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Ecco il capo della banda: Lorenzo il Magnifico

Le prove a Castrocaro, il nuovo disco, la corsa all’alba e la tigna da Re Sole gentile con tutti. La canzone che spaccherà i cuori fatta davanti a Gianni Morandi e Claudio Cecchetto e la gelosia per la vita «avanti Valiani», cioè prima di sua moglie, che ora sbuffa e ride e gli dice «re dei paraculi». Il grande ritorno di Jovanotti, tra domande non fatte e uno su mille che ce la fa

Mai si era data una così perfetta storia di catene, bastonate, e chirurgia sperimentale, ed è perciò un peccato che io non la possa raccontare in questa chiave. La storia di Lorenzo Cherubini, da trentott’anni Jovanotti per il pubblico ma soprattutto per sé stesso, il quale nell’estate di due anni fa, ai Caraibi, è vittima d’un bislacco incidente (bici, femore) e ora torna a far concerti al lordo di ripetuti interventi chirurgici, un botto di fisioterapia, e una tigna mai vista. Questa storia io non la racconterò perché ho un Blackberry, e quindi conosco il dramma d’avere un interlocutore noioso. «Ma dai, hai ancora il Blackberry? Ma funziona ancora?» (no, lo tengo come oggetto di scena) è una domanda che nessuno è mai abbastanza strategico da evitare. Non uno che dica a sé stesso e alle sue scarse doti di conversatore: ma forse questa domanda gliel’hanno già fatta in mille, forse le rompo i coglioni. Col femore di Lorenzo è uguale: vuoi tu essere la milionesima che gli dice «E allora come stai? Pensi di farcela? La gamba regge?» e lo costringe alla milionesima replica di risposte beneducate che non siano «E io che cazzo ne so, spero di non finire di rompermi sul palco»? Certo che non vuoi. E quindi la prima di molte domande non fatte, a Castrocaro, è: ma ora che un chirurgo cubano ti ha sbagliato l’intervento al femore facendoti allungare d’un anno la ripresa, smetterai d’essere terzomondista?

Castrocaro è il festival delle voci nuove (a Cherubini piacciono i simbolismi), è l’albergo con la spa in cui quelli dell’Instagram vanno a farsi i trattamenti di bellezza e Lorenzo è andato a fare la riabilitazione dopo l’incidente, è il posto in cui si è chiuso per un paio di settimane a gennaio a provare il nuovo concerto, quello che ora sta per diventare affare pubblico. La sala déco in cui provano è piena di tappeti, dice che li metterà anche sul vero palco nei palasport, «mi aiutano», ed è l’unica volta in cui accenna al suo femore, fuori dalle canzoni (dentro le canzoni, tantissimo).

Ma prima di arrivare alle canzoni e al concerto devo parlare della primavera 2008, cioè del momento in cui ho capito che a Castrocaro nel 2025 non avrei intervistato Jovanotti. Del momento in cui capii che le interviste non si potevano più fare. È stato in una stanza d’albergo a Londra, aspettavo Sarah Jessica Parker, la aspettava anche la direttrice d’un mensile norvegese, doveva intervistarla anche lei. Forse vi ricordate il 2008: la più importante differenza rispetto a ora era che i cellulari non facevano le foto. Non eravamo ancora dentro Innamorati e liberi, per usare come riferimento la discografia jovanottiana, «Sei una star che al posto del microfono ha un telefono, per un applauso venderemmo il culo, al primo che ci fa un bel complimento, ci scrive il suo commento», ma la direzione era quella. Entrò una ragazza addetta alle pubbliche relazioni e ci disse che era vietato chiedere di farsi una foto con l’attrice. Pensai che doveva essere ubriaca: chi è che chiede le foto alle attrici? Quando la p.r. uscì, la norvegese mi guardò con un’urgenza da thriller: tu devi coprirmi, io devo assolutamente farmi la foto con lei, devo metterla nella pagina del mio editoriale, tu distrai la tizia e io mi faccio la foto con Sarah, ci metto un attimo. Aveva la macchinetta digitale. Chiamava per nome una che non aveva mai visto. Una pazza furiosa. Uno squarcio di futuro.

