Una volta ho avuto sette padri in sette anni. Questo è il racconto di quegli anni. Se ci sono cose che ti sembrano inventate, puoi stare sicuro che invece sono vere. Come la storia del ratto e del criceto. O la tipa con il sorriso da clown alla paprica. Non ho intenzione di inventarmi niente di particolare, perché il particolare si imprime nella mente e non ha bisogno di essere inventato. Se mi inventerò qualcosa, sarà nascosto nel banale, come il colore dei cuscini di una sdraio in un capanno dov’è successo qualcosa di particolare». Il bambino che scrive è davanti a me: con Andrev Walden rileggo le prime parole di Maledetti uomini, il suo romanzo d’esordio vincitore del premio August, il più prestigioso riconoscimento letterario svedese, edito in Italia da Iperborea. Walden confessa di aver capito molto presto che avrebbe dovuto tornare indietro nella scrittura e precisare ai lettori in questa prima pagina che i personaggi sono reali.
«Come il Mago delle Piante. Esiste davvero e ho sentito di doverlo pure un po’ attenuare nella storia perché nella vita reale è persino più incredibile».
Tutto inizia quando il bambino Walden, narratore in prima persona, scopre a sette anni che suo padre non è il suo vero padre. Siamo in Svezia, all’inizio degli anni Ottanta: negli anni successivi arriveranno l’Artista, il Ladro, il Pastore, l’Assassino e il Canoista. Figure maschili per lo più eccentriche, scomposte, evanescenti. Adulti contraddittori che promettono e non mantengono la parola data, uomini che celano le proprie fragilità sotto il velo dell’autorità e dell’autodichiarato carisma. “Maledetti uomini” che gravitano uno dopo l’altro nella vita di una madre che sbarca il lunario con lavori saltuari, che bandisce la televisione e la plastica cercando di sopravvivere tra la polvere delle macerie degli ideali anticonformisti degli anni Settanta. È lei a svelare al bambino l’esistenza del suo vero padre, un tipo dai capelli lunghi e neri ribattezzato l’Indiano: con lui il bambino sogna di scappare, implora che mandi uno spirito per fuggire in un mondo di cavalli e cowboy.
È una fiaba, è una commedia noir: ma è tutto vero. E noi osserviamo insieme al bambino la schiera dei “maledetti uomini” che appaiono e poi scompaiono abbandonando la madre inerme: insieme a lui, mai giudicante, mai moralista, li cataloghiamo insieme alle loro stranezze, le loro promesse infrante, i loro impeti violenti. Anche le loro ferite. Ma non ci sono sconti né condanne: solo la fragilità maschile nuda e cruda di fronte agli occhi dell’infanzia esposta alle scelte degli adulti.
Il bambino guarda gli adulti e sembra già interrogarsi sull’uomo che diventerà. Non si chiede solo chi sia il suo vero padre. Ma cosa significa esserlo davvero.
Incontro il bambino divenuto uomo a Milano, dove sta per presentare il suo romanzo al Teatro Franco Parenti in occasione del festival I Boreali. «Mi dicono che i lettori italiani lo stanno trovando divertente. Ne sono felice: senza il lato comico sarebbe solo una storia tragica e molto cupa».
È anche un modo per sopravvivere?
Più che altro per narrare. Credo che ogni storia oscura abbia bisogno del lato comico. È una sorta di onda che lo scrittore crea nella storia. Ma è anche un modo per prenderti gioco narrativamente del lettore, una sorta di inganno: se riesci a farlo sorridere, e quindi ad aprire il suo cuore, riesci anche ad accompagnarlo, impreparato, nella caduta rovinosa nell’oscurità una volta girata la pagina. La caduta sarà ovviamente più rovinosa se ha riso alla pagina precedente. Quindi in un certo senso è un modo di abusare del lettore.
La tua è una storia libera e selvatica di un bambino cresciuto a contatto con la natura, che «aspetta segnali luminosi al margine del bosco, volute di fumo tra i rami», che osserva il Mago delle Piante, hippie e falso invalido, maneggiare erbe e funghi.
Sì, ed è anche per questo che ho scelto la prospettiva del bambino. Mi piace che sia lui a narrare perché non può ancora distinguere il bene dal male. Soprattutto, non giudica: osserva e basta. Penso che una storia raccontata da un narratore che si limita a osservare sia una storia migliore. I bambini sono grandi narratori perché dicono tutto ciò che pensano: anche io scrivendo mi sono sentito così.
In questa selva nordica gli uomini prendono le sembianze di personaggi fiabeschi, come se volessi esorcizzare il dolore con il fantastico.
