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I dolori del giovane con le spalle strette

Gentile, educato, studia per diventare femminista: è cresciuto in mezzo alle donne, ha imparato a chiedere senza imporsi. Ma le ragazze non lo scelgono mai, e col tempo, la frustrazione si fa domanda: perché io no? Cronologia di un rifiuto reiterato, delle mail senza risposta, dell’altro «in preda a una passione animale» eppure preferibile, e del momento esatto in cui la delusione si trasforma in rabbia

Quando gli chiedono dove è andato a scuola ci tiene a dire che, sai, era un liceo femminile. È quasi vero – era una scuola privata di sinistra che aveva aperto ai maschi subito prima che ci si iscrivesse, con lui erano solo in cinque. Tutti rispondono: Ooooh, che fortuna! Come la volpe nel pollaio, proprio. Questo lo irrita, perché sottintende che le ragazze sarebbero uscite con lui solo in mancanza di alternative, e anche perché nei fatti alle superiori non è uscito con nessuno. (Al terzo anno una del primo ha avuto una cotta per lui, ma quel tipo di corporatura carnosa non lo attraeva, quindi si è sentito in diritto di rifiutarla, come era stato rifiutato parecchie volte anche lui).

In ogni caso quella scuola gli ha inculcato, se non i valori femministi in senso stretto, il valore dei valori femministi. Era cool, o perlomeno normale, identificarsi come asessuale – lui non si sentiva tale, ma gli sembrava un’etichetta migliore di “vergine”. I suoi amici, che erano principalmente amiche, gli dicevano che per essere un maschio era così attento, così affidabile. Negli anni ha appreso con gratitudine che femmina va usato solo come aggettivo, che anche gli uomini sono vittime del sessismo – certo, neanche lontanamente quanto le donne – e che ci sono uomini che si fingono femministi solo per portarsi le donne a letto. Passata la maturità si vergognava un po’ di non aver mai neanche baciato nessuno. Ma si sa, la vita erotica vera e propria comincia all’università, e lì nessuno avrebbe saputo della sua inesperienza.

Ma all’università scopre che la seduzione è governata da tutto un sistema di codici e manierismi alieni, comunicati attraverso indizi nascosti che gli risultano più impercettibili delle radiazioni ultraviolette. Alle superiori, sentendo parlare di body positivity e norme di genere e imparando che la bellezza era un costrutto sociale, era stato indotto a credere che gli adulti non fossero ossessionati dall’aspetto fisico. Questa convinzione si rivela falsa, persino fra le sue nuove amiche, che si lamentano di quanto sono superficiali i maschi. La sua nuova insicurezza gli fa capire di non essere competitivo secondo i parametri convenzionali di altezza, peso, forza della stretta di mano, eccetera. Come può sperare di attrarre qualcuno con quelle spalle strette?

Le donne con cui ci prova gli propongono di restare amici, quindi anche qui ha quasi solo amiche. Non è un problema: è una loro prerogativa, e comunque un sacco di relazioni cominciano in modo platonico – specie per i ragazzi con le spalle strette.

Ma dopo un po’ emerge un pattern. La prima volta, uscendo dal dorm di un’amica, si sorprende da solo quando le dice: insomma, forse ti sembrerà un po’ whatever, e lei può assolutissimamente dire di no, ma lui la trova molto attraente, che ne direbbe di “uscire”, una sera di queste? Con una voce rilassata e assolutamente normale. E lei fa,

«Oh», e traccheggia – non aveva idea che lui la vedesse così, non vuole rischiare di rovinare quello che hanno facendolo diventare qualcosa, forse è meglio se restano solo… e lui si affretta a rassicurarla che no, va benissimo, va benissimo, lo sa che l’amicizia non è mica la serie B, scusa se ho reso tutto così strano. Ugh!

Vero, no? risponde lei, e comunque all’università tutti pensano solo a scopare, come se non ci fosse niente di meglio da fare, ed è certa che lui troverà     qualcuno alla sua altezza, perché è fantastico, davvero fantastico, così attento, così intelligente, mica come quei tamarri palestrati col cappellino di traverso, ma di sicuro non può non saperlo, e non sa quanto apprezza la sua amicizia. Al che lui la ringrazia per l’onestà, perché è un segno di rispetto, e davvero non deve stare lì a preoccuparsi, capisce bene.

Capisce sin troppo. È una cosa che lo distrugge, ma sa che la ragazza che lo ha rifiutato stava solo cercando di non ferirlo, visto che gli uomini spesso reagiscono male ai rifiuti troppo netti.

Quindi cerca di validare ogni sua condoglianza, ripetendogliela fino a che non la sente convinta che va tutto bene. «Maledizione, friendzonato di nuovo!» proclama, agitando un pugno verso il soffitto, e ridono entrambi, e si abbracciano, e lui se ne torna a piedi al dorm nella prima luce dell’alba.

Si butta a letto con un sospiro. Sì, confida di aver gestito la faccenda con il massimo rispetto, ma tutte le belle parole della ragazza non fanno che ricordargli che nessuna delle sue qualità teoricamente positive è abbastanza attraente da garantirgli una chance, il che le fa sembrare inutili. Sospetta anche che quei complimenti fossero… esagerati, e un po’… condiscendenti? Cioè, se davvero per lei l’amicizia non fosse una serie B non avrebbe proposto di restare “solo” amici. Facendo in modo che sostanzialmente si desse un due di picche da solo non aveva solo cercato di alleggerirsi la coscienza? Lo logora il fatto che quelle situazioni siano sempre a senso unico: per l’ennesima volta deve essere lui ad accettare, perdonare, tollerare, fingere di non essere ferito o di aver smesso di sperare – tutto questo estenuante lavoro emotivo solo perché non vuole compromettere le proprie chances di uscirci in futuro, visto che dopotutto lei ha anche la prerogativa di cambiare idea.

In ogni caso rispetta la sua scelta. Si tira su dal letto, sentendosi tenuto a verificare che lei stia bene e a ribadire la propria posizione, e compone una lunga autopsia via mail, ricostruendo tutti i passaggi dall’inizio, assicurandole che non la incolpa in alcun modo del fatto che non sia attratta da lui, e che se non fosse stato chiaro, certo, lei gli interessa, ma non è uno di quei finti femministi che snobbano le ragazze che non gliela danno, insomma, gli spiace rendere tutto così faticoso e imbarazzante, e il fatto che lui sia in imbarazzo non è certo un problema di lei, ci teneva solo a mettere tutto in chiaro. Preme send.

Un’ora dopo manda un’altra mail: solo per curiosità, non è che potrebbe spiegargli un po’ meglio perché lo ha rifiutato? Gli sarebbe davvero utile. Sono quelle spalle strette? È una condizione sine qua non per lei? Perché come lei ben sa su quello non può farci niente. O è qualcosa che ha detto o fatto, perché se è così possono parlarne, appianare i fraintendimenti. Comunque lui sta bene, spera che sia tutto chiarito – e se mai cambiasse idea, sa dove trovarlo!

Considerato tutto lo sforzo che fa per essere vulnerabile, sembra un po’ ingiusto, persino stronzo, che dopo un giorno intero non abbia avuto risposta. Temendo che possa non riceverne mai, scrive una terza mail    per renderle chiaro che non deve affatto sentirsi in dovere di rispondere, ma che se ne avesse voglia lui non vede l’ora di sapere come la pensa. Si scoccia un po’ quando anche stavolta lei non gli risponde, ma è felice di avergliene dato la possibilità.

Se non altro non ci sono più non-detti.

Questo scenario si ripete per quattro o cinque volte, con ragazze diverse. Tempo dopo, quando ne parla con le sue altre amiche, scherzandoci su, loro gli garantiscono che lui è davvero interessante, intelligente, profondo, carino (però non dicono mai bono). Non c’è nulla che non vada in lui. «È assurdo che tu sia single», dicono, blandendolo con l’ottimismo, come se tutte le loro esperienze erotiche le rendessero automaticamente esperte di cosa significa non averne avuta neanche una. Ma non sanno cosa si provava a non sapere cosa si prova. In fondo persino una brutta relazione è meglio di niente, perché ti prepara alle relazioni future, e avere il cuore infranto è una condizione romantica e interessante, mentre farsi rifiutare è da sfigati. Se si escludono gli abusi, per loro il peggiore dei casi sarebbe essere lui.