Avanzamento veloce ed eccoci qui, in questo tempo sbandato in cui i giornalisti vogliono solo farsi le foto con gli intervistati. L’intervista non serve quasi a niente, giusto a chiederti cosa pensi della Meloni, ché se dici qualcosa sul governo di sicuro il direttore mi mette il pezzo in prima pagina. Incontrarti con la scusa dell’intervista serve a dire che io e te siamo amici, io e te famoso, io e te attore, io e te cantante, io e te star, e sarà ovvio quanto sei tu a essere fan e io star se ci facciamo una foto insieme che io metterò sui social dicendo che mi stimi tanto: hai un disco un film un programma un libro da vendere, quindi mica smentirai dandomi del mitomane, e un po’ di quel superpotere che è la fama tua mi si strofinerà addosso, e la mia vita di silenziosa disperazione lascerà il posto a un minuto di gloria.

Per fortuna questa non è un’intervista e non rischio la fine di quel famoso editorialista italiano che venne mandato a intervistare Madonna. Dice la leggenda che, quando il tapino se ne andò, Madonna si girò verso lo stilista che la vestiva e chiese: ma credeva d’essere lui la star? Per fortuna Lorenzo Cherubini avrà pure il superpotere della fama, ma io ne ho uno molto più raro, che mi permette di star lì a guardare le prove senza comparire nelle foto: il superpotere dell’invisibilità. Per fortuna non posso ragionevolmente scrivere che Lorenzo mi stimi, al massimo posso scrivere: Lorenzo non sa chi io sia – e come potrebbe saperlo, sono invisibile. La prima volta che Lorenzo non ha saputo chi fossi era il gennaio del 1997. Venne ospite al programma che conducevo su Radio2. Aveva appena mandato nei negozi di dischi Bella, che – avrei scoperto anni dopo – gli era stata criticata da Claudio Cecchetto in quanto priva di ritornello. Nella canzone dice «Lavoro tutto il giorno, e tutto il giorno penso a te, e quando il pane sforno lo tengo caldo per te». Gli chiesi come mai per scrivere una canzone d’amore si fosse finto fornaio, e lui mi rispose col tono che riservi a chi ti ha fatto la domanda più intelligente che tu abbia mai sentito. Negli anni, l’ho sentito avere quel tono in migliaia di interviste, di fronte a migliaia di domande imbecilli quanto la mia e persino di più.

La seconda volta che Lorenzo non ha saputo chi fossi era il febbraio del 2000. Ero seduta nella prima fila della sala stampa di Sanremo, e Lorenzo era lì per Cancella il debito, una di quelle cose per salvare il mondo che si fanno a trenta e qualcosa anni. Guardò quelli seduti in sala, e mi fece un cenno di saluto. Non riesco a ricordare se la me ventisettenne credette che una popstar che l’aveva vista una volta tre anni prima potesse riconoscerla, non riesco a ricordare se pensai «mi stima molto». O se invece già allora mi era chiaro il concetto che sua moglie ripeterà a un certo punto delle prove di Castrocaro, al punto in cui il marito deve giustificarsi per una canzone del passato. Sua moglie si chiama Francesca Valiani, tenetelo a mente ché poi torna utile; il concetto è: ammazza che paraculo.

C’è una famosa scena, in Mad Men, in cui Peggy, la pubblicitaria giovane e ambiziosa, sbotta perché Don Draper, il capo disperato e geniale e sprofondato in abissi di talento e infelicità, quel capo lì è sgarbato. Al «tu non dici mai grazie» di Peggy, Don oppone una grande verità: è per questo che ti pago. Lorenzo è il contrario. Non è poi molto importante la ragione del suo essere gentile con tutti. È perché è il re dei paraculi? È perché, come nei telefilm sulla Casa Bianca, c’è sempre qualcuno che gli raccomanda d’esserlo, una Francesca che gli dice «quella in prima fila t’ha intervistato tre anni fa, fai vedere che ti ricordi», un qualcuno che lavora con lui che gli sussurra i nomi di quello che sta per incontrare e che ci tiene a percepirsi stimato e ricordato? È perché è un ragazzo fortunato e il minimo che possa fare per sdebitarsi con la vita è essere gentile con chi poi gongolerà tutto il giorno perché una popstar l’ha salutato?

