Voi siete mai stati un passeggero nella vostra testa? L’estate sta arrivando ma c’è ancora il cinema in cui chiudersi al buio e farsi raccontare una storia e ci sono ancora i libri che potete portare dove volete, al mare, in montagna, in collina, in uno di quei ritiri stile Todo Modo di Leonardo Sciascia che vanno tanto di moda. Vi ricordate Todo Modo? Un eremo, gente ricca, un omicidio, la politica e la Chiesa: «Il mio atto di libertà». Al cinema c’è l’ultimo film di Steven Spielberg, Disclosure Day. Le voci vociferano che non sia niente di che, che sia tutto già visto, che la trama non regga, che molta parte dell’action vorrebbe essere seria e invece fa ridere. Vero, per lo più. Ma io mi sono profondamente commossa. E considerate che di solito al cinema o dormo – molto bene, però russo – oppure guardo ed esco e dico: non ci siamo proprio, tutti questi film di tre ore per dire cosa?
Anche Disclosure Day dura tanto: due ore e quaranta. Ma non ho dormito e all’ultima scena avevo i lucciconi e ho continuato a pensarci. C’è chiaramente tanto E.T. qui dentro (ti commuove anche quello, no?, in modo come dire metacinematografico pensare al percorso di Spielberg, e al fatto che per forza di cose non sarà su questa terra ancora per molto). C’è una sottile presa in giro dei nostri complottismi – i video sugli alieni sono esattamente quelli che vediamo sui social. C’è questa scelta geniale di rimanere a un immaginario anni Ottanta sui volti e i corpi degli alieni e sulle navicelle spaziali. Mi ha commosso. Ci sono due predestinati stile Matrix ma io voglio parlare solo di una di loro, Margaret.
Margaret cambia città ogni minuto perché non riesce a trovare il suo posto. Idea pazzesca di sceneggiatura, si è inventata un lavoro che dovrebbe essere riciclato nella realtà (se la realtà esiste): rendere sexy e divertenti le previsioni meteo. Lei lo fa, ha successo, il suo (stupido) uomo la ama: ma lei vuole altro. Quando troverò il mio posto lo saprò. A un certo punto viene investita dal suo destino, dal suo passato, e io ho cominciato a tremare perché ero proprio io. Quando un film o un libro sono te, anche se non sono perfetti – e Disclosure Day è tutt’altro che perfetto – ti raccontano, e in qualche modo ti confortano. Le è successa una cosa da piccola. Nessuno le ha creduto. Anzi, hanno cominciato a pensare che fosse strana. Intanto è cresciuta, suo padre si è ammalato di Parkinson e lei non ha avuto il coraggio di stargli vicino. Questo molto prima che iniziasse la nostra storia. Ebbene, a un certo punto con tutte le leggerezze e gli sbagli di questo film, lei comincia a sentirsi un passeggero nella propria testa, non capisce più niente, le tremano le mani come succedeva a suo padre, è terrorizzata. Poi però qualcuno finalmente le dice che il suo passato era vero. Che aveva ragione. E lei può perdonarsi.
C’è un bambino in Sicilia (in una Sicilia che sembra un luogo postatomico che ha qualcosa anche degli scenari di Anna, un altro dei romanzi di Ammaniti e anche serie tv), ne Il custode, il suo ultimo libro. In spiaggia, in montagna o nell’eremo notate lo stile di Ammaniti; se ne parla pochissimo, invece è lampante: «Il cielo pulsava di galassie e treni di satelliti», «alle spalle ci sono i campi troppo aridi per essere coltivati, neri di incendi, dove mucchi di pietre si mischiano alle erbacce, a carcasse d’auto, a rovi, a rotonde che non portano da nessuna parte», «per l’ultima volta ho capito quando mi ero innamorato di lei». C’è un bambino, Nilo, piegato da un peso troppo grosso. Un bambino che comincia a sentirsi un passeggero nella propria testa, non capisce più niente, gli tremano gli occhi come succedeva a suo padre.
Per ritrovarsi, forse, entrare dentro Spielberg e Ammaniti? Per riconoscere che siamo passeggeri, e tentare di fermare il treno? Per guardarsi indietro e dire sì, adesso, io posso?