Ogni mattina Victor Diaz viene a sbattere contro la mia porta finestra. La vista è tutta verde, una ressa di piante popolata da una miriade di insetti che vanno e vengono. La grande finestra riflette il verde e forse Victor Diaz ci vede l’altra metà del giardino che per qualche divieto misterioso non riesce mai a raggiungere. Ci riprova. È un un uccellino marrone dal petto giallo e qui nell’Amazzonia peruviana si chiama così perché il suo canto sembra dire «Victor Diaz». Scendo le scale di legno dalla mia stanza da letto. Un’altra porta finestra mi separa dal giardino e poi dalla cucina esterna. Sembra più presto del solito a guardare la luce. Mi bruciano un po’ gli occhi.
«Quando di mattina c’è la nebbia vuol dire che sarà una giornata calda e soleggiata». Mio padre è appena tornato dal mercato col pane fresco per la colazione e le altre compere per il ristorante. Lo aiuto a scaricare. Porta tutto in uno scooter elettrico di marca cinese di cui va fiero. Tra le gambe ha un grappolo di platani verdi. Un grappolo di platani qui in Amazzonia non ha nulla a che fare con un grappolo, che ne so, d’uva, o delle banane che si trovano in ogni supermercato. Sembra più il ramo intero di un albero da dove dondolano almeno una cinquantina di bananone verdi. Pesa e mio padre non ce la fa. Lo faccio io. Speriamo che la giornata sia bella. Più sole c’è, più caldo fa e più gente viene a rinfrescarsi nella nostra piscina circondata dalla vegetazione e a mangiare nel nostro ristorante. Scherzo, «bÈ il riscaldamento globale a noi conviene», mio padre ci ride e pure io ma subito sento un sapore amaro in bocca, quasi di un sacrilegio.
L’acqua per le nostre due uova alla coque sta bollendo. Chiedo a mio padre di controllare l’ora. Cinque minuti di solito vanno bene ma non sono sicura che sia lo stesso qui. Elevazione, acqua e anche densità delle uova, spesso me ne dimentico. La terra trema. L’ha sentita anche lui tremare? Non dice nulla e io taccio. Aspettiamo che le uova siano pronte in silenzio. Le mangiamo con sale e pepe, e la terra trema ancora. Né più né meno forte di prima. Penso che possa essere la segheria che ci attanaglia da anni con le sue malefatte, proprio di fronte a noi. Ma normalmente il tremore non dura così tanto, e prima si sente il tonfo del tronco morto contro il cemento del pavimento. Solo dopo il tremore, breve, secco. Questo invece non è da tonfo, è come la pancia di una danzatrice del ventre che si scuote da dentro verso fuori. Un movimento interiore, che sembra venire da sotto la pelle della terra. Continuo a tacere, temo che mio padre ricominci uno dei suoi perpetui sfoghi contro la segheria. Ma ora anche il caffè nelle nostre tazze si sta muovendo. Glielo faccio notare.
E infatti: «Questi delinquenti, sono sicuramente loro che hanno qualche macchina scassata, sono anni che devo combattere con questi criminali, ammazzano la foresta e a nessuno gliene frega niente», via via, in crescendo. Mi pento di aver parlato ma sono preoccupata anch’io. Controllo su internet se ci sono allerte sismiche, ma niente. Tutto tace e ora anche la terra si calma. Il pensiero dura ancora per un po’, poi entrambi ce ne dimentichiamo. Gli occhi continuano a darmi fastidio.
Man mano che passano le ore il caldo diventa più forte. Insieme a lui arrivano i nostri clienti, accaldati, assetati e poi affamati. Sono cordiale, mi danno fastidio quelli che entrano ancora ubriachi dalla sera prima, con gli occhi rossi e l’alito pesante. Sempre molto effusivi, anche troppo. Iquitos è un posto dove volendo la festa non finisce mai. Si può andare da sole a sole. Alla gente non dà fastidio, tutti lo hanno fatto una volta nella loro vita. Il caldo e l’umidità sciolgono già le inibizioni e i corpi sudati emanano un odore dolciastro e un po’ aspro, come un mango maturo con lime, che fa venir voglia di diventare parte del sapore della notte tropicale. Ma la fine arriva sempre. La fine della birra, la fine della notte e, in fondo, la fine della festa.