Penso a Don Draper alle sette meno dieci del mattino, mentre cerco di procurarmi un cappuccino e incrocio Lorenzo in calzoncini che va a fare ginnastica nel gelo di gennaio (lì penso anche alla tigna, per la verità). Saluta le ragazze di turno alla portineria dell’albergo, si scusa di non averne vista una, le chiama per nome («Non amo mai mostrarmi agli altri di cattivo umore», dice un verso di Grande da far paura). Penso a Don Draper il pomeriggio, quando Lorenzo rassicura musicisti e coriste per un qualche inciampo: «Le prove le facciamo per sbagliare». Penso a Don Draper la mattina dopo, quando ringrazia i suoi musicisti dicendo «Non ve lo dico abbastanza, io con voi mi sento protetto». A Don Draper i fonici incarogniti boicotterebbero i concerti, Lorenzo lo sa meglio di me, e non direbbe mai «That’s what the money is for». (Domanda non fatta: ma almeno lo pensi?).

C’è un interessante parallelismo tra Bob Dylan e Bruce Springsteen che in un vecchio documentario faceva Penn Jillette, un prestigiatore americano. Dylan, diceva, non è mai complice del pubblico; Springsteen è una cheerleader: ai suoi concerti tutti sono lui, tutti si sentono incitati da lui, tutti hanno gli stessi problemi che ha lui. Dylan non pensa mai «questa li fa impazzire», Springsteen sì. Mi torna in mente quando Lorenzo prova con le coriste Ti porto via con me, e a un certo punto anticipa la soddisfazione del pubblico dei palasport: «Qui cantano tutti». Mi torna in mente che quando l’aveva incisa, Ti porto via con me, a me pareva una macchina da guerra, e lui diceva che non era tanto contento, che è un’altra ragione per cui non bisogna fare le interviste: perché gli autori non capiscono niente nientissimo delle loro opere. (Domanda non fatta: a un certo punto arriva, nella carriera di un artista, la canzone che non arriva?).

Il pranzo e la cena a Castrocaro sono uguali ma diversi. Uguali in ciò che viene portato in tavola: verdure d’ogni sfumatura di verde, acqua, proteine; Lorenzo mangia come un atleta che sta per tornare a gareggiare dopo un fermo troppo lungo, e gli altri non vogliono variare dal rituale sebbene Lorenzo abbia come sua principale qualità lo sbattersene di stabilire regole: quello che fa lo fa perché funziona per lui, non perché diventi ideologia. Forse il Sennett che stavo leggendo a colazione, La società del palcoscenico, chiamerebbe “meccanizzazione del carisma” il fatto che tutti mangino come quella fosse una liturgia e Lorenzo il celebrante. Io, protetta dall’invisibilità, chiedo che portino del vino. Mi pare di percepire un sospiro di sollievo nei commensali non atleti, ma forse me lo sto sognando.

Ciò che differenzia i due pasti – uno che è una pausa tra mattino e pomeriggio di prove, e l’altro che prelude alla serata, Lorenzo va a letto subito e gli altri chissà – è che solo il pranzo è lavorativo. Diceva Mike Nichols che fare il regista significa che ti portano due sedie identiche, ti chiedono quale delle due vuoi per la scena che gireremo oggi, e tu devi indicarne una con tono grandemente risoluto, come fossero diversissime. Mi torna in mente quando tutti pretendono risposte. Elenco non esaustivo di questioni che gli vengono poste nel giro di un minuto: «Il Papa ci tiene a farti avere il suo libro con dedica»; «Un editore vuole che tu scriva una prefazione a Montecristo»; «Alla presentazione del disco vuoi le domande?»; «Quante notti servono a Sanremo?». L’ultima è la domanda più difficile, perché Lorenzo vuole fare un ingresso al festival con cinquecento musicisti che suonano strumenti a percussione, facendo un medley di pezzi casinisti, L’ombelico del mondo e roba simile, e cinquecento notti d’albergo sono un fattore di moltiplicazione che fa sudare il produttore. Per la presentazione del disco, Mike Nichols Cherubini decide che serva un montaggio di com’è andata dall’ultimo palco da cui è sceso al 2025, chiama Miki Lugaresi, che ha fatto tutte le foto di Castrocaro e non solo, e gli affida il compito. Quando, due settimane dopo, lo proietteranno al Lirico di Milano, si vedrà Lorenzo che nel 2022 esce dall’ultima tappa del JovaBeachParty dicendo a chi ci aveva lavorato «Senza di voi non ce l’avremmo mai fatta». Quando vedo quel momento capisco che non sarà Mad Men a farmi da chiave interpretativa, ma quel che scrive Richard Sennett di Luigi XIV: «Il re si inchina con grazia davanti ai suoi sudditi, li riconosce, è cortese».

