Cerca

Contro il mito del viaggiatore fai da te

Si autodefiniscono cittadini del mondo, vogliono l’autenticità, si vantano di conoscere gli aspetti nascosti di una cultura, raggiungono i luoghi più sperduti (e a volte ci rimangono), fanno l’elemosina per essere sostenibili e poi si indignano perché la realtà è diversa dalle loro aspettative. Per fortuna ogni tanto si incontra un viandante, che non ha meta se non il cielo stellato

Turisti fai da te? No Alpitour? Ahi ahi ahi!!» era uno slogan, lanciato nel 1989, diventato poi un modo di dire.

Già allora definiva le due tipologie umane codificate da Umberto Eco: gli “integrati”, ossia coloro che vivono in pace con la cultura di massa, e gli “apocalittici”, gli intellettuali che la considerano un sottoprodotto consumistico.

In quegli anni Ottanta, tutti da bere e da viaggiare, i “turisti fai da te” erano derisi per le disavventure in cui incorrevano. Ma oggi si prendono la loro rivincita, si spingono oltre, non sono più nemmeno turisti. Sono, per autodefinizione, “viaggiatori”. I turisti, a detta loro, sono «troppo numerosi. Pecoroni. Una piaga». La parola stessa è un “insulto” e quindi: «Non definirsi mai turista, bensì viaggiatore, cittadino del mondo su cammini lontani, errante sublime». Il turismo, insomma, è «scandaloso se non è ecosostenibile. Imperdonabile se è di massa». Le definizioni precedenti sono tratte dal Dictionnaire des idées reçues sur le voyage redatto da Vincent Noyouz, giornalista di viaggio ironico e scorretto. È un catalogo di 400 luoghi comuni, pregiudizi, stereotipi su paesi, popolazioni, luoghi, modi di vederli e visitarli, viaggi, viaggiatori, turisti. Si va dalle spiagge, inevitabilmente “paradisiache”, agli indios “depositari di una saggezza millenaria”, al vantarsi che di un luogo si conoscono “gli aspetti nascosti, segreti”. Secondo la tassonomia enunciata da Noyouz, in molti casi si tratta di “Stereotipi Primari” (quelli sulle spiagge ne sono un esempio perfetto) e, tutto sommato, non hanno gravi conseguenze culturali. Al contrario, i cosiddetti “cliché sofisticati” possono determinare errori di giudizio, se non vere e proprie distorsioni cognitive, ossia modalità disfunzionali di interpretare la realtà.

È il caso, ad esempio, della ricerca degli “aspetti nascosti, segreti” di luoghi conosciuti oppure, meglio ancora, di quello che Noyouz definisce «lo sconosciuto, tutto ciò che non è stato visto, descritto, filmato». Ma oggi che gli spazi bianchi sulle carte sono stati colmati, questa ricerca rischia di diventare un’ossessione, un’avventura fine a se stessa. Pur di non apparire semplici turisti ci si avventura su percorsi meno battuti che solo raramente si rivelano pericolosi ma che nella maggior parte dei casi sono semplicemente brutti, inutili, strani. «Se non ci viene nessuno ci sarà un motivo», mi disse un fotografo che avevo convinto a seguirmi in una sperduta regione dell’America Centrale adducendo il motivo che non era conosciuta, non era stata né raccontata né fotografata. E che restò tale, visto che c’era ben poco da fotografare o raccontare. Secondo Noyouz, tuttavia, l’inconnu è sempre più frequentato, soprattutto grazie al diffondersi di una nuova categoria: gli “influencer”, che «ci fanno la cortesia di regalarci i loro bei programmi e di farci vivere “avventure fuori dai sentieri battuti”». C’è anche un lato oscuro in questo fenomeno. È quello in cui scompaiono decine di giovani ogni anno. Spesso per imprudenza e stupidità. In molti casi cercando di raggiungere il luogo più sperduto, lontano, proibito. A volte inseguendo il record di chi spende meno per mangiare, dormire, spostarsi.