Volevo scrivere questa storia, ma non volevo che fosse un’altra opera di letteratura sul trauma. Quindi ho scelto di scriverla come una fiaba. La natura del luogo in cui sono nato mi è venuta sicuramente in aiuto. Il fatto che abbia avuto sette padri in sette anni non è già fiabesco di per sé? È fondamentalmente la storia di un bambino che esce nel bosco e incontra sette creature strane lungo il cammino.
C’è il bambino ma anche sua madre. C’è soprattutto sua madre. Una donna del suo tempo che incarna il suo tempo: come lei tante donne della sua generazione hanno creato famiglie non tradizionali, per la prima volta si sono sentite libere nelle proprie scelte e nel proprio corpo. Il tuo romanzo pone però i lettori di fronte all’altra versione della storia, quella del figlio di una madre che incarna l’anticonformismo ma anche il fallimento e l’inganno di tante conquiste degli anni Settanta: lei è certamente libera dal giudizio e dalle convenzioni, ma è anche ancora imprigionata nell’atto di cura degli uomini da salvare. Metti il lettore di fronte al quesito: cosa ne è stato dei figli di queste donne?
Mia madre faceva parte della prima parte di quella che è stata l’onda del movimento del Sessantotto ma di fatto era imprigionata sin dall’infanzia, cresciuta con un patrigno violento. So che questo è un cliché, ma credo che la maggior parte dei cliché derivi dalla realtà. Spesso le donne che crescono con padri “rotti” quando escono nel mondo cercano uomini rotti credendo di poterli aggiustare. E non riesce a rompere questo schema. Prendi il personaggio del Pastore, l’unico uomo “non rotto” pronto a fornirle sicurezza: lei è così tristemente disinteressata a lui. Forse non è il personaggio più importante della storia, ma ci mostra come la madre non riesca a sentire nulla per un uomo che non è rotto.
Pensi davvero che un “uomo rotto” possa essere aggiustato?
Sì, in una visione positiva a livello sociale e culturale. Ma non possono essere aggiustati da una donna rotta. Una donna rotta che cerca di aggiustare un uomo rotto è solo una ricetta per il disastro. E succede continuamente. Ho scelto la prospettiva del bambino anche perché i bambini non giudicano. Credo che volessi anche scrivere questa storia con uno sguardo un po’ indulgente su questi uomini, senza ideologia.
Nel tuo racconto non ci sono santi né eroi. Né tantomeno eroine.
Ho lasciato che le donne fossero distrutte, “spezzate”, tanto quanto gli uomini, senza trasformarle in personaggi angelici. Questo significa trattare davvero i personaggi femminili alla pari e lasciarli essere inutili. Perché le donne sono altrettanto distorte quanto gli uomini in questa storia. Sono stato criticato per aver raccontato una madre che avrebbe dovuto reagire, essere più forte. Vedendo il titolo molte persone forse si aspettavano un’opera di letteratura femminista militante e arrabbiata. Non volevo fosse un libro politico. Volevo che parlasse semplicemente di esseri umani. E che fosse una storia di classe.
In effetti il bambino racconta di personaggi che vivono e agiscono fuori dal sistema. Il Mago delle Piante è emblematico.
Oggi ha settantacinque anni e non ha mai lavorato un giorno della sua vita. Quando aveva vent’anni partecipò a un esperimento di un ospedale universitario assumendo Lsd. Il professore che lo seguì come pagamento gli fornì dei documenti che lo dichiaravano invalido, grazie ai quali avrebbe potuto ricevere assistenza sociale per il resto della sua vita. Questa storia è folle, ma è realmente accaduta.
I toni disarmanti e crudi del bambino, spesso umoristici, nascondono però riflessioni da adulto.
Sì, in realtà c’è un passaggio del libro che in qualche modo è politico. Scrivo di quanto odiassi l’inverno e di quanto invece amassi l’estate perché appianava le differenze. I ragazzi ricchi andavano a sciare con i loro giubbotti costosi, mentre chi era povero restava in città, a casa, durante le vacanze. Una volta arrivata l’estate, però, tutte le disuguaglianze scomparivano: alla luce del sole eravamo tutti ragazzi con un costume da bagno e una maglietta. Almeno l’abbronzatura era gratuita. Ricordo di aver pensato: amo l’estate perché nessuno può dire che mia madre è povera. D’estate posso essere chiunque.
L’uomo che sei oggi interviene frequentemente per commentare le proprie scelte nel libro, ma il bambino sembra avere dentro di sé già lo scrittore che sarà.
So di avere avuto già da piccolo la consapevolezza di saper raccogliere ricordi. Ho sempre saputