tutta la tristezza: porre limiti alla scrittura, cercare di dire chi può scrivere cosa a partire dalla sua esperienza personale, mentre io vedo la scrittura come un grande salto, l’unico che ci è concesso fare, quello verso tutto ciò che desideriamo – qui torno al tuo desiderio – tutto senza limitazioni possibili. Togliere questo alla scrittura vuol dire inaridirla, non darle il potere pazzo e debordante che ha e a cui sento di tenere moltissimo, e so in cuor mio che mi capisci molto bene.

Giulia Caminito (Roma, 1988), scrittrice. Laureata in Filosofia politica. Ha esordito con il romanzo “La grande A” (Giunti, 2016), seguito da “Un giorno verrà” (Bompiani, 2019) e da “L’acqua del lago non è mai dolce” (Bompiani, 2021), finalista al Premio Strega e vincitore del Premio Campiello 2021.

Veronica Galletta (Siracusa, 1971), è ingegnera e scrittrice. Con «Le isole di Norman» (Italo Svevo Edizioni 2020) ha vinto il Premio Campiello Opera Prima. Con «Nina sull’argine» (minimum fax 2021) è stata finalista al Premio Strega e ha vinto il Premio Letteratura d’Impresa. Per minimum fax ha pubblicato «Pelleossa» (2023) e «Malotempo», ora in libreria.