Per molti, specie tra quelli che definiamo “anime belle”, il viaggio deve condurre alla scoperta dell’autenticità, della verità, che ineluttabilmente corrispondono allo stereotipo, specie se questo materializza idee terzomondiste, antimperialiste: come “i bambini poveri” che hanno come “sola ricchezza un sorriso grande così”. E così, per inseguire questo ideale, ci sono quelli che cercano di assimilarsi ai dannati della terra. Sono i cosiddetti begpackers, i mendicanti con lo zaino in spalla, che non provano alcuna vergogna nel chiedere denaro per “proseguire il viaggio” in paesi dove il denaro serve a sopravvivere.

In cambio ricevono qualche moneta e molto disprezzo. Perduti in questa invidia delle pene, sopraffatti dal loro egotismo, non esitano a condannare ogni segno di qualsiasi progresso che possa minare i loro stereotipi come una perdita di autenticità, un cedimento al consumismo, una manifestazione del demone occidentale. «La purezza. La Birmania sta perdendo la sua purezza», mi disse con tono apocalittico un fotografo appena rientrato da quel paese molti anni fa, quando l’allora regime militare stava mostrando qualche segno di apertura. «Cos’è accaduto?» gli chiesi, temendo un ennesimo crimine di Tatmadaw, l’esercito. «No, no. È che stanno perdendo la loro identità culturale, passano il tempo nei nuovi centri commerciali, mettono i jeans…» fu la risposta di quell’idiota, utile solo a chi voleva mantenere la Birmania nell’isolamento della storia.

Oggi, a cinque anni dal colpo di stato che ha riportato la Birmania indietro di cento anni, con gran parte del paese dilaniato dalla guerra civile, villaggi distrutti, decine di migliaia di morti, oltre un milione di profughi, Aung San Suu Kyi in carcere, qualche influencer (vedi sopra) ha stabilito che questo è il momento di visitare un paese ancora “incontaminato” dal turismo. Ma la madre degli idioti è sempre incinta e così, scrive Giulio Meotti su Il Foglio: «Al “turismo equosolidale” e al “turismo responsabile” che promuove viaggi della speranza (c’è chi sceglie di occuparsi degli animali e chi di orfanotrofi e bidonville) subentra il “turismo rivoluzionario”. Al posto dei safari etici, il selfie con la kefiah davanti alla terrificante motovedetta israeliana».

Paradossalmente chi aveva identificato questa deriva culturale prima che divenisse mainstream è stato Tony Wheeler, l’uomo che forse più di ogni altro ha contribuito a creare il mito dell’apocalittico “viaggiatore fai da te”: il fondatore della Lonely Planet, la guida di culto per tutti coloro che dagli anni Settanta in poi si avventurarono sulle vie dell’Asia (la prima guida, 96 pagine d’informazioni per viaggiare a poco prezzo in 11 paesi asiatici, la scrisse nel 1972 con la moglie Maureen nella cucina di un bilocale di Sydney dove erano arrivati dopo un viaggio di un anno) e poi di tutto il mondo. «È alquanto paternalistico pensare che la gente nei paesi in via di sviluppo debba mantenere uno stile di vita più semplice per soddisfare il nostro immaginario: “Era così bello quando non avevate l’elettricità, quando non c’erano automobili e le motociclette, quando vivevate una vita semplice”. Ma devo ancora trovare il villaggio del Terzo Mondo dove non abbiano esultato all’arrivo dell’elettricità o gioito a infilarsi in un ingorgo di motociclette invece di andare al lavoro a piedi», mi disse quando lo incontrai nella caffetteria della sede australiana della casa editrice, uno di quei posti che ti facevano credere che stesse nascendo un nuovo modello di lavoro. Ma anche per questo la Lonely Planet era stata accusata di aver tradito la propria vocazione, di essere divenuta un modello di globalizzazione come i McDonald’s o la Coca Cola. «La globalizzazione non è solo a una via. Può anche essere una via di sviluppo. Il fatto è che noi siamo cambiati perché il mondo è cambiato. Alla fine, siamo tutti turisti», commentava Tony. Ma la vera, inequivocabile risposta ad accuse del genere è di Samuel P. Huntington, autore del tanto discusso Lo scontro delle civiltà: «Solo un’ingenua arroganza può indurre gli occidentali a credere che i non occidentali verranno occidentalizzati semplicemente acquistando merci occidentali».