Oggi lascio la città per un po’. Andrò a Requena con mia madre. Requena è una cittadella sulle rive del rio Ucayali. Immagino un paradiso che mi aspetta di là dal fiume dove si vedono solo alberi. Lo zaino in spalla sul retro dello scooter di mio padre, incontriamo il primo impiccio. Un camion sgangherato sta bloccando le due corsie della nostra avenida. L’uomo alla guida a stento arriva al finestrino. Il suo viso marcato dal sole e dalla vita. Lo guardo per qualche minuto mentre cerca di fare manovra per entrare con il camion carico di alberi morti nella segheria. I tronchi così spogli e grigi come cadaveri ammassati senza rispetto. Mio padre non perde l’occasione per inveire di nuovo contro la segheria e questo paese che va in malora. Ritorno in me. La strada si sblocca e il traffico riparte. Motorini smarmittati, motocarros carichi di persone o, molti di più, vuoti in cerca di passeggeri, macchine, fumi neri da scarichi negletti e un gran vociare, percorriamo la dritta avenida verso il centro da dove parte il mio autobus per Nauta. Non ho mai preso un autobus per Nauta e vengo qui da anni. Devo stare vigile a qualsiasi dettaglio perché non vorrei che l’autista non si fermasse al km 32. A quell’altezza ci aspetterà mia madre sul bordo della strada. Mia madre è piccola e tosta, ma ha quasi 70 anni e voglio proteggerla. Saluto mio padre che mi augura un buon viaggio. Anche lui è vecchio ormai, piccolo e fragile ma tosto.
L’autista chiaramente si diverte guidando e parte a tutta birra. L’autobus è un pulmino. Sono riuscita a tenere il posto accanto a me per mia madre, anche se gli altri posti sono pieni. Mi sento in colpa con questo posto vuoto accanto a me. La straniera del gruppo. Dopo un po’ mi accorgo che il mio senso di colpa non ha senso. La cumbia suona, i cellulari parlano, la gente si addormenta. Guardo fuori dal finestrino. Il cielo è ancora coperto ma il caldo non ci dà tregua. Ora apprezzo l’aria condizionata che altrimenti non tollero. In un batter d’occhio siamo al km 32 e tutti i passeggeri fanno a gara a riconoscere mia madre, in piedi come una scolaretta sotto l’ombra di un grande mamei – Syzygium malaccense – l’albero frondoso e ordinato che si adorna di un tappeto viola quando i fiori profumati cadono per terra. Sta lì in piedi con gli occhiali da sole, il cappello, lo zainetto e la posa da generale, serio e severo, aspettando che un veicolo si fermi per lei. Si rilassa al vedermi e sorride. Finalmente ecco la prova in carne e ossa che quel posto vuoto aveva un perché.
Il viaggio dura ancora una mezz’ora e poi ci troviamo a Nauta, una versione molto rimpicciolita di Iquitos, da dove parte il rapido per Requena. Quattro ore al massimo. Tranquilli perché ci daranno il pranzo e c’è il wifi. Starlink, mica male. È passata l’una, il cielo è grigio, ho fame e mi bruciano ancora leggermente gli occhi. Non ci faccio troppo caso. Sono distratta da un venditore ambulante che da un secchio di plastica pieno di piccole uova bluastre che sembrano sgonfie, offre spuntini ai viaggiatori. Una prelibatezza di questa giungla: uova di taricaya. La taricaya – Podocnemis unifilis, è una tartaruga verde tipica dell’Amazzonia, con striature gialle. Le mamme sotterrano le loro uova nelle sabbie delle spiagge che si creano nella stagione secca – quindi adesso.
