Chi sei tu? E chi sono io? E chi vogliamo essere assieme? Sono almeno cento anni che ce lo chiediamo, partendo da Freud, passando per Pirandello e Sciascia per arrivare a Chi l’ha visto e a ChatGPT a cui gli adolescenti chiedono: chi sono io e cosa voglio essere? La crisi dell’identità nasce nel Novecento ed è poi tracimata negli anni Duemila, ma ha un inizio preciso. E quell’inizio è un giorno di cento anni fa.
È il 1926 quando un uomo senza fissa dimora viene fermato mentre vaga per il cimitero israelitico di Torino. È alto, bello, i lineamenti regolari ed eleganti, lunghi baffi e barba, gli occhi malinconici. Quando lo portano in questura è confuso. Non ricorda il suo nome, né la sua professione, né dove vive, né se ha parenti. Ha in tasca un foglio su cui c’è scritto: «Io desidero che mi si uccida».
Ci voleva poco a quei tempi per finire internati in manicomio. Vaghe idee suicidarie come quelle che emergono dal foglietto sono sufficienti. Infatti è lì che lo portano, al Regio Manicomio di Collegno, dove gli viene assegnato il numero di matricola 44170. Ed è lì che è conservata ancora oggi la sua storia. L’uomo che ha smarrito sé stesso inizialmente è solo uno dei tanti confusi e disperati che vengono internati. La sua piccola storia diventa però una grande storia quando il dottor Rivano, direttore dell’ospedale psichiatrico, la racconta a un suo amico, Luigi Astolfi della Domenica del Corriere, che pubblica un articolo corredato da una fotografia, un ritratto frontale in bianco e nero dell’uomo, e questo appello: «Ricoverato il giorno 10 marzo 1926 nel manicomio di Torino (casa Collegno) nulla egli è in condizione di dire sul proprio nome, sul paese d’origine, sulla professione. Parla correttamente italiano. Si rileva (sic) persona colta e distinta dall’apparente età di 45 anni. Chi lo conosce?».
In breve tempo quello de “lo smemorato di Collegno” diventa un caso che appassiona l’opinione pubblica, se ne parla nelle fabbriche, nelle case alto borghesi, nelle osterie, in fila davanti alle botteghe, sotto i portici di Torino e poi anche in tutto il paese, perché la storia dilaga, si gonfia, esplode, viene narrata dai giornali all’estero (ad esempio se ne occupa l’Observer). È un argomento caldo in quell’Italia in cui si sta consolidando il regime fascista, ma soprattutto nella quale quel dramma era vissuto da tanti: erano molte le famiglie che avevano visto partire un marito, un figlio, un padre in guerra e poi non lo avevano visto tornare. E infatti centinaia di persone si dicono certe di intravedere una somiglianza tra l’uomo misterioso e un parente scomparso. Arrivano segnalazioni, lettere, indicazioni. Ma nessuna corrisponde alla descrizione della matricola 44170 del manicomio.
Fino a quando si fa viva Giulia Canella, originaria di Verona, bella donna, benestante, colta, che non ha mai perduto la speranza di rivedere il marito, disperso in Macedonia durante la Prima guerra mondiale. Il cognato va a Collegno in avanscoperta. Spiega al direttore del manicomio che quell’uomo potrebbe essere Giulio Canella, nato a Padova nel 1881, studioso, docente di filosofia, padre di due figli, Rita e Giuseppe, disperso da dieci anni. È colpito dalla somiglianza, non soltanto fisica. Anche se con molti buchi neri, l’uomo senza memoria parla correntemente francese e latino, è elegante e raffinato, amante dell’arte e di Balzac, e i suoi tratti e i suoi modi ricordano in maniera impressionante quelli del professor Canella. Decide allora di far venire a Collegno la moglie dell’uomo disperso. Elegantissima, altera, la collana di perle al collo, Giulia entra in quel posto degradato, che puzzava di minestra e urina, che era il Regio Manicomio, attende desolata e irrigidita su una sedia di legno, in una stanza spoglia.
Qui le testimonianze scritte divergono. Secondo una versione vennero organizzati quattro incontri. Durante il primo incontro lo smemorato non reagisce, al secondo sembra dare qualche segno di riconoscimento. Al terzo i due si lasciarono andare a un caldo abbraccio e al quarto l’uomo conferma di ricordare lei e i loro figli.
Un’altra versione della storia vuole invece che il riconoscimento avvenga subito: quando l’uomo entra per la prima volta nella stanza e vede Giulia lei rimane senza fiato e lui scoppia in lacrime. Il loro abbraccio è talmente emozionante da convincere i medici e anche il commissario Finucci, che si sta occupando del caso, che quell’uomo sia davvero Canella.
Astolfi scrive un articolo memorabile. Il giorno dopo, lo smemorato viene dimesso e affidato a Giulia perché possa ricongiungersi a lei e ai loro due figli. Lei ne è felice, lui sembra poco alla volta riappropriarsi della sua identità. Certo, era un po’ cambiato. Dopo tutto erano passati dieci anni, la guerra, il manicomio. Ma alla fine la cosa importante per gli italiani che seguivano la storia sui giornali – quando ancora si leggevano i giornali – era un’altra: un disperso era tornato dalla guerra, e si era riunito alla sua famiglia. C’era speranza per tutti, quindi.
Ma proprio quando la storia sembra concludersi con un lieto fine si fa viva un’altra donna, Rosa Nigro, che sostiene pure lei di aver riconosciuto nella foto del giornale suo marito: Mario Bruneri, anarchico, simpatizzante socialista, ex tipografo, ladro e truffatore incallito, al momento latitante.
Rosa non lo vede da anni. Bruneri infatti l’ha abbandonata con un figlio. Quel mascalzone, dice Rosa, è ricercato dal 1922 per precedenti condanne per truffa e lesioni. E non è mica la prima volta, dice Rosa, che si finge un altro, no, si era già spacciato per varie persone assumendo via via i nomi di Ettore Micozzi, Enrico Mantaut, Raffaele Lapegna e Adolfo alias Ziolfo Mighetti.
Il commissario Finucci si mette le mani nei capelli, scuote la testa, riflette. Poi si presenta a casa Canella con l’ordine di riaccompagnare l’uomo in manicomio, ufficialmente per il disbrigo di alcune formalità, in realtà, per prenderne le impronte digitali e confrontarle con quelle conservate dalla polizia di Bruneri. La comparazione delle impronte digitali non lascia più dubbi: sono identiche. Ma non solo. Una serie di persone truffate dal tipografo torinese giura di averlo riconosciuto e un ex paziente del manicomio racconta addirittura che durante la degenza l’uomo gli aveva consegnato una serie di lettere da portare alla sua amante, una certa Camilla Ghedini, detta Milly. La donna, portata a Collegno, lo identifica come Bruneri.
Però altrettante prove, testimonianze ed evidenze vanno nella direzione opposta. Non solo Giulia e i famigliari, ma anche alcuni colleghi, amici e conoscenti di Canella sostengono che senza ombra di dubbio quello sia il professore, un uomo integerrimo, colto, ricco, devoto alla Chiesa e alla famiglia.
E lui? Durante l’incontro con Rosa lo smemorato non la riconosce, insiste a dichiarare di essere il professor Canella, dice di non sapere chi sia quel ragazzo, Giuseppe, che secondo la donna è suo figlio.
I giornali seguono la storia con dovizia di particolari, anche l’opinione pubblica è spaccata. Lo smemorato è proprio Mario Bruneri, come insistevano alcuni, o era veramente Giulio Canella, come asseriva lui stesso e l’altra sua famiglia? È il randagio e miserabile, il truffatore incallito e senza soldi, o il colto, raffinato, benestante professore?
Di fronte a tutto questo Giulia Canella non arretra di un solo millimetro: per lei quello è e resta Giulio, suo marito, con il quale continua a vivere, che continua ad amare. Inizia il processo per stabilire la sua identità, vengono eseguite diverse perizie calligrafiche, vengono confrontati i dettagli delle foto, vengono raccolte testimonianze e dichiarazioni, si mettono a confronto i testimoni. Fino a che non arrivano le sentenze. Nel 1931 la sentenza definitiva in Cassazione stabilisce che lo smemorato di Collegno è inequivocabilmente per la giustizia italiana Mario Bruneri, ex tipografo, ladro e truffatore. A quel punto lo smemorato deve scontare le condanne per i reati pregressi: tre anni, undici mesi e diciassette giorni di reclusione. L’uomo viene portato nel carcere di Pallanza dove rimane due anni. Nel 1933 grazie a un’amnistia viene rilasciato.
Giulia, con la quale lui nel frattempo aveva fatto altri tre figli, lo sta aspettando. Il 19 ottobre di quello stesso anno la coppia e i cinque figli lasciano per sempre l’Italia e si imbarcano sul transatlantico Conte Biancamano alla volta del Brasile, dove il padre di Giulia aveva delle importanti proprietà e tenute. E lì, in Brasile, lui diventa ciò che Giulia gli ha detto di essere: un professore, un filosofo, un marito fedele, un padre affettuoso. Insegna, tiene conferenze, pubblica articoli e libri. E nel dicembre 1941 quando muore a Rio de Janeiro sulla lapide la famiglia incide il suo nome: Giulio Canella.
Nel frattempo il dramma dell’identità negata, della fragilità e ambiguità della memoria, dell’essere una persona per uno e un’altra per gli altri personaggi ispira scrittori e poeti. Pirandello trova nel caso Bruneri – Canella la sua storia più pirandelliana e, se vogliamo, una riedizione più intrigante e da feuilleton del suo romanzo Il fu Mattia Pascal. Ne scrive una rappresentazione teatrale, Come tu mi vuoi, che ricorda molto la storia dello smemorato. Anche Sciascia si lascia ispirare e scrive Il teatro della memoria, un testo tutto incentrato sul fascino dell’autoinganno, di quella sofisticata macchina interiore che porta a mentire a sé stessi.
Il mistero della vicenda dello smemorato è rimasto tale anche al di là delle conclusioni giudiziarie e scientifiche a cui inevitabilmente si è arrivati in epoca contemporanea, quando, nel 2014 il programma televisivo Chi l’ha visto ha avuto accesso al Dna del nipote del professor Canella, Julio, e lo ha messo a confronto con quello conservato dello smemorato. Nonostante l’esito abbia confermato le conclusioni a cui già erano arrivati i magistrati (lo smemorato era Bruneri) il fascino della vicenda è rimasto intatto perché non sta tanto nella sua vera identità, quanto nell’enigma di cosa sia l’identità, della sua rappresentazione e della sua narrazione.
E l’enigma resiste anche e soprattutto per quanto riguarda Giulia, la quale ha creduto o finto di credere o voluto credere. Giulia che si dà una seconda possibilità, Giulia che intravede una vita nuova, che si aggrappa a questo spiraglio e che forse se ne approfitta pure. Giulia che all’Observer negli anni Trenta dichiarava: «Da quando l’ho riconosciuto non ho mai dubitato e non dubiterò mai». È sempre Giulia che scrive – ci sono le sue lettere – che nel primo momento di intimità si rese improvvisamente conto di essere finita nelle braccia di un uomo diverso, che era sì un professore irreprensibile, ma dieci anni prima non l’aveva mai baciata né accarezzata e ora invece era improvvisamente appassionato e sensibile. Ma invece di fare un passo indietro, Giulia fa quello che avremmo fatto tutte. Tace.