Cerca

Donna che cammina sui pezzi di vetro

La teppista delle Orsoline non raccoglie le mutande, non lava i bicchieri e ritrova le scarpe preferite sepolte dieci anni prima sotto il letto. Il disordine è prepotenza, talento, pigrizia e piedi insanguinati come in Die Hard. Ma una casa ordinata è una vita sprecata
di Guia Soncini
illustrazioni di Makkox

Laura era ligure e le piaceva Baglioni. Non ricordo molto altro di lei, se non che a un certo punto me la levarono dalla stanza. Ne fui ben lieta – sono figlia unica: detesto condividere i giocattoli, figuriamoci gli spazi – e forse lo furono anche i miei genitori: negli anni dell’eroina, che le Orsoline ti convocassero sempre e solo perché il teppismo di tua figlia si esemplificava in violazioni delle regole quali “si rifiuta di mettere le pantofole” doveva essere un bel sollievo. La volta in cui spostarono Laura, lasciandomi in una stanza tutta per me, convocarono i miei per annunciar loro una cosa molto grave, per la quale consigliarono una consulenza psichiatrica (sì, il collegio aveva un consulente psichiatrico, del quale ricordo che aveva denti particolarmente brutti). Vostra figlia, dissero con tono grave, non può avere compagne di stanza perché le schiavizza.

La riduzione in schiavitù di Laura-la-ligure era avvenuta, secondo le indagini delle Orsoline di Cortina d’Ampezzo, con una modalità che oggi chiameremmo passivo-aggressiva, e allora ci limitavamo a considerare maleducata. La teppista (io), la schiavista (sempre io), il soggetto pericoloso per la società (indovinate un po’: sempre io) non raccoglieva le mutande da terra.

Le povere suore erano convinte ciò fosse il segnale del mio aver, da gheparda delle dinamiche psicologiche, intuìto la debolezza di Laura e la possibilità di approfittarmene. Lo psichiatra sdentato era invece convinto io fossi una piccola mitomane rovinata da Calasso, e tutti i torti non li aveva: ero entrata nel suo studio dicendo che dal caos nascevano stelle danzanti, e lui non aveva capito che mi piacevano solo molto le copertine pastello, mica avevo intenzione di capire qualcosa di filosofia. Ciò che non sapevano le suore né lo psichiatra è che io le mutande non le avevo raccolte prima e non le avrei raccolte dopo. Ciò che non sapevano né le suore né lo psichiatra era che io le mutande avrei continuato a non raccoglierle anche a cinquant’anni, e soprattutto: che, come tutte le cose importanti della vita, il disordine è una questione di prepotenza.

Certo, come tutto la prepotenza richiede una predisposizione, una vocazione, un talento. Detta più pratica: non ti devono dare nessun fastidio le mutande per terra. Ogni volta che leggo qualche donna lamentarsi perché il marito non lava i piatti, o non raccoglie i calzini, o non rimette il tappo al dentifricio dopo averlo usato, penso: ma perché, voi sì? È chiaro che se lavi i bicchieri io troverò sempre bicchieri puliti, e la mia prepotenza non verrà mai arginata dalla necessità di versarmi da bere: il momento in cui voglio bere e non c’è più neanche un bicchiere pulito è il momento in cui mi decido a lavarne un paio (non uno solo, giacché il mio disordine è strutturato con impeccabile logica, e una volta che ho fatto la fatica di versare del detersivo sulla spugna tanto vale lavi qualche bicchiere in più così da risparmiarmi di replicare l’inane compito già il giorno dopo).

Quel che le suore non sapevano (e che forse lo sdentato intuiva ma taceva) era che Laura non era vittima mia: era vittima del proprio non saper vivere scavalcando mucchi di libri, mucchi di vestiti, mucchi di tutto. Non ho niente contro le laure: ho molte amiche laure anche da adulta. Quando vengono a casa mia chiedono un’iniezione d’antitetanica e minacciano di chiamare la buoncostume. Poi, di solito, fanno una cosa che trovo molto interessante: si mettono a riordinare un tavolo.

Allora. Io capisco i pavimenti. I pavimenti sono in effetti un tema (poi parliamo di Bruce Willis nel primo Die Hard, mio modello               comportamentale nella gestione del disordine): se non sei abituata a scavalcare, inciampi, pesti roba, magari mi rompi persino cose (non so se ci hanno già presentati:           mi chiamo Guia, e trovo intollerabile che qualcuno mi rompa qualcosa solo perché quel qualcosa è appoggiato per terra e quel qualcuno ritiene il pavimento un luogo sul quale camminare).

Ma i tavoli. La nevrosi dello sgombero dei tavoli è, assieme alla gravidanza, la vera ragione per cui non ci sarà mai una vera parità tra i sessi. Ho ridotto in schiavitù molti uomini, nella mia vita. Potrei fare elenchi di uomini che hanno perso, contro di me, la guerra dei nervi a chi carica per primo una lavatrice, lava per primo un bicchiere, disfa per primo una spesa (poi parliamo di quella rete di cipolle lasciate per mesi dentro una borsa che costava come un anno d’affitto, marcite deformandomela per sempre). Ma a nessun uomo mai è venuta la balzana idea di sistemare un tavolo. A cosa servono, i tavoli, se non ad ammucchiarci roba che almeno così non sta per terra e non la calpesti? Le donne no, le donne il tavolo lo vogliono sgombro. E non perché serva: io mangio sul divano e scrivo a letto, a casa mia non servono i tavoli (se non per ammucchiarci cose), non servono i tavoli sgombri, è un riordino privo d’utilità. È per il colpo d’occhio, spiegano serie, mentre io penso: siamo proprio inferiori.

La foto che fa da sfondo alla schermata della mia posta è un fotogramma di non ricordo più quale sceneggiato americano. C’era un personaggio femminile meraviglioso che, nelle intenzioni degli autori, doveva essere disadattato. Perché un personaggio maschile sembri disadattato devi farlo drogare, ubriacare, risvegliare in letti di tizie di cui non ricorda il nome. Perché un personaggio femminile sembri disadattato devi farle avere una casa disordinata; arriverà qualche ospite, e la donna immaginata come sociopatica dagli sceneggiatori si scuserà moltissimo del casino, e quel casino consisterà in: un reggiseno lasciato sul divano; due bicchieri sporchi

che nessuno ha messo nel lavandino della cucina; nei casi più estremi, un cartone della pizza. L’idea degli sceneggiatori americani di “disordine” è come sarebbe casa mia il trentunesimo giorno, se un’impresa di pulizie se ne occupasse tutti i giorni per un mese. L’idea degli sceneggiatori americani di donna equilibrata è una che ripiega i vestiti dopo esserseli tolti. Nella scena che fa da sfondo alla mia posta, la tizia dice: una casa ordinata è una vita sprecata.

(In un film che credo d’aver visto solo io, Lo zio indegno, l’impresa di pulizie di Giancarlo Giannini riordinava a sorpresa casa di Vittorio Gassman. Quando rientrava e trovava i libri in ordine alfabetico, Gassman dava fuoco all’appartamento).

L’anno scorso ho traslocato. Pensavo che ne avrei fatto una saga (mi avevano anche suggerito il titolo: L’epica del trasloco), ma attualmente il resoconto del trasloco è accantonato finché non risolvo l’ostacolo narrativo rappresentato dal traslocatore siberiano. Era un personaggio magnificamente allegro, e questa stupida guerra ne ha annullato il potenziale. Accadono molte cose, quando sei una disordinata cronica che deve svuotare una casa in cui vive da quattordici anni. La principale e più grave è che ogni scambio con vecchi amici e cattivi maestri svela che la civiltà della conversazione è ormai finita, non è rimasto nessuno che non parli come il calendario di Frate Indovino, e sofisticati intellettuali ti dicono, nel tono di chi ti stia facendo dono d’una scomoda verità, che il trasloco è il terzo evento più traumatico che possa accadere a un essere umano (peraltro, in questa avvincente classifica che tutti ma proprio tutti tengono a riferirti, i primi due posti non sono mai gli stessi: decidetevi, cari docenti universitari che ambite a essere Frate Indovino, è più traumatico il divorzio o il lutto? Il licenziamento o l’orfanitudine?).

Dopo il trasloco-terzo-trauma, e prima delle mezze stagioni, c’è: la casa nasconde, non ruba. Tutto quel che avevo perduto negli anni era lì. Le mie scarpe estive preferite? Sotto il letto della stanza degli ospiti. La prima edizione di When she was good di Philip Roth? Sotto il mio letto, assieme a un libro di Raffaele Morelli (chissà quanta compagnia si saranno fatti). Quella rete di cipolle che credevo l’Esselunga non mi avesse mai consegnato? Scivolata dentro quella borsa che avevo fatto un mutuo per comprare e che ora non potrò mai rivendermi – il che ci porta ai pochissimi svantaggi dell’essere disordinata. Le mie amiche hanno le borse custodite nelle dust-bag (quei sacchetti di stoffa che accompagnano le borse costose), e i vestiti appesi sulle grucce originali, e le scarpe con la carta velina a non farle deformare. Le mie amiche, se domani si ritrovano povere, possono rivendere interi guardaroba. I miei Lanvin sono perlopiù impadellati di sugo: li ho pagati interi stipendi, e non me li prenderebbero neanche alla raccolta abiti per i poveri. Io, ogni volta che voglio uscire con due scarpe uguali che non metto da più di due giorni e che sono quindi finite sotto il secondo strato di disordine, ci metto due ore a trovarle. Sui calzini ho ceduto da anni: è impossibile trovarne due uguali, ma se non sono uguali non se ne accorge nessuno. Mi sono nel tempo convinta che la figaggine di certi personaggi maschili, da Dylan Dog a quello interpretato da Mickey Rourke in Nove settimane e mezzo, quei personaggi con l’armadio da serial killer pieno di vestiti tutti identici, quella roba lì fosse in realtà un inno all’ottimizzazione del disordine, che i maschi geneticamente superiori praticano con più professionalità: se avessi sempre comprato calzini dello stesso colore, ora abbinarli non sarebbe una causa persa.

Abitiamo il secolo in cui conta ciò che sei, non ciò che sai. Perciò gli editori commissionano memoir dolenti sulle esperienze degli autori: scrivici, o futura bestsellerista, il resoconto di quella volta che t’hanno detto “scànsati, culona”, o di quell’estate in cui bevevi la birra invece della gazzosa, o dei genitori che non vennero al tuo saggio di danza. Narraci il tuo trauma, e lo venderemo come zucchero filato. Sono così fortunata da far coincidere epistemologia e identità: sono disordinata, e so il disordine. Da quando tornavo da scuola e mollavo per terra nell’ingresso lo zaino, perché non vedevo una ragione al mondo di fare la fatica di portarlo fino alla mia camera; a oggi, che compro nuovi bicchieri per non fare la fatica di lavare quelli sporchi (non sempre, giuro; ma abbastanza spesso da non aver fatto un plissé quando il siberiano ha incartato male i bicchieri rompendomene due terzi: mi avanzano comunque abbastanza bicchieri per aprire un bar). Quindi, il libro che mi chiedono più spesso è un elogio del disordine. Che però si arena sempre sulla (inspiegabile) volontà degli editori di non farlo restare invenduto. Sostengono gli editori che il mio elogio del disordine debba essere motivazionale. Incoraggiante. Col lato luminoso. Il lieto fine. Narraci, o abitante d’un porcile che chiami casa: in che modo vivere là in mezzo è più rasserenante che vivere nelle case sgombre che c’incoraggia ad avere Marie Kondo?

Non è che il disordine non sia un vizio irrinunciabile, una goduria perpetua, una scelta che mi soddisfa: altrimenti sarei già diventata ordinata. È che la mia motivazione, il mio lato luminoso, la ragione per cui non sono disposta a rinunciarci è impresentabile (accade spesso, coi vizi: è il motivo per cui nessuno chiede ad Hannibal Lecter un elogio del cannibalismo).

Espongo, parlando con gli editori, motivazioni finte. No, non finte: secondarie. Per esempio: vivere col disordine è una continua sorpresa. Aprendo scatole in cima a librerie e cassetti chiusi da decenni, durante il trasloco, ho trovato pezzi di vita dei quali non avevo nessuna memoria. Ma veramente una volta a vent’anni mi hanno processato per aver insultato una vigilessa? Ma veramente a trent’anni i miei vicini di casa compilavano indignate letterine perché tenevo la musica alta, io che mi dà fastidio anche il telegiornale, io che mi affaccio protestando come una bisbetica se qualcuno osa chiacchierare per strada? Chi è quella lì, tra gli strati di passato accumulati e dimenticati, io non la conosco, presentatemela. E poi c’è la gioia di ritrovare cose che credevi perdute: una cosa che ritrovi non pareggia, una cosa che credevi perduta per sempre e scopri ancora tua è un dono inaspettato, sono mille punti, è una gioia che chi non è disordinato non prova mai. Certo, non ho messo le mie scarpe preferite per dieci estati, ma vuoi mettere la delizia di ritrovarle intonse, giusto con dieci anni di polvere sopra? Non compro vestiti da anni, ma ho sempre vestiti nuovi: se scanso quattro strati di disordine dalla poltrona della camera da letto, sotto ci trovo vestiti ancora con l’etichetta, comprati quaranta stagioni fa e poi sepolti. Non serve neanche il lavasecco, basta un paio di forbici per togliere l’etichetta, e altro vantaggio dell’essere disordinata è che hai smarrito le forbici dentro casa tante di quelle volte, e le hai ricomprate tante di quelle volte, che adesso ne hai un paio in ogni stanza. Marie Kondo si darebbe fuoco, lei che non vuole farci tenere neanche la carta igienica di riserva.

 

Ragioni fittizie, dicevo. La vera ragione la confesso solo qui, in questo contesto intimo, in questo diario segreto delle mie perversioni. La principale dote atletica, in quello sport competitivo che è il disordine, è sì la prepotenza, ma quella prepotenza ha un tratto specifico: quello della pigrizia. Certo che cercare le scarpe è una scocciatura, ma imparagonabile alla scocciatura che sarebbe mettere ordinatamente via le scarpe nel loro bravo armadio quando te le levi. Certo che scavalcare la spesa mai disfatta nell’ingresso è un ostacolo, ma mai quanto la dedizione che richiederebbe mettere a posto la spesa appena consegnata. Si tratta di trovare un equilibrio esperto tra la pigrizia e i danni: mettere via la roba fresca, e lasciare nell’ingresso le bibite. La volta delle cipolle fu una distrazione: può capitarne una, in cinquant’anni d’onorato disordine.

Certo che non sai mai esattamente quanta roba da bere hai in casa, visto che non la metti in ordine ed essa è sparsa in sacchetti lungo varie stanze (amica che in sede di trasloco ti prestasti a stappare e svuotare centocinquanta boccette d’acqua tonica scaduta evitandomi di affidarle al siberiano: ti voglio bene); ma ci sarà sempre, sempre, sempre un sacchetto nascosto in un angolo, da scovare nelle sere in cui pensi di aver finito il vino e invece eccola lì, la bottiglia dimenticata.

Cipolle a parte, l’unico rimprovero che ho da fare al mio disordine riguarda i vetri. Se si rompe un bicchiere è un casino, perché se si rompe un bicchiere io non riesco ad accantonare la mia pigrizia quel che basta per aspirare i vetri subito. Penso: oggi ci giro intorno, ci penserò domani. E mi ritrovo come Bruce Willis nel primo Die Hard, quando il cattivo si accorge che è scalzo e spara alla vetrata, così il poverino quando deve scappare si ritrova con mille schegge nelle piante dei piedi. Ho non solo forbici, ma pinzette in ogni stanza: sono così esperta nell’estrazione di minuscole schegge di vetro che dovrebbero darmi un diploma da infermiera onoraria. Ogni volta giuro che è l’ultima, che la prossima diventerò ordinata e i vetri li raccoglierò subito, ma la drammatica verità è che non rompo bicchieri abbastanza spesso da rieducarmi. E da convincermi che avessero ragione le Orsoline a indignarsi per il mio girare per la mia incasinatissima cameretta senza pantofole.

Guia Soncini (Bologna, 1972), scrittrice. Ha pubblicato, tra gli altri, «I mariti delle altre» (Rizzoli, 2013, Premio Forte dei Marmi), «L’era della suscettibilità» (Marsilio, 2021) e «L’economia del sé» (Marsilio, 2022). Il suo ultimo libro è «Questi sono i 50» (Marsilio, 2023).