«Io gli voglio bene, ma ha torto su tutto». Poiché questa non è un’intervista, non dirò di chi Lorenzo dicesse questa frase a cena. Né di che vittoria di passato Sanremo si parlasse quando l’invisibilità mi ha concesso di sentirlo commentare «Quello è stato un momento buio della nostra repubblica». Dirò però che un paio di giorni prima le radio avevano cominciato a mandare Fuorionda, uno dei cui versi dice: «Potrei dirti che vorrei vivere alle isole Marchesi, come fecero Gauguin, Jacques Brel, certi francesi». Il mio momento preferito della cena è quello in cui Lorenzo abbassa gli occhi sul telefono e legge il messaggio di uno convinto che le canzoni si facciano col fact checking e non con la metrica, uno che ha preso il suo bravo telefono e gli ha scritto: «Guarda che Jacques Brel era belga». Lorenzo ride come quelli con un ego così spaventosamente solido da non offendersi mai e dice con divertita incredulità: ma pensa davvero che non lo sappia?

«Lorenzo, la Guia dice che questa è la tua Uno su mille» «Magari». Ho appena sentito per la prima volta 101, forse il miglior pezzo del disco nuovo e con quella qualità di inno di rivalsa che caratterizza i grandi successi da squarciagolare, da I will survive a, appunto, Uno su mille. E, siccome seduto vicino a me c’è Gianni Morandi, venuto in visita per qualche ora, gliel’ho detto. Lui, che non ha il superpotere dell’invisibilità, lo dice a Lorenzo, e io avrei potuto scommettere molti soldi su quel «Magari»: non so se da ragazzino Jovanotti volesse come tutti uccidere i padri, di sicuro ha capito prima d’invecchiare che dai padri c’era da imparare. Il manifesto del lorenzocherubinismo per me sta tutto in Ragazzo fortunato, in particolare in quel verso che dice «Se io fossi capace scriverei Il cielo in una stanza». (Domanda non fatta: ma perché su questa lavagna delle canzoni da concerto non c’è Quando sarò vecchio? Me la fai? Eddài, epperpiacere).

Oltre a Morandi c’è anche Claudio Cecchetto, si sono ritrovati qui per caso lo stesso pomeriggio, il più importante pezzo della prima vita professionale di Lorenzo – quello che gli impediva di scialare le serate all’Hollywood, la più stronza discoteca della Milano anni Novanta – e quello dell’ultima, quando Lorenzo alle sette di mattina già si sta allenando, altro che far notte in discoteca. (Domanda non fatta a Cecchetto: è vero che il Lorenzo ventiequalcosenne, quello che andava troppo all’Hollywood, lo redimesti dicendogli «Ma tu te lo vedi Prince all’Hollywood tutte le sere?»).

Sentiamo tutti e tre per la prima volta Un mondo a parte, il pezzaccio romantico che Lorenzo farà a Sanremo, la nuova A te, quella che farà piangere le ascoltatrici, quella che suoneranno ai matrimoni, e il verso «adottiamo un cane, un gatto, un leviatano» fa levare dagli amici la domanda: ma che cos’è un leviatano (Cecchetto ha ragioni migliori degli altri per chiedere: «Dimmelo così faccio bella figura a casa»). Cherubini spiega e poi (peccato a questo fact checking non assista quello che pensa le canzoni non si facciano con la metrica) dice che lì poteva metterci o un leviatano o un merlo indiano. «Te l’avrei vietato», dice Francesca un po’ scherzando e un po’ no. La gelosia di Francesca per la vita sentimentale di Lorenzo prima di lei è una gag, ma nessuna gag dura trent’anni senza un fondo di verità. Il merlo indiano, apprendo, era un regalo d’una fidanzata nella vita a.V. (avanti Valiani). Poi, racconta Lorenzo come il consumato intrattenitore che è, lui a casa non c’era mai, che ci devo fare con ’sto merlo indiano, sotto casa c’è un negozio di animali, gli suggeriscono d’insegnargli a parlare: il merlo ripete quel che sente. Una mattina torna dall’ennesima notte fuori, e il merlo fa un rumore strano. Oddio, starà male. Dopo un po’ capisce che no, ripete quello che sente: in casa da solo tutto il giorno, ripeteva il rumore del tram su corso Sempione. Un po’ spero che in concerto cambi il leviatano in merlo indiano.

