Cerca

Ehi cosa ti sei messa in testa?

Non solo peli, non solo un trattato di estetica su chi siamo, non solo posizionamento politico e culturale. Storia personale e collettiva dei capelli: averli e perderli, averli e stirarli, tingerli, averli e coprirli con il velo o con una parrucca, strappare turbanti, andarne fiere, ribellarsi fino a morirne. Quanti capelli che hai, non si riesce a contarli: non si riesce a fermarli

Qualche anno fa, quando mi hanno detto che avevo il cancro, invece di pensare ecco morirò ho pensato ecco mi cadranno tutti i capelli. Mi pareva una prospettiva orribile, mortificante, umiliante, peggiore di morire. Non solo per una questione estetica, ma anche perché senza capelli sei costretta a dirlo, ai tuoi figli per lo meno, a giustificarti, a spiegarti, a usare energie che non hai per parlarne, cosa che non volevo fare allora perché avevo paura. Poi la chemio non l’ho dovuta fare, i capelli sono rimasti al loro posto, non è stata una passeggiata, altre parti del corpo sono state ricucite e non sono morta, ancora. Tuttavia questa centralità dei capelli, a livello simbolico, ma non solo simbolico, è rimasta. L’anno dopo mi sono detta: a me, per ora, è andata bene, ma visto che ci sono tante donne che devono portare avanti queste cure taglio i capelli corti – novella Jo March – e dono la chioma a un’associazione che realizza parrucche destinate alle pazienti oncologiche. Per giorni ho coltivato in segreto quest’idea. Ho guardato diversi tagli, ho preso contatto con l’associazione, ho fissato un appuntamento, ho assaporato il gesto eroico e – lo confesso – ho immaginato pure un post su Instagram con la spiegazione della mia scelta, tutti avrebbero pensato vedi che coraggio, che generosità, che risolutezza. Poi sono arrivata alla conclusione che sarebbe stato più bello, più nobile ed elegante, non dire nulla. Ecco, avrei fatto così, li avrei donati in silenzio e avrei coltivato dentro di me l’intimo piacere dell’altissimo e nobile gesto. Mi sono anche un po’ commossa di me stessa. E subito dopo ho annullato l’appuntamento.

Che non si tratti solo di una parte del nostro corpo lo ha raccontato bene Chimamanda Ngozi Adichie – di cui stiamo aspettando il nuovo romanzo – che ha ambientato buona parte del suo Americanah al salone Marianna Acconciature Africane. All’inizio la protagonista, la nigeriana Ifemelu, dopo aver vinto una borsa di studio all’Università di Princeton, negli Stati Uniti, va dal parrucchiere per sottoporsi alla lunga preparazione che i suoi capelli crespi richiedono per essere trasformati in treccine kinky twists. Per trovare qualcuno in grado di acconciare la sua capigliatura, Ifemelu deve affrontare un lungo viaggio in treno, sotto il sole cocente, perché gli abitanti di Princeton sono quasi tutti bianchi e non c’è nessun salone in grado di trattare acconciature afro. Non c’è posto per voi neri, non un posto comodo almeno, dicevano quelle pagine. Qualche capitolo dopo a Ifemelu, prima di un colloquio di lavoro, viene consigliato di lisciarsi i capelli, così da adattarsi al canone bianco. Ifemelu si piega, disfa le treccine, applica il lisciante e viene assunta, ma ben presto gli effetti chimici del prodotto le corrodono il cuoio capelluto. Le fanno male i capelli. E decide che è troppo. «Stirarsi i capelli – scrive la scrittrice – è come essere in prigione. Sei intrappolato e i tuoi capelli ti comandano». Dopo anni di tentativi di confondersi con la cultura bianca, con l’accento bianco, con le pettinature bianche, Ifemelu lascia i capelli naturali e diventa orgogliosamente nera.

Ora io, penso, dovrei accettarmi orgogliosamente cinquantenne. Ci penso mentre sono dal parrucchiere con la tinta in testa.

«Il solito castano?» chiede la signorina e io annuisco, delusa da me stessa. Significa che anche questo mese non sarò coraggiosa, che la scelta di lasciarsi i capelli al naturale verrà rimandata. Eppure mi piacciono le mie coetanee con i capelli bianchi, alcune sono bellissime e non capisco se erano bellissime anche prima o lo sono diventate in virtù del nuovo colore o dei tagli particolarmente curati o dei rossetti accesi e vibranti. La loro decisione di andare incontro all’età e al giudizio degli altri senza paura mi spaventa e mi seduce.

Parlare di capelli è parlare di noi: delle nostre paure, delle nostre ferite, delle nostre scelte, delle imposizioni della società, di ciò che vogliamo trasmettere agli altri. Che siano naturali, trattati, finti, veri, coperti, raccolti, creste punk o dread, afro o lisci, intrecciati o sciolti, sono il modo primordiale con cui le donne costruiscono loro stesse. Cosa ti sei messa in testa? è la domanda che ci siamo sentite ripetere da sempre, una domanda che pareva estetica, frivola, e invece era chiaramente esistenziale. Chi ti credi di essere, cosa pensi di fare, stai al tuo posto. E di conseguenza copriti, raccogli, taglia quei capelli. Coprili, soprattutto.

