Di Bianca Pitzorno mi impressionava molto il cognome, quando lo leggevo stampato sulle copertine della piccola biblioteca della scuola, quella z in mezzo e le due consonanti vicine. Mi suonava così bizzarro anche il modo in cui aveva deciso di chiamare una delle sue protagoniste, Prisca, e i titoli di alcuni romanzi: Tornatrás, Speciale Violante, Polissena del Porcello.
Non ricordo granché il contenuto di questi libri, solo una suggestione che negli anni è rimasta vivida: storie di amicizia, intrighi tra famiglie, la pubertà che faceva crescere i peli da un’estate all’altra, bagni nel mare, decisioni complesse che Prisca doveva prendere senza l’aiuto di nessuno, provando a non sbagliare, e il suo coraggio. Molto di quello che scriveva, mi sembra avesse a che fare con il coraggio.
Le illustrazioni nelle pagine che sfogliavo erano molto simili a quelle di Roald Dahl, figurine scattanti e filiformi, vivaci anche se immobili, che si allungavano e strabuzza vano gli occhi, con le unghie e i denti appuntiti. Infatti si trattava dello stesso disegnatore, Quentin Blake, solo che le storie di Pitzorno non erano ambientate nella campagna inglese, ma in Italia, e anche questo mi riempiva di entusiasmo e meraviglia per ché per la prima volta era una scrittrice ita liana ad avere accesso alla mia immaginazione.
La mia preferita fin lì era stata Eva Ibbotson, un’autrice inglese che scriveva di maghi cercamoglie e tre zie pazze che rapi vano dei bambini per portarli nella loro isola segreta. Avevo consumato la pagina in cui una strega si tagliava le unghie dei piedi seduta sulle scalette di un camper, e mi ripetevo in testa come un mantra la parola kraken, il mostro tentacolato che usciva dal mare in una delle storie scritte da Ibboston. Colpire l’immaginazione di un bambino, e riuscire a farlo con stratagemmi plausibili, che si insinuino nella sua credulità senza approfittarsene, mi sembra un’arte molto seria e riservata a poche persone.
In un’intervista, Pitzorno precisa che scrivere per bambini sia la stessa cosa che scrivere per adulti, e mi viene da pensare che anzi sia un’operazione ancora più complessa, perché i bambini non leggono per performance, né per lavoro, né, almeno credo, per mettere 5 stelle su Goodreads.
Ero una lettrice più inflessibile e severa a otto anni di quanto non lo sia adesso, e mi accorgevo d’istinto se uno scrittore mi stesse veramente raccontando una storia – grande giubilo – o se invece volesse solo insegnarmi qualcosa – grande orrore.
Chiedo a qualche mia amica e amico di dirmi il libro che più amavano da piccoli, senza pensarci troppo, e dalle loro risposte mi sembra che la scelta abbia soprattutto a che fare con l’emotività, con il fatto che quelle scrittrici e quegli scrittori mettevano in scena per primi un’emozione, fino a quel momento rimasta innominata. Per la mia migliore amica è Cipì, di Mario Lodi, un uccellino che cadeva dal ramo, si perdeva, imparava tante cose, era orfano e abbandonato a se stesso. Per un altro è Momo, di Michael Ende, perché raccontava del tempo e degli uomini grigi che lo rubano. Mi sono accorto solo da grande, mi dice, che si trattava di una critica al capitalismo, ed è la cosa più bella, no?, aggiunge, quando i libri agiscono su un bambino che non ha an cora sovrastrutture, e quell’idea lavora nel tempo, silente, e ti segue fino a quando non sei grande e improvvisamente capisci.
Qualche giorno fa ho finito l’ultimo romanzo di Bianca Pitzorno, La Sonnambula, edito da Bompiani. Erano circa vent’anni che non leggevo qualcosa di suo, ha smesso di scrivere libri per bambini nel 2007.
La protagonista, Ofelia Rossi, scappa dal marito che la picchia, un barone decaduto che si gioca gli ultimi soldi rimasti alle corse dei cavalli (nei romanzi di Pitzorno, mi rendo conto solo ora, mi piaceva anche questo fatto che i maschi non fossero mai i protagonisti assoluti, e che anzi si ricoprissero sempre un po’ di ridicolo).
Ofelia possiede un dono in grado di salvarla dall’indigenza e di donarle la libertà, non tanto quello suggerito dal titolo (non si riferisce al camminare nel sonno ma a un’abilità divinatoria), quanto all’arte di intuire e inventare, collezionare informazioni per poi creare una storia, renderla più bella e convincente della realtà. La sonnambula è infatti una medium, esperta di magnetismo, e a lei si rivolgono le persone che cercano risposte sul loro futuro. Disperate le chiedono: come sarò? Me la caverò? Mi amerà?
Mette insieme i pezzi di racconti che ha ascoltato in strada, le confidenze all’ora del tè, i pettegolezzi che ha origliato nei negozi, e dove ci sono vuoti narrativi inventa, calibra il racconto a seconda di chi ha davanti, per dargli quello che vuole, quello che in fondo vogliamo tutti da un buon libro: un po’ di conforto, la sensazione di non essere soli.
«Perché di una cosa almeno Ofelia era certa grazie alla sua esperienza degli ultimi anni», scrive Pitzorno, «se una persona era disposta a pagare cinque lire a una sconosciuta per conoscere il proprio futuro, certo nel suo passato almeno un segreto doveva esserci. E, a dirla tutta, era anche sicura che tutti, ma proprio tutti, abbiamo qualche se greto. E che quel segreto prima o poi abbiamo bisogno di condividerlo con qualcuno». È un ruolo, quello di chi narra, che si impara gestendo la postura verso l’altro, lo scompenso di informazioni tra sé e il lettore, di cui non bisogna mai approfittarsi. Pitzorno lo fa benissimo: prende per mano chi legge, di qualsiasi età sia, e lo conduce attraverso una storia di cui lei stessa sembra stupirsi. Guarda cosa accade a Ofelia! Sembra esclamarci man mano. Non è incredibile?
E aspetta di sentire il resto, vieni con me a scoprirlo.
A Ofelia in questo romanzo succedono moltissimi fatti, incontra tante persone, si innamora e rischia di perdere l’amore, lotta di continuo con la sua identità, con il suo passato, spaventata dall’idea di non poter fuggire al proprio destino di infelicità e in balìa di premonizioni che la isolano dal resto del mondo.
Tutte queste vite intorno a lei cerca di decifrarle, e poi la persona che meno riesce a definire è lei stessa. Neanche il nome è davvero il suo, ha dovuto cambiarlo per garantirsi una protezione dal marito violento, e nessuno conosce il suo passato, il posto da cui viene, la sua vita segreta. Si chiede di continuo se sia possibile essere felice, se qualcuno mai le porrà le domande giuste affinché la sua vita possa disvelarsi. Vorrebbe anche lei prendere appuntamento da una sonnambula, farsi predire il futuro, ma sa, lei più degli altri, che nessuno è davvero in grado di farlo, e che la vita si può controllare solo nelle sedute di magnetismo, o sulla pagina di un libro.
A risponderle e confortarla, con un espediente narrativo piuttosto tenero, è Pitzorno stessa: riuscirai in tutto quello che vuoi, le dice sotto le sembianze di una ragazzina, e dalla tua progenie nascerà un’autrice che un giorno scriverà la tua storia. Il passato e il presente che si uniscono, la chiusura di un cerchio. Anche per me.
Senza farlo apposta, dalle prime pagine ero in cerca di quello che mi incantava da bambina, il rapporto esclusivo e imperituro che crediamo di avere con gli autori che ci piacciono o che ci sono piaciuti. Chiedevo al libro qualcosa di impossibile, ovvero permettermi di entrare di nuovo dentro qualcosa di totale e pervasivo, viscerale e chiaramente legato a un’età in cui tutto è assoluto e do lente.
Mi ha rincuorato che la magia non si sia ricreata identica a vent’anni fa, è la prova che non sono più, non del tutto almeno, una ragazzina spaventata e di base sola, che si teneva su con queste storie che arrivavano da lontano.
Un mondo immaginativo popolato di parole inanellate tra di loro che creavano una trama fitta nella mia testa, una musicalità, un senso di calore e protezione. Continua vano ad aleggiare nella mia mente anche se non ne ero del tutto consapevole, e sono certa che abbiano contribuito a formare i miei pensieri di bambina, l’ipotesi malinconica che esistesse qualcosa di più, lì fuori, e che va lesse la pena scoprirlo.
Nei libri di Pitzorno le persone sono emotive, parlano dei loro sentimenti, come quando Prisca in Ascolta il mio cuore si ribella alla sua terribile insegnante che favorisce le alunne ricche e umilia quelle povere, consegna al direttore della scuola una lettera di denuncia scritta di suo pugno, è viva e forte.
Avrei desiderato tanto essere così, non ero in alcun modo così.
Prisca e Ofelia sono l’una nei pensieri dell’altra, le dividono centinaia di anni ma in qualche modo esistono insieme, nello stesso momento, custodi del medesimo se greto sussurrato all’orecchio, una confidenza che unisce generazioni di donne e le rassicura sul loro futuro, sul posto che hanno nel mondo, sulla certezza che lì fuori ci sia un’ipotesi migliore.
E sussurrando rassicurano anche me.