Il viaggio da Nauta a Requena dura tantissimo, quasi sette ore. Ci sono bambini che cercano di vendere formaggio a una delle nostre fermate. Mia madre è infastidita dal ritardo e dalla mancanza di spiegazioni. Ma lei sembra l’unica a essere impaziente. Molti dormono, io mi lascio condizionare dal suo stato d’animo e inizio ad annoiarmi. Ero curiosa di vedere quanto fosse basso il fiume. Nelle notizie locali e sui social media si parlava molto dei fiumi troppo secchi. Pensare che il Rio delle Amazzoni, il fiume più grande al mondo, sia quasi in secca fa impressione. Non lo abbiamo visto perché Nauta è dove i due fiumi, Ucayali dal sud e Marañon dal nord, si incontrano per formarlo, il mitico Rio delle Amazzoni. Noi abbiamo risalito subito l’Ucayali e francamente non ho capito bene se fosse basso oppure no. Non ho termini di paragone. Questo è il mio primo viaggio. Ho notato però che ci sono migliaia di tronchi morti sulle rive del fiume. Immagino che quando le acque cresceranno, tutti questi tronchi potranno causare incidenti con le imbarcazioni. Specialmente con quelle piccole e leggere come la nostra. Una scatola di latta, adattata con sedili, giubbotti di salvataggio, e finestre di plastica, spinta da due grossi motori fuoribordo. Incontriamo al nostro passaggio varie navi ferme, insabbiate, cariche di bombole di gas oppure altri generi di combustibile per Iquitos. Ora capisco perché c’era la fila al benzinaio in città.
E pensare che la città si potrebbe alimentare con pannelli solari invece che con una costante combustione di petrolio, ma l’economia mondiale e il sottosviluppo non permettono un approccio alternativo al problema energetico. Anzi. L’Amazzonia sembra essere uno di quei posti dove la distruzione avviene in tutte le forme, sta davanti agli occhi di tutti e li abitua anche a questo. Con questi pensieri non faccio caso che ormai è buio quando arriviamo a Requena con tre ore di ritardo.
Il porto è una spiaggia fangosa, senza altra illuminazione che le piccole bancarelle giornaliere di cibo e merci spicciole. Mia madre è visibilmente frustrata e anche un po’ persa. Non ci vede più dall’occhio destro da un po’ ormai. Glaucoma dice lei. Possibile. Prendo in mano la situazione e ingaggio un motocarrista che ci porti nel centro della città. Normalmente il centro ha una piazza chiamata Plaza de Armas, per commemorare le armi che hanno reso possibile l’indipendenza dei paesi latinoamericani. Nazioni nate dalla guerra, dalla rivolta contro i poteri colonizzatori. Il ragazzo è simpatico. Ci porta in centro e la piazza mi sembra venuta fuori da un film di fantascienza. Le luci al neon di colori fosforescenti fanno pensare all’estetica dell’arrivo degli alieni. In Amazzonia c’è un gran da fare con gli alieni. La gente li tira in ballo anche nei miti e nelle leggende, sia antiche che metropolitane. Alcuni stranieri dopo aver bevuto l’ayahuasca affermano di averli visti. Un inglese anni fa si era fatto carico di costruire una piramide galleggiante sul Rio delle Amazzoni davanti al centro di Iquitos. Gli alieni gli avevano dato questa missione, a suo dire. Che fare? Non restava altro che dirgli: «Certo, come no!».
Abbiamo fame e mangiamo un pasto veloce in un piccolo ristorante chiamato Bamboo, tutto decorato in legno di bambù, appunto. Mamma vuole ordinare del pesce, alimento tipico di Requena, dice. Lei lo deve sapere visto che ci è cresciuta, ma di pesce non ce n’è molto e quello che c’è costa caro. Ma come mai se nella stagione asciutta il pesce normalmente abbonda? La ragazza che gestisce il Bamboo ci dice che in effetti non è normale, ma davvero di pesce se ne trova poco. Vedo negli occhi di mia madre calare un velo di delusione. Stiamo facendo questo viaggio assieme perché lei possa farmi vedere dove e come è cresciuta. Io non so quasi niente di Amazzonia. Lei ha vissuto i suoi primi ventisei anni in questa parte del mondo. Io sono cresciuta in Italia e in giro per il mondo.