Quell’arroganza, molto spesso scaltra piuttosto che ingenua, è lo stesso motivo per cui quando partiamo non andiamo alla ricerca di risposte, bensì di conferme. «Il problema non è partire con dei pregiudizi ma di ritornare con altri», scrive Noyouz. E se non riusciamo a trovare conferme cambiamo destinazione: ti rendi conto che, nel momento in cui ti trovi “altrove”, questo non esiste più, c’è sempre un posto che ti appare più lontano. Quello che cerchi, alla fine, non è un luogo in sé, bensì la possibile rappresentazione di un tuo immaginario. «Più ci si allontana e meno si viaggia. S’inseguono quelle immagini e quelle parole che hanno costruito il fascino di un luogo. Questo è il desiderio del viaggio: toccare l’immagine matrice», mi ha detto anni fa Marc Augé, il sociologo della surmodernità, il viaggiatore nei non-luoghi.

La Thailandia è uno di quei luoghi archetipici in cui secondo molti si può celare l’immagine matrice, come il tesoro in fondo a un arcobaleno che in questo caso, secondo i veri, apocalittici viaggiatori, si trova a Khaosan Road. Quella via segna il centro di Banglamphu, uno dei quartieri più antichi di Bangkok, dove vivevano gli artisti di corte. Negli anni Sessanta e Settanta i suoi alloggi a basso costo accolsero I vagabondi del Dharma à la Kerouac e la generazione sulle vie dell’Asia descritta da Pico Iyer in C’era una volta l’Oriente. Nacque così il mito di Khaosan che ancor oggi mantiene il suo potere d’attrazione, tanto forte da superare la confusione, la sua stessa trasformazione in ghetto turistico, hub di un network per viaggiatori disteso dal sud dell’India a Bali, e organizzato dalle agenzie ad essi consacrate, che assicurano efficienti collegamenti da Bangkok a Kathmandu, da Saigon a Goa, ma intrappolano i viaggiatori in un circuito che rende difficile qualunque modifica, un non-luogo che potrebbe trovarsi in un punto indeterminato dell’Asia. È per questo che consiglio sempre una visita a quel quartiere (non il soggiorno, per carità): è un laboratorio antropologico. Per i più anziani è la destinazione di una recherche, dove il profumo della madeleine è sostituito dall’odore della papaya salad. Per i giovani, che hanno poco o nulla dei loro padri o nonni, se non l’abbigliamento, è lo scenario di un punto zero da cui partire per perdersi in un qualche altrove, un teatro dell’orientalismo tanto lontano dalla realtà quanto dal centro di Bangkok. «Qui c’è molta energia e pochi turisti, solo viaggiatori», mi diceva con tono ispirato una ragazza italiana. Nel suo leggero vestito a fiori materializzava un mio personale flashback anni Settanta, ma le sue parole e il modo di pronunciarle mi ricordavano il personaggio di un film di Verdone.

Alla fine, tra turisti e viaggiatori, turisti fai da te e intelligenti, apocalittici e integrati, nomadi e vagabondi, appare un’altra figura: quella protagonista del saggio di Umberto Galimberti L’etica del viandante: un uomo che cerca «il centro non nel reticolato dei confini ma in quei due poli che Kant identificava nel cielo stellato e nella legge morale che per ogni viandante hanno sempre costituito gli estremi dell’arco in cui si esprime la sua vita in tensione». «È il paesaggio stesso la meta, basta percepirlo, sentirlo, accoglierlo nell’assenza spaesante del suo senza-confine», scrive Galimberti. E cosa più spaesante e senza confine di quell’orizzonte indefinito di luce, cielo e acqua? L’avevano ben compreso i monaci giapponesi che cercavano un Maestro o l’illuminazione errando di tempio in tempio. Erano chiamati unsui, “nuvole, acqua”, dai versi di un antico poema che recita: «Vagare come le nuvole e scorrere come l’acqua».

Il viandante è così, un nomade che non ha meta. A differenza del viaggiatore che, avendo in vista solo la meta, non conosce l’intervallo tra l’inizio e la fine. Ma qui si va oltre. Oltre la definizione, che pure è importantissima. Ben oltre la banalità conformistica tra turista e viaggiatore.

Massimo Morello (Ancona, 1949), giornalista freelance. Dal 2006 vive a Bangkok dove si occupa principalmente di sud-est asiatico. Il suo ultimo libro è «Burma Blue» (Rosenberg & Sellier, 2021).