Il giorno dopo, quando rifà Un mondo a parte, faccio la domanda che il giorno prima avevo taciuto: ma solo a me quelle prime tre note di pianoforte paiono tali e quali a quelle di Perdere l’amore? Lorenzo dice «ma no, non c’entra niente», e subito dopo «ce l’hai?». Francesca la recupera dal telefono, Lorenzo ascolta e non fa un plissé: «Cazzo, identica». E subito dopo: «Però cambia subito». Torna allegro verso le sue prove, e qualcuno in visita mi redarguisce, «potevi stare zitta», timoroso che il Re Sole si sia offeso, ma quello non ha mica l’ego fragile di noialtri, se ci pensa altri cinque secondi è solo per dirsi: se io fossi capace, scriverei Perdere l’amore.

A settembre sono andata a sentire Lorenzo chiacchierare con Baricco alla Holden, e a un certo punto ha detto che Mi fido di te è il momento in cui ha deciso che le canzoni non dovevano parlare di niente. Però adesso ha fatto un disco che parla ossessivamente del suo incidente, di come sia cambiato tutto, della paura di morire. (Domanda non fatta: quindi le canzoni non parlano di niente solo finché non ti succede niente di clamoroso?). Nell’unica intervista che abbia mai dato, Francesca rispondeva, a immancabile domanda del tipo «mamma mia quanto ti ama tuo marito che canzoni d’amore pazzeschissime che ti scrive», qualcosa come: le canzoni sono anche mestiere. Tranne quando sono canzoni a.V.: Lorenzo mette in un medley Chissà se stai dormendo, lei sbuffa, lui dice «Amore, la chiedono, devo farla per forza, vabbè, interrompiamo», ma è tutto gioco delle parti, è un medley e l’avrebbero comunque troncata in quel momento, e quella che viene dopo è un’altra canzone d’amore (di mestiere) a.V., e lei sbuffa «ah certo, invece questa», e lui «ma no, ma io lì già intuivo cosa sarebbe arrivato in futuro», e lei «re dei paraculi» e insomma è una lunga storia d’amore di quelle in cui si sbuffa ridendo. (Domanda non fatta: aveva ragione il conte di Montecristo, «bisogna avere desiderato di morire, Maximilien, per sapere quanto sia bello vivere?»).

«Noi non siamo americani, non lo saremo mai, noi siamo un posto di individualisti che esercitano il loro potere uno contro l’altro: noi non abbiamo Shakespeare, noi abbiamo la commedia dell’arte». Lorenzo sta tenendo una lezione a noialtri in visita, un attimo prima stava facendo il coglione con gli occhiali con la telecamera, glieli hanno portati e si è entusiasmato come fanno i maschi coi giocattoli elettronici, ha mandato in diretta Instagram un pezzo di prove, e anche lì Francesca sbuffava che con quegli occhiali ora avrebbero vissuto in vetrina e lei non avrebbe più potuto sciabattare. Ma il ricreativo viene interrotto dal commerciale: è arrivato il tizio coi cappellini e le magliette e i portachiavi da vendere fuori dai concerti, devono essere approvati dal Cherubini. Il mio cappellino preferito è quello con scritto Il capo della banda, che è una canzone di quando il ruolo di Lorenzo era quello del giovane scemo, ma è anche il suo titolo onorifico. A un certo punto il capo della banda chiede da dove vengano le magliette. Mike Nichols avrebbe apprezzato il gancio di sceneggiatura con cui il tizio del merchandising dice «dal Belgio», e il perfettissimo tempo comico con cui Lorenzo risponde: ah, Jacques Brel.

Guia Soncini (Bologna, 1972), scrittrice. Ha pubblicato, tra gli altri, «I mariti delle altre» (Rizzoli, 2013, Premio Forte dei Marmi), «L’era della suscettibilità» (Marsilio, 2021) e «L’economia del sé» (Marsilio, 2022). Il suo ultimo libro è «Questi sono i 50» (Marsilio, 2023).