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Che fatica difendere tutte le vittime, tranne gli ebrei

Le persone a difesa di ogni diritto, così sensibili, suscettibili, complesse, che se sbagli un pronome chiedono la tua testa, a pochi giorni dal 7 ottobre sono scese in piazza facendo, banalmente, finta di niente. Perché? Qualche risposta tra la frase mai detta di Freud e Rory Gilmore, e una proposta contro l’antisemitismo che parte dai miei nonni

C’è una storia falsa, ma vera, su Freud. Nel 1938 gli fu permesso di lasciare l’Austria a patto che firmasse una dichiarazione burocratica in cui affermava di essere stato trattato dai nazisti con riguardo. Firmò, ma chiese di scrivere un post scriptum, che era questo: «I can heartily recommend the Gestapo to anyone», posso raccomandare col cuore la Gestapo a chiunque. Questa informazione si trova sia nella biografia di Ernest Jones Sigmund Freud: Life and Work, sia in quella di Peter Gay Freud A Life of Our Time. Qualcosa di simile lo scrisse anche il figlio di Freud, Martin. La figlia di Martin Freud, Sophie, nel suo libro Living in the shadow of the Freud Family invece disse che non era pensabile che suo nonno mettesse a rischio la sua vita e quella di diciassette familiari solo per il gusto di fare una buona battuta. La nipote di Freud, che evidentemente era poco pratica sia di psicoanalisi sia di umorismo ebraico, probabilmente sottovalutava il fatto che per una battuta riuscita ci si farebbe fucilare. Nel 1989 il testo originale di quel documento fu messo all’asta, e non c’era traccia della sponsorizzazione per la Gestapo. Questa frase Freud non l’ha mai scritta, probabilmente l’ha solo detta, ma c’è una verità nel comico che nessun’altra cosa può restituire.

Nell’ultimo mese ci sono state diverse cose che mi hanno fatto ridere, ma nessuna di queste è stata scritta. A Indianapolis Ruba Almaghtheh, una donna musulmana, è andata a schiantarsi intenzionalmente con la macchina dentro quella che pensava fosse una scuola ebraica, peccato però che si trattasse di un edificio appartenente ai Black Hebrew Israelites, un’organizzazione suprematista antisemita, e nessuno sa bene come sia andata a finire. Mi ha fatto ridere il Washington Post che si è rifiutato di pubblicare una vignetta che ritrae un membro di Hamas, con addosso donne e bambini come scudi umani, mentre dice: «Come osa Israele attaccare i civili», perché c’era il dubbio che fosse una vignetta razzista, ché i terroristi, si sa, sono suscettibili. Ho visto diversi video, fotografie, caroselli dove la lotta intersezionale non è stata capita. Dopo una manifestazione per la Palestina a Londra, un attivista con passamontagna si è avvicinato a un gruppo di ragazze con la kefiah, presumibilmente compagne di corteo. In mezzo a tutta questa intersezionalità c’era un uomo con il cartello «i bambini non possono dare il consenso ai bloccanti della pubertà». L’attivista col passamontagna spiega alle ragazze con la kefiah che l’uomo col cartello è uno dei cattivi perché contrario ai diritti dei bambini Lgbtq, evidentemente credendo di trovarle dalla sua parte perché se no cosa si è intersezionali a fare. E invece, no. Le ragazze con la kefiah per poco non menano l’attivista col passamontagna, mentre all’uomo col cartello viene da ridere, e un po’ anche a me. L’odio per Israele, purtroppo, non è abbastanza inclusivo.

Forse è vero che viviamo nel migliore dei mondi possibili, perché è quello dei Monty Python. È possibile fare satira quando la realtà già lo è? Ho visto uno sketch, scritto, che mi ha fatto ridere. Certo, non era all’altezza della realtà, ma sempre meglio di niente. Il pezzo è ambientato alla “Columbia Untisemity” e una delle battute migliori è: «Non sono antisemita, sono razzista fluido». Quando l’ho visto, la prima cosa a cui ho pensato è stata Una mamma per amica. Rory Gilmore è il personaggio su cui si è formata la personalità delle quarantenni, ovvero: guardatemi, sono anche intelligente. Rory Gilmore, una che ha le guance sempre rosse e un libro sempre in mano, Rory Gilmore, che è l’alba chiara degli americani con più filosofia e meno poesia, Rory Gilmore che per non so quante stagioni ci ha rotto i coglioni sull’andare a Harvard, siccome però è un po’ pazza e un po’ solare decide di andare a Yale. Rory Gilmore, quindi, va a Yale, sogna di lavorare per il New York Times, inspiegabilmente non la prendono, poi non ho capito bene cosa succede, comunque pare che vada a finire con lei che rimane incinta del ragazzo ricco. Rory Gilmore, non c’è che dire, era la ragazza sveglia. Ci è voluta una guerra in medio oriente per capire l’arco narrativo della protagonista di Una mamma per amica: noi pensavamo che la serie fosse un trattato sulle mamme elicottero; invece, era una profezia sul sistema universitario americano.

Oggi Rory Gilmore pubblicherebbe sul giornalino di Yale un penoso, ma necessario, editoriale sulla lotta transfemminista a Gaza. Oggi Rory Gilmore andrebbe in giro a strappare i manifesti degli israeliani rapiti mangiando una mela con i libri di scuola (so che la stai cantando, ceto medio). Yale, Harvard, la Columbia, gente ricca e studiata, l’immagine dell’élite che piange per i cani abbandonati mentre strappa le fotografie di bambini sepolti vivi in un tunnel. Le Rory Gilmore del mondo dicono che quei manifesti sono propaganda sionista. La cosa paradigmatica di questa faccenda è che nessuno li ha buttati per terra, i volantini. Tutti hanno preso e buttato nel cestino, alcuni avendo anche l’accortezza di fare la raccolta differenziata: la carta nella carta, la plastica nella plastica, i bambini – qualora capitasse – nell’umido. E poi sono rimasti lì a farsi filmare. Qualora commettessi un reato se vedessi arrivare la polizia di certo non rimarrei lì. Non sono psichiatra, ma mi sento di dire che questi vogliono farsi beccare. Sanno che il giorno dopo verranno licenziati, sanno che dovranno cancellarsi dai social, ma stanno lì forse perché sono tutti ricchi di famiglia e non devono lavorare. Oppure, sarà che percepirsi vittima è impagabile.

A un certo punto, infatti, sono arrivati quelli che filmare e pubblicare i nomi di questi sociopatici era, attenzione, cancel culture. Spesso questi sono quelli che fino a due giorni fa pubblicavano sui social nome, cognome, indirizzo, indirizzo della scuola dei figli di quello che alle elementari gli aveva detto che erano grassi chiedendone il licenziamento per qualche reato immaginario. Umberto Eco in Costruire il nemico e altri scritti occasionali scriveva: «Avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affrontarlo, il valore nostro. Pertanto, quando il nemico non ci sia, occorre costruirlo». Cosa succede quando la nostra identità diventa tutte le identità? Succede che se prendi uno spigolo la tua salute mentale è a rischio, succede che chiedi la testa di quelli che usano un pronome sbagliato, succede che combatti il capitalismo, lo specismo, il patriarcato, la transfobia, il cambiamento climatico, lotti per i diritti degli asessuali e degli aromantici, insomma succede che entri all’università e ne esci con il bacio accademico.

