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Giù i regimi, a mani nude

Il tiranno è scappato, i siriani si riprendono la libertà negata per decenni e con i loro sacchetti di macerie e yogurt abbattono anche la nostra indifferenza. Le dittature sono feroci, ma non sono invincibili

Negli anni Sessanta, Tadamon era un enorme frutteto alle porte di Damasco, la capitale della Siria. Nel 2013, quando il regime di Bashar el Assad era nel pieno della repressione dei suoi oppositori, in questo che era ormai diventato un quartiere periferico della città, ci fu un’esecuzione di massa, più di duecento persone ammazzate, buttate dentro un buco poi ricoperto di benzina. Qualche anno dopo, uscì un video di quel massacro, 41 esecuzioni riprese da uno degli assassini trionfanti e alle dipendenze del presidente Bashar el Assad. Nei giorni successivi alla caduta del regime – Assad è scappato da Damasco l’8 dicembre scorso – la Bbc ha mandato in onda le immagini girate a Tadamon: ci sono alcuni bambini con in mano zappe più grandi di loro che riempiono sacchetti di ossa umane e macerie. C’è il sole, è tutto color sabbia dorata, i bambini impolverati indicano i sacchetti, hanno occhi vivi, giocano tra di loro: spero che siano inconsapevoli del bottino osceno che stanno raccogliendo, ma temo che sappiano tutto.

Nel 2013, l’anno delle esecuzioni a Tadamon, l’anno dell’attacco con le armi chimiche a Goutha (Assad usò il sarin, che non si vede, non si sente, immobilizza i muscoli del sistema respiratorio, muori come se affogassi nell’aria che respiri: ci furono più di mille vittime), alla guida degli Stati Uniti c’era Barack Obama, il presidente più cool di questo secolo, che aveva fissato le linee rosse per il regime di Assad proprio nell’utilizzo dell’arsenale chimico e che quindi, dopo Goutha, si era messo a cucire una coalizione di paesi pronti a colpire il regime siriano. Come sappiamo, quell’intervento militare non ci fu mai, ma durante le settimane dei preparativi, la mia idea di indifferenza prese connotazioni precise, in particolare: le gomme da masticare della Nicorette e lo scroll dello smartphone. Non ricordo chi pubblicò il retroscena che più mi si è fissato in testa, so che raccontava una riunione in cui si doveva decidere cosa fare contro Assad: che obiettivi colpire, quando, che basi di partenza utilizzare. Obama ascoltava consiglieri, diplomatici, esperti militari masticando Nicorette – gli è sempre piaciuto fumare, sua moglie Michelle l’ha obbligato a smettere – e scrollando il Blackberry. Non ho mai dimenticato l’effetto che mi fece scoprire che, mentre doveva prendere una decisione che avrebbe cambiato il futuro di un intero popolo, il presidente americano amatissimo si annoiava: da quel momento, ogni volta che ho sentito il mondo fare grandi annunci di salvataggi democratici poi ridimensionati e ritrattati, ogni volta che ho visto il mio occidente rinunciare ad aiutare popoli che ambiscono a essere come noi, cioè liberi, ogni volta che di fronte a un sopruso sanguinoso siamo stati cauti o zitti o distratti, ogni volta penso: eccoci di nuovo qui a masticare Nicorette.

La caduta del regime siriano è stata fulminea. Le forze dell’opposizione hanno conquistato Aleppo in pochi giorni, poi si sono diretti verso Hama, città simbolo della ferocia assadista. Il primo presidente della famiglia Assad, Hafez, eletto nel 1971, pose fine a una serie ininterrotta di golpe e controgolpe guadagnandosi così la reputazione che avrebbe consentito anche a suo figlio di rimanere al suo posto nonostante le linee rosse violate: per il resto del mondo Hafez era uno “stabilizzatore”, con lui l’incertezza permanente era stata quietata. Per i siriani era “il macellaio di Hama”: nel 1982 ci fu una rivolta in città, per 27 giorni Hafez diede ordine di sedare il dissenso, ancora oggi le stime variano da 10 a 50 mila morti, un’approssimazione insensata dovuta anche al fatto che per molto tempo di quel massacro fuori dalla Siria non si seppe nulla. Ma i siriani sanno, i siriani ricordano, i siriani hanno accolto i liberatori di oggi cantando e piangendo, sono saliti sui loro motorini a pedali, hanno fatto caroselli per le strada, sono andati al mausoleo di Hafez e l’hanno bruciato.