Ci accontentiamo di quello che c’è da mangiare e parliamo un po’ del passato. Sono in cerca del passato della mia famiglia, soprattutto quella amazzonica. Penso spesso che abbia a che vedere con qualcosa che è successo nella famiglia peruviana. Qualcosa che è venuta da antenati sconosciuti perduti nella nebbia del tempo, passata poi per mia nonna materna a mia madre e poi fino a me. Andiamo a fare un giro per la piazza cercando l’alberghetto dove passare la notte. Lo troviamo. È piccolo, male illuminato, senza finestre ma abbastanza pulito. Con un po’ di fantasia i toni di turchese e azzurro delle pareti potrebbero essere preziosi, degni, che so, di un albergo messicano. La doccia, il bagno e il lavandino sono tutti più o meno insieme. Se ti fai la doccia si bagna la tazza del cesso, quando lavi i denti nel lavandino il pavimento è bagnato, dunque devi pensare a cosa vuoi fare prima. C’è qualcosa che mi piace in questa gestione dello spazio semplice e non ben ragionata.
Nel letto che condividiamo, sollevate dal fresco del ventilatore, ripenso alla delusione negli occhi della mamma pochi momenti prima. L’ho sentita bruciare anche io quella delusione. Brucia proprio sottopelle. Ma ci si rende conto che quello che si è ricevuto è mille volte più interessante di quello che si desiderava. Il sonno arriva piano piano, in punta di piedi, e mi sorprende.
Chissà che ore sono. Non riconosco il buio. Immagino forme intorno a me, sono familiari o immaginate? Qualcuno si muove nel buio. È mia madre. La riconosco dall’odore. In un baleno ricordo tutto. La stanza senza finestre e i suoi colori allegramente assurdi. Ho sudato, sudo sempre in questa Amazzonia umida. Una doccia e via. Si va a cercare un posto dove fare colazione. Anche oggi il cielo è coperto. Per un momento facciamo le turiste per caso nella piazza centrale, Plaza de Armas. C’è la scultura di una canoa guidata da due indigeni e in piedi in posizione eretta sta un prete. Un missionario francescano, il “fondatore” del villaggio che poi diventò Requena. Mia madre gli fa la foto e io faccio la foto a lei che fotografa. Intorno torreggiano le due scuole per cui questo remoto paesino è famoso, così famoso da essere stato rinominato l’Atene dell’Ucayali. Una per signorine, l’altra solo per ragazzi. È così dalla fondazione. Le guardo cercando di immaginarle al tempo di mia madre. Ora sembrano così spoglie e banali. Più in là, vicino al fiume c’è una croce di dieci metri costruita su un promontorio. La Cruz del Peladillo – la croce sul dorso del colle. Costruita sulle rive del fiume come un faro per riportare alla giusta via i marinai persi. La giungla tenta le anime dei cristiani nel suo mistero.
Dalla cima del Peladillo, sotto la croce guardiamo il sole alzarsi, ma è un sole strano, rosso come un pomodoro. Non ha raggi intorno a sé. È come se la luce che porta sia stata catturata dalla foschia che ci circonda prima di raggiungerci. Ho un flash. Ricordo quando New York si era svegliata coperta dai fumi degli incendi in Canada. Ero lì, vivevo proprio nel centro della bestia. La notizia era sulla bocca di tutti. L’aria densa e gialla, gli occhi bruciavano, si respirava male. Ah! Il bruciore degli occhi che mi perseguita da Iquitos. È di questo che si tratta? Qui a Requena fa un effetto diverso che nella capitale del primo mondo dove tutti facevano foto, si riparavano dietro mascherine – quelle del Covid, e si meravigliavano, quasi si risentivano, della faccia distruttrice della natura. Qui non gliene frega niente a nessuno. La gente va avanti come ha sempre fatto. Se il fiume è ancora lì, il cellulare è carico, la speranza è viva anche se deve serpeggiare tra l’immondizia che strangola piante, animali e persone, allora è tutto normale.