Queste persone così attente ai diritti di tutti, così sensibili, così suscettibili, così complesse, a distanza di un paio di giorni dalla più grande strage di ebrei dopo la Shoah sono scese in piazza per la Palestina facendo, banalmente, finta di niente. Se le vittime non esistono, non esiste nemmeno l’evento che le ha fatte diventare vittime. Cancellare dal vocabolario la parola antisemitismo per sostituirla con antisionismo, togliere le fotografie degli ostaggi, dire che non ci sono prove degli stupri e che i bambini non sono stati decapitati ma che la testa si è solo staccata, riuscire a dire senza ridere che non è carino diffondere le immagini dei morti perché ne risente la tua salute mentale, esattamente, che cos’è? L’antisemitismo ce lo siamo dimenticati per diversi anni, perché qualcuno ha deciso che mettere in piedi un sistema linguistico tale per cui quella parola non dovesse esistere sarebbe stato conveniente. Non è che è aumentato l’antisemitismo, è che adesso nessuno si vergogna più. Gente che fino a ieri vendeva saponette, malattie, vite dei figli, newsletter, incantesimi, gente che fino a ieri non pensava di dover fermare l’apartheid, si è comodamente seduta dalla parte dei giusti, è andata in manifestazione e si è messa a parlare di genocidio, pulizia etnica, transfemminismo, salute mentale, abilismo, queerness, cambiamento climatico, prigione a cielo aperto, tutto insieme e tutto scritto senza mai, ma proprio mai, scrivere l’articolo giusto perché è tutto un neutro, un asterischino, una e allo specchio, un tre rovesciato.

Non solo. Israele e Palestina sui social vengono scritti in codice, tipo “Isra3l3” e “P4l3stin4”, perché gira voce che a causa di non so quale complotto massonico le visualizzazioni se parli della guerra calano. D’altra parte, lo sappiamo a chi appartiene Instagram. Stacco: il giorno dopo la presa di coscienza, in pieno stato dissociativo, quasi tutte queste persone hanno scritto: scusate, non pensavo ci fosse bisogno di condannare Hamas, pensavo fosse implicito. Ah no, e allora scusa tu. Difendere tutti, sempre, tranne gli ebrei. Perché? Alcuni dicono che non vanno difesi perché, colpo di scena, sono bianchi. La costruzione del nemico negli ultimi anni è diventata un esercizio di mitomania in riferimento a una percezione di sé come persona scomoda, una che ha il coraggio di prendere una posizione condivisa da tutti, fra un “nessuno vi dirà che” e un “mi sbaglierò, ma”. Gli ebrei sono sempre stati il nemico di qualcuno, perché sono strani, diversi, mangiano senza lievito, praticano la circoncisione e, non contenti, hanno pure ucciso Gesù Cristo. Ma nessuno, che io sappia, li ha mai definiti come “bianchi”.

C’è però da considerare il fatto che l’uomo è fatto per il sessanta per cento di acqua e per il quaranta percento di proiezione. Io, come tutti credo, ho avuto due nonni. Durante la Seconda guerra mondiale, mentre uno era in un campo di concentramento, l’altro andava a sabotare i nazisti in Siria prendendosi un proiettile in un occhio attraverso un binocolo. Quando mio nonno, quello con due occhi, tornò dal campo di concentramento, la cosa che si portò dietro fu il Mein Kampf. Ne teneva in casa più copie, e si dispiaceva sempre per i nazisti che si immalinconivano col pensiero dei loro cani, forse era già chiaro che i cani sono meglio delle persone. Lui voleva solo far parte del partito, ma i nazisti erano purtroppo poco inclusivi, e questa cosa lo ha distrutto più della prigionia. Ho pensato spesso a questa storia nell’ultimo mese, ci ho pensato ogni volta che la folla coccolava quelli che ti butterebbero giù da un tetto. Ma io ho una modesta proposta per porre fine all’antisemitismo: diciamo agli universitari e affini che indossare la kefiah è appropriazione culturale, che togliere i manifesti degli ostaggi è vittimizzazione secondaria, che chiudere le studentesse ebree in una classe è patriarcato, che le parole che usano solo slur e i cori che cantano offensivi. Chissà Freud che magnifiche raccomandazioni avrebbe fatto oggi.

Assia Neumann Dayan (Milano), editorialista e autrice televisiva. È appena uscito il suo libro «Lo dico da madre» (Linkiesta Books).