Però non vuole compassione; non vuole averne bisogno. Tutte le sue amiche lo hanno rifiutato in passato, anche se non sempre esplicitamente: spesso quando è in giro con loro qualcuno lo scambia per un fidanzato, concedendogli un lampo di gioia purissima prima che l’amica di turno si metta a ridere o a spernacchiare, dicendo «Lol, neanche per sogno, sarebbe tipo un incesto!». Ma accetta l’umiliazione con dignità, e si consola, più tardi, masturbandosi al pensiero di una relazione incestuosa. Ogni tanto lascia intendere che vorrebbe che le sue amiche gli combinassero un’uscita con qualcuno, ma loro non colgono mai, chissà perché.

Decide che devono esserci altri modi di farsi notare, di essere attraente. Persegue il successo accademico e si specializza in Gender studies, dicendosi che lo status e la profondità intellettuale aumenteranno il suo sex appeal. Ma proprio come a scuola finisce per essere ignorato nonostante la penuria di maschi nel suo corso, e appena ne varca i confini l’attenzione va tutta ai ricchi, ai belli, a quelli con le spalle larghe.

Ma in realtà anche ai brutti, agli impresentabili! Le sue amiche escono con tizi con la pelle butterata che non sanno stare a tavola o non si lavano; sfigati convinti di potersi costruire una personalità a forza di hobby e gusti pretenziosi; traditori schifosi; stronzi manipolatori e abusanti. Persino il suo coinquilino del primo anno, che era gay, aveva avuto una fidanzata alle superiori prima del coming out. E sì, forse anche tutti loro meritavano di essere amati – ma non più di lui! A una festa un’amica racconta che la sera prima si è portata a casa un tizio che aveva detto di voler solo dormirle accanto, ma poi all’una lei si è svegliata sentendolo ansimare e ha scoperto che le aveva eiaculato sulla gamba. Quando lo ha mandato a quel paese lui ha sostenuto di essere stato “preda di una passione animale”, di non essere riuscito a trattenersi, e lei gli ha permesso di restare a dormire lì. «Sticazzi, tanto fra tre anni saremo tipo sposati», dice alzando gli occhi al cielo.

Lui vorrebbe incoraggiarla a non svalutarsi, perché quel sarcasmo è chiaramente un meccanismo di soppressione del trauma: era stata violentata, non avrebbe dovuto essere a una festa quella sera. Rimane sbalordito quando tutti scoppiano a ridere, lei per prima. Per cui ride anche lui, dicendosi che dev’essere una fase catartica del processo di guarigione, anche se a lui sembra un caso chiarissimo di violenza di genere. Ma è ancor più perplesso dal fatto che in passato aveva chiesto di uscire anche a lei; quindi persino uno che è letteralmente uno stupratore è meglio di lui? Non reagisce quando un’altra amica dice: «I maschi sono tutti delle merde». Certo, giusto, capisce bene che si sta riferendo al patriarcato, non a lui in particolare – ma perché doveva dirlo proprio lì davanti a lui, se non perché non lo vedeva come un maschio? Cercando di non mostrarsi suscettibile, di non invalidare il loro giudizio e di non centrare la conversazione su di sé, dice: «Uff, sì, siamo davvero delle merde», e archivia quello scambio in un faldone di ingiustizie che col tempo si fa sempre più grosso, una polizza assicurativa che gli tornerà utile per dimostrare l’imperfezione dei loro princìpi se mai dovessero provare a fare un call-out a lui. Fra sé e sé si dice che se la vanno a cercare, se continuano a uscire con degli stronzi.

Più tardi, analizzando le proprie reazioni per sincerarsi che quella premura nei confronti del trauma dell’amica fosse in buona fede, le scrive: hey, io ci sono se vuoi parlare di quello che è successo, o anche guardare una serie trash 🙂 dove e quando vuoi.

Lei non risponde.

Tony Tulathimutte (Springfield, Massachusetts, 1983) è autore del romanzo «Private Citizens» (2016) e del romanzo di racconti «Rejection» (2024). Ha vinto l’O. Henry Award e il Whiting Award. Vive a Brooklyn, dove insegna scrittura creativa.

Vincenzo Latronico (Roma, 1984) è uno scrittore e traduttore italiano. Ha scritto «Le perfezioni» (2022, Bompiani), tradotto in inglese con il titolo di «Perfection» e finalista all’International Booker Prize nel 2025.