Quindi è questo che succede? Sono gli incendi del Brasile. Da giorni se ne sente dire nei social media, ma una cosa è vedere immagini nel cellulare e un’altra, letteralmente, respirarla. Il Brasile è enorme e non troppo distante da qui. Al vento non importano le distanze, specialmente in un terreno dove non ci sono ostacoli, e il fumo si sposta liberamente fino a noi. Ho un brivido.
Uno dei tanti cugini di cui non sapevo l’esistenza ci porta con il suo motocarro a vedere la città. Un pappagallino verde e chiacchierone gli salta da una spalla all’altra arrampicandosi per le curve del collo. Ci racconta che lo ha adottato, era stato abbandonato con le ali tagliate. Mi sembra un bel gesto di questo omone grande e bonaccione rimasto vedovo da un anno e con cinque figli piccoli a carico. Vive assieme ai genitori anziani, mangiano tutti insieme e cercano di tenersi stretti dopo la tragedia.
Requena si estende su varie colline, ci sono pietre rotonde sulle strade, come un breccino però di quelli lisci, senza spigoli, la terra è rossa, argillosa e fa un bel contrasto con il verde della vegetazione. Qui c’è vista. La paragono a Iquitos che è costruita in una pianura, e non puoi vedere niente da un’altra prospettiva. L’alto e il basso sono assoluti, il cielo è l’alto e il basso la terra dove si cammina. Le colline invece formano ombre e curve, sia nel paesaggio sia nella mente di chi ci vive.
Verso le quattro andiamo a vedere la laguna Avispa, laguna Vespa per la sua forma che ricorda l’insetto e il suo punto vita stretto.
Sulla riva dove arriviamo con la moto c’è un ristorante. Sembra abbandonato. C’è una piscina dalle acque torbide e sporche di foglie secche, anche quella abbandonata. Proprio sull’orlo del dirupo che porta all’acqua ci sono dei tavolini tiki che guardano verso la laguna, dove bambini muniti di retine e canne rudimentali cercano di procurarsi un pesce da portare a casa. Li sento prima di vederli. Mia madre mi racconta di come anche lei da bambina, assieme a suo fratello maggiore, Fernando, andava a anzuelar (tirare la rete) per portare qualcos’altro per la colazione. Tutti contribuiscono alla sopravvivenza qui, è normale. Durante una di queste mattine lei, bambina terribile, spinse suo fratello dentro l’acqua per forzarlo a nuotare. Fernando era quasi annegato ma alla fine aveva imparato a nuotare. Non ci sono scuole di nuoto in Amazzonia, almeno non ce ne erano al tempo. Il sole sta calando davanti a noi, sempre rosso, strano, coperto dal fumo degli incendi, ma per un momento tutto sembra magico, il lago prima argentato ora è dorato. Immagino giornate passate con questa vista senza distrazioni. Contemplando la natura maestosa e misteriosa in tutta la sua gloria. Qui è quando nasce Dio.
La cena un po’ arrangiata, con il fratello e la famiglia di quel cugino vedovo che ci ha scarrozzato tutto il giorno. Luis, detto Lucho (Lucio), è il fratello maggiore, è più piccolo di stazza, assomiglia più a sua madre come spesso succede ai primogeniti maschi, è un tipo allegro e dalla parlata facile. Loro sono della stirpe di mio nonno Leon, e non hanno nulla a che fare con mia nonna. Mia zia è la sorellastra di mia madre. Mio nonno era un uomo molto generoso del suo amore, ha avuto famiglie e figli con tante donne, ma ha sposato solo mia nonna. Lucho ha una moglie spiritosa e gentile, sembra molto più giovane di lui. Hanno tre figli curiosi, affettuosi e a prima vista anche studiosi. Una bella famiglia che vive in una casetta fatta di legno dal pavimento di terra e il tetto di latta che ogni volta che piove canta al ritmo delle gocce grosse dei temporali amazzonici. Vivono vicino al fiume che è bassissimo e nel suo letto la gente ha piantato i propri orticelli e tanto camu-camu da vendere a Iquitos. Il camu camu è una bacca viola dalla polpa asprissima e rosa che cresce in arbusti a volte alti più di due metri. Il suo pregio è che ha una grande quantità di vitamina C. Ora è di moda in paesi come il Giappone e gli Stati Uniti dove viene esportato in grandi quantità. Il suo frutto però deve essere essiccato per mantenere il bel colore e l’integrità delle vitamine, quindi in quei paesi non se lo godono, il sapore del succo mescolato allo zucchero.
Stasera non piove, il tetto non canta e tutti assieme guardiamo il tramonto di quel sole rosso come una palla da biliardo privo di raggi. Mangiamo delle “polpettine” di mais che qui si chiamano humitas, cotte al vapore e racchiuse in foglie di banana. Hanno un sapore particolare dalle foglie, sanno di terra, fumo e amore. Le gustiamo con una salsetta di cipolle rosse, lime, sale e coriandolo. I bambini giocano con i loro pappagallini e tutto sembra così semplice e leggero. Mio cugino, padre di questa famiglia, è il vicepreside della scuola per ragazzi di Requena. Gli dico del mio desiderio di scoprire se ci sono album fotografici degli alunni delle scuole che mi facciano vedere con i miei occhi le facce degli studenti amazzonici educati dai missionari stranieri. Cerco quella di mia madre. Ho anche una strana voglia di vedere le prime foto scattate dai missionari, se ci sono ancora. Cerco qualcosa negli occhi degli studenti e delle studentesse, non so cosa, forse una conferma. Queste scuole mi fanno pensare ai collegi per nativi negli Stati Uniti e il Canada, dove i governi hanno fatto di tutto per sradicare la memoria, le tradizioni e le lingue degli indigeni del nord di questo continente. E anche le vite. Le scuole non dovevano essere molto diverse da questi due collegi qui a Requena, da quanto racconta mia madre. Ora che ha settant’anni non ne vuole parlare ma da giovane mi raccontava tanto della sua infanzia. Di come l’avevano bastonata sia fisicamente sia emotivamente quelle monache francescane tedesche. Immagino di trovare discrepanze ovvie tra i vestiti rigidi imposti ai giovani amazzonici e le loro pelli color cioccolato, i loro capelli corvini legati, privati dell’intimità libera con la terra, l’aria, l’acqua di questa foresta. C’è un’irreparabile assurdità in questo incontro. Soprattutto nella costrizione a comportamenti che non hanno niente a che vedere con l’ambiente dove sono stati imposti.
La notte prima di andare via da Requena, seduta sul letto della nostra stanzetta, sento arrivare l’angoscia che si sente quando qualcosa di bello sta finendo e ci si avvicina a tornare a qualcosa di spiacevole. Il suono di un messaggio nel telefono mi distoglie. Non mi ha scritto nessuno ma arrivano notizie di quanta Amazzonia sta bruciando, in Brasile, Bolivia, Ecuador e ora anche in Perù. Finalmente il governo peruviano si accorge di quello che avevo visto da giorni. Il fuoco, i suoi fumi sono arrivati a noi e non se ne scappa. Le autorità ne parlano, ma le autorità minimizzano, e vantano piuttosto quanti aerei la grande nazione del Perù ha mandato in Bolivia per salvare i milioni di ettari che bruciano.