Per una ciocca di capelli scoperta, lo sappiamo, Mahsa Amini, ragazza curda di 22 anni, è stata uccisa in Iran. Era in vacanza a Teheran, è stata fermata perché non indossava bene il velo, poi l’hanno incarcerata e infine uccisa. «Mostrare i capelli è chiaramente un atto politico – dice Masih Alinejad, giornalista iraniana in esilio da anni negli Usa dove ha pubblicato un libro, Il vento tra i capelli. La mia lotta per la liberà nel moderno Iran che parte proprio da questo – le pattuglie della Gasht-e Ershad, la polizia morale, hanno il compito di garantire che le donne si conformino all’interpretazione dell’abbigliamento “corretto”. Anche solo spingere il velo un po’ più indietro rappresenta un atto di resistenza».

Alinejad il 6 gennaio ha rilanciato un video girato all’aeroporto di Teheran in cui si vede una ragazza con i capelli scoperti che viene rimproverata per questo da un mullah, lei si avvicina all’uomo e gli strappa dalla testa il turbante. Quella donna coraggiosa con la salopette di jeans è una delle tante donne che stanno facendo la rivoluzione, a partire dal rivendicare il diritto di non usare il velo. Alinejad gestisce una pagina facebook, “My Stealthy Freedom”, che dal 2014 invita le donne iraniane a pubblicare foto di se stesse senza l’hijab. «Non sono contraria al velo in assoluto – dice – ma voglio che le donne possano decidere se indossarlo. Oggi non hanno scelta».

Nata a Ghomi Kola, un piccolo paese, Alinejad viene da una famiglia tradizionalista e povera. «Mi sono ribellata a un matrimonio combinato, mi sono trasferita a Teheran, mi sono sposata e poi ho divorziato. Il controllo delle donne passa anche attraverso l’aspetto. “Prima copriti i capelli” è una frase che conoscono tutte le iraniane». E che può costare il carcere o la vita. Anche negli Usa Alinejad non si sente al sicuro e ne ha motivo: nel luglio 2021 è riuscita a sfuggire all’omicidio pianificato per eliminarla, per il quale il dipartimento di Giustizia americano a gennaio 2023 ha accusato tre uomini di un’organizzazione criminale dell’Est Europa.

A Ramallah, in Cisgiordania, il velo non è un obbligo, ma una consuetudine. Lì vive la mia amica palestinese Fidaa Abuhamdiya, chef e blogger, che non lo usa. «Ma le pressioni ci sono – spiega Fidaa – a scuola è stato difficile, eravamo poche a non usarlo. Criticavano me, ma anche mio padre perché non ce lo imponeva. Ricordo che a una manifestazione all’inizio della seconda intifada alcuni manifestanti mi guardavano male. Quando insegnavo all’Università di Hebron due anni fa eravamo solo in due senza velo: io e una studentessa. Da incinta mi raccontavano storie di donne che avevano partorito senza hijab e alle quali erano successe cose brutte. La pressione arriva a questi livelli. È il terrorismo delle parole. Adesso ho imparato a non ascoltare e a non rispondere». Si legge nel Corano: «O Profeta di’ alle tue mogli, alle tue figlie e alle donne credenti che dovrebbero gettare le loro vesti sui loro corpi affinché siano conosciute e non molestate». Quindi nelle buone intenzioni il velo serve a essere protette. Però occorrerebbe educare gli uomini a non molestare, non insegnare alle donne a coprirsi.

«Io vivo da sola, senza marito – dice Fidaa – quindi puoi immaginare cosa dicono di me. Per tanta gente il velo è sopra di tutto: puoi rubare, dire bugie, non rispettare gli altri, ma se metti il velo va bene tutto».

A pochi chilometri da dove vive Fidaa abita Hadassah Chen, ebrea ortodossa originaria di Milano, ma residente da molti anni a Gerusalemme. È una donna moderna, alta, simpatica, curata. L’ho incontrata al King David Hotel, portava un grande cappello e lunghi capelli biondi, lisci, con la frangetta. Che però non sono i suoi capelli, i suoi capelli stanno sotto la parrucca.

«Indosso una parrucca tutte le volte che esco di casa – mi ha spiegato – i miei capelli li può vedere solo mio marito».

Le donne ebree ortodosse sposate non possono mostrare in pubblico i capelli, coprirli è un precetto della Torah che attiene alla “modestia”. I capelli sono considerati ervah, nudità, e il fatto di coprirli con altri capelli, per quanto finti, mi manda in realtà abbastanza in crisi perché non ne capisco il senso, ma Hadassah a quanto pare sta benissimo così.

«Se sei dedicata a un uomo solo – spiega – la chioma diventa una cosa privata. Io avevo capelli ricci spettacolari, tipo Nicole Kidman, il giorno dopo il matrimonio quando ho dovuto nasconderli sotto la parrucca ho pianto. Era difficile, non lo nascondo. Ma poi ho capito. Adesso senza parrucca mi sentirei nuda. Con la parrucca mi sento “occupata”, cambia anche il mio comportamento».

Non è sempre stato così. Nei primi anni del Novecento le donne ebree mostravano i loro capelli, disinteressandosi delle opinioni rabbiniche, perché associavano la copertura del capo al passato. Oggi si va in controtendenza e infatti a Gerusalemme non è difficile imbattersi in negozi di parrucche. Hadassah appartiene all’ebraismo chassidico del rabbino Chabad Lubavitch, contrario ai foulard «che possono cadere o scivolare via» e favorevole alle parrucche.

«Ne ho quattro – dice – ma ci sono donne, come mia sorella, che ne hanno otto. Il mercato è incredibile, ci sono parrucche da 4-6 mila dollari fatte a mano, bellissime».

In una scena della serie tv Unorthodox la protagonista Esty si tira via la parrucca in un gesto simbolico di conquista di libertà, riconnessione con se stessa, e allontanamento dalla cultura dell’ebraismo ortodosso. Ma Hadassah rivendica la sua scelta.

«Non è – dice – per renderci più brutte, anzi. Il rabbino esaltava le donne. Diceva: la donna è il pilastro della casa. Non si tratta di rendersi poco attraenti, ma consapevoli, quando hai una parrucca addosso ti ricordi che sei sposata e che sei per tuo marito».

Che cosa ti sei messa in testa è la domanda che le donne si sono sentite fare da sempre. Negli anni Venti del Novecento le flapper girl sono le prime ad andare in bicicletta, rifiutare il corsetto, guidare un’auto, avere una sessualità libera. E si tagliano i capelli a caschetto. Negli anni Sessanta il bob “wash-and-wear”, inventato da Vidal Sassoon, libera le donne da estenuanti sedute settimanali dal parrucchiere mentre i ricci afro dell’attivista per i diritti civili Angela Davis diventano il simbolo stesso del movimento. E lo sono ancora. Una ricerca del 2016 del Perception Institute conferma che le donne afroamericane che non si stirano i capelli sono soggette a discriminazioni sul posto di lavoro. Chimamanda Ngozi Adichie in un’intervista a Channel 4 News disse che se Michelle Obama avesse avuto i capelli naturali il marito non avrebbe vinto le elezioni. «L’America non era pronta» ha confermato la ex first lady in un’intervista con Ellen DeGeneres nel 2022.

Oggi come allora i capelli sono anche posizionamento. E se Michelle Obama temeva di essere “troppo” afro, adesso c’è anche chi si finge afro. Come Rachel Dolezal, attivista e docente che, forte dei suoi capelli crespi, dichiarava di essere nera per accreditarsi presso la comunità afroamericana di Spokane (Washington), anche se era bianca, figlia di genitori bianchi.

Erano posizionamento anche le creste punk negli anni Ottanta, il cranio rasato della cantautrice irlandese Sinead O’Connor nei Novanta, e le trecce bionde di Yulia Tymoshenko nei Duemila. Nata bruna, Yulia aveva capito che cosa serviva per diventare un’icona del folklore ucraino, tutta innocenza, patriottismo e regalità.

Nell’arte la Medusa di Caravaggio, con i capelli come serpenti, mette in scena la misoginia maschile mentre le chiome fiammanti delle muse dei preraffaelliti esaltano la sensualità femminile. Negli anni Trenta la Ragazza in verde di Tamara de Lempicka finalmente rappresenta una donna emancipata, dallo stile avanguardistico con quei boccoli metallici. Una rappresentazione sconveniente, in cui traspare la tensione erotica fra la modella e la pittrice, di cui era amante. E poi ovviamente Frida Kahlo che nel suo Autoritratto con i capelli tagliati (1940) si dipinse con i capelli corti, in mano un paio di forbici e le trecce recise, mentre in alto sono riprodotte le parole di una canzone messicana: «Vedi, se t’amavo era per i tuoi capelli, ora che sei rasata non ti amo più». Era il 1940 e Frida aveva appena divorziato da Diego Rivera.

E poi ci sono le chiome del cinema: la voglia di vita dopo le miserie della guerra incarnata dalla rossa Gilda, interpretata da Rita Hayworth, il caschetto indimenticabile di Uma Thurman in Pulp Fiction, il taglio corto sexy di Mia Farrow in Rosemary’s Baby. Ma soprattutto Deserto Rosso di Antonioni, il quale consegna a Monica Vitti il compito di rappresentare la nostra inquietudine, insofferenza, infelicità con una meravigliosa, precisa, stralunata frase: «Mi fanno male i capelli».

Valentina Furlanetto (Montebelluna, 1972), giornalista di Radio 24 il Sole 24 Ore dal 2002, cura e conduce la trasmissione “I figli di Enea, storie di italiani di origine straniera”. Il suo ultimo libro è “Noi schiavisti” (Laterza, 2021).