Da Hama a Damasco è stato un attimo, non soltanto perché le forze dell’opposizione erano addestrate e armate, ma perché i siriani non hanno avuto nessun dubbio, nessuna resistenza: liberateci. Mentre esperti e commentatori si interrogavano già sul dopo, sul caos di un gruppo terroristico sunnita che prende il potere all’improvviso nella Siria legata agli sciiti, i siriani si prendevano finalmente cura del loro presente. Sono abituati da anni a non farsi domande, perché quando vivi in una dittatura sai che non ti saranno date risposte veritiere, né su quello che è successo né su quello che accadrà. Il passato è riscritto dalle bugie, il futuro è fatto di promesse altrettanto menzognere, il presente è riempire sacchetti monodose di yogurt o olio, farseli bastare per giorni, accontentarsi, gioire se per due ore, ogni tanto, c’è la corrente elettrica, imparare a non lamentarsi, sussurrare per non farsi sentire, perché il regime ascolta, e punisce. Per un po’ di anni dal 2011, la sopravvivenza in Siria significava sfuggire alle bombe e agli aguzzini di Assad, poi si è trasformata, è diventata un adattamento alla fame e alla povertà. Non che gli aguzzini siano scomparsi, anzi, ma non si può capire lo strazio siriano se assieme alle torture e alla repressione di uno stato di polizia non si considera la devastazione economica, l’impoverimento implacabile, la consapevolezza che chi ti governa è disposto a farti morire di fame pur di rimanere nel suo palazzo. Nei calcoli geopolitici che appassionano gli analisti, le persone non ci sono quasi mai: ci sono i leader, c’è il potere, ci sono le alleanze, c’è l’equilibrio e così si finisce per credere che ciò che appare stabile sia anche umano. Non lo è.

L’occidente ha contribuito a sistemare le crepe del regime siriano, dimenticando l’orrore e legittimando Assad. Così, quando il dittatore è scappato da Damasco con la fretta dei colpevoli, i suoi normalizzatori sconvolti hanno ben pensato di prendersela ancora una volta con i siriani: le frontiere europee sono state chiuse e molti governi hanno creduto che fosse almeno possibile rispedire a casa i siriani arrivati in questi anni – che poi è la ragione principale per cui ci si è fatti andare bene Assad: almeno possiamo accordarci con lui per mandare a casa i migranti. Il responsabile di una ong che per anni ha lavorato in Turchia, non lontano dal confine, accogliendo siriani, mi ha raccontato la festa quando è arrivata la notizia della caduta del regime. Lacrime e sorrisi, la luce negli occhi, incredula e contagiosa: siamo liberi. Poi però ci sono le domande concrete: Zekai, così si chiama questo signore colto e generoso che con i suoi dispacci ha impedito ogni mia possibile distrazione, mi ha mandato un foglio con l’elenco delle domande che si sono fatti i siriani attorno a lui, dopo la festa. Se non torniamo in Siria adesso, altri prenderanno le nostre case e le nostre terre? Se le cose dovessero mettersi male in Siria, potremo tornare in Turchia visto che già ora le autorità dicono: chi parte non rientra? I bambini che hanno dieci anni non hanno mai vissuto in Siria, non scrivono e non leggono l’arabo, hanno frequentato scuole turche: come faranno? Soprattutto: non c’è lavoro, non c’è cibo, non c’è acqua, non c’è elettricità, non ci sono le scuole, si può davvero vivere a casa nostra? Una ragazza ha sposato un siriano che ha ottenuto il diritto di asilo in Germania, sta aspettando i documenti per raggiungerlo: ora non arriveranno più? Non ci sono risposte, ma la distanza che esiste tra le domande che ci facciamo noi e quelle che si fanno loro mi fa pensare alla Nicorette.

I regimi tengono in ostaggio il futuro dei loro popoli. Anne Applebaum, scrittrice munifica e attenta (il suo ultimo libro è Autocrazie, edito da Mondadori), studiosa esperta di dittature e di popoli che le combattono, mi ha detto: «La caduta di Assad ci mostra che anche i regimi apparentemente più potenti nascondono profonde debolezze. I sostenitori di un tiranno gli rimangono fedeli solo finché può offrire loro protezione dalla rabbia degli altri cittadini. Dopo che un gruppo ben organizzato e motivato di oppositori armati ha preso la città di Aleppo il 29 novembre scorso, molti dei difensori del regime hanno improvvisamente smesso di combattere. Assad è scomparso. Le scene che abbiamo visto a Damasco, le statue buttate giù, i siriani che si fanno i selfie nel palazzo del dittatore, sono le stesse che vedremo a Caracas, Teheran o Mosca il giorno in cui i soldati di quei regimi perderanno la fiducia nella leadership, e la gente smetterà di aver paura di quei soldati».

Mentre cadeva il regime siriano, i georgiani hanno iniziato a manifestare tutte le notti contro il loro governo che ha deciso di sospendere il processo di adesione della Georgia all’Unione europea. È stata interrotta la strada che permetteva al paese di allontanarsi dalla Russia che incombe – la stessa Russia che ha aiutato Assad a uccidere i siriani, la stessa Russia che, di fronte all’ambizione europea di Kyiv, l’ha invasa e strazia gli ucraini di bombe, torture e deportazioni da quasi tre anni. I georgiani protestano, si ribellano all’ennesimo sopruso, vengono riempiti di botte ogni notte, vengono arrestati, interrogati, minacciati, ma non si fermano: l’alternativa è la fine di un sogno coltivato per anni. Ancora una volta, quando sembrava che i leader autocratici e i loro alleati avessero costruito un loro assetto disumano ed efficiente, i ragazzi, le ragazze, i padri, le madri, i nonni sono arrivati a riprendersi la loro libertà con le mani, a tirare giù poteri fintamente solidi con la forza del loro desiderio. Stremati, certo, ma non si può confondere la disperazione con l’ambizione di scegliersi il proprio futuro, così come non si può non vedere la luce negli occhi di chi fa i conti ogni giorno con il terrore: i regimi sono feroci, ma non sono invincibili.

Paola Peduzzi (Milano, 1976), vicedirettrice del Foglio.