La notte è passata senza sogni. Il mattino è tranquillo e silenzioso. Facciamo un ultimo giro per la piazza arredata per l’arrivo degli extraterrestri. Guardo di nuovo la statua del missionario fondatore. Gli indigeni sono molto più piccoli e lui torreggia in piedi come a domare il fiume sul quale la canoa dovrebbe stare navigando. Non c’è fiume, né intorno alla statua né intorno alla città. Il fiume è diventato un torrente grande ma stanco. Cerchiamo un posto con del caffè ma qui in Amazzonia la gente non beve il caffè la mattina. Solo al mercato troviamo una signora che ci riscalda dell’acqua e ci serve delle bustine di caffè istantaneo con delle tazze enormi e un contenitore ancora più grande di zucchero. Aspettiamo così l’arrivo della nostra barchetta a motore che ci riporterà a Iquitos con il suo wifi offerto da Elon Musk. Come sempre il ritorno è più breve dell’andata. Sono piena di una calma che non so descrivere. Come un vuoto. Saluto silenziosamente l’acqua del fiume, gli alberi che sembrano anch’essi salutarmi. Ricordo la volta che tornata nella casa di Iquitos ho visto nel giardino posteriore coperto dalla spazzatura dei vicini, un anaconda rifugiarsi tra le buste di plastica, i giocattoli rotti e la melma. Quanta pena ho sentito per quella creatura magnifica che nella mitologia di questa terra ha portato la vita, ha creato il creato. La promessa di ripulire le acque almeno del mio giardino per quella dea della giungla. Promessa ancora incompiuta. Per fortuna uno stormo di aironi si avvicina graziosamente alle acque del fiume Ucayali e con delicatezza si posa sulla riva. Proprio lì davanti a me. Sento la bellezza prendere spazio nella mia anima e scacciare i pensieri che mi volevano offuscare il cuore. La gente intorno dorme. E finisco di ricordare quello che mi hanno detto le ragazze che lavorano nel mio alberghetto di Iquitos. Quando si vede un anaconda, arriva sempre un fulmine. Quel giorno dopo il mio giro nel giardino posteriore pieno di sporcizia sono tornata al bar dove le ragazze aspettano l’arrivo degli avventori. Ho raccontato loro di aver visto quello che pensavo essere stato un anaconda. Era una giornata di sole ma da un momento all’altro è arrivata una nuvola nera, minacciosa, e con la nuvola proprio lui, il fulmine. Era un anaconda!
Ho lasciato mia madre a casa sua prima di tornare in città. Abbiamo mangiato del mango fresco e ho visto la sua tranquillità nel piccolo mondo circondato da alberelli che accudisce come se fossero suoi figli. Miei fratelli. La serata all’albergo è andata tranquilla. Una coppia di europei amici di mio padre, anche loro folgorati da un’Amazzonia che ti strega il cuore, è venuta a cena. Mio padre gli racconta i tremori della terra dovuti alla segheria di fronte. Sono continuati e aumentati nei giorni che non c’ero. Dico che parlare con quelli della segheria non porta mai a niente. Mio padre con il suo cuore da ragazzo vorrebbe fargli causa, e vorrebbe che scrivessi lettere su lettere a organizzazioni internazionali per cercare di salvare questa terra che brucia. L’ospite tedesca suggerisce che forse la segheria non ha qualche macchinario rotto, ma piuttosto che la terra, d’ordinario molto umida, si è fatta secca, e perciò la segheria si sente di più e la terra trema. Spiegazione plausibile ma non consolante. Penso a un altro serpente mitologico di questa terra. La Sachamama, un boa gigantesco che a volte si addormenta. Il suo sonno può durare decine di anni, ma quando la Sachamama si sveglia disturbata da qualcosa, o dalla fame, la terra intorno a lei trema. Non c’è un fulmine a dare conferma della sua presenza o del suo avvistamento. Di certo però noi piccoli umani, che causiamo malora ovunque in questa terra, l’abbiamo disturbata.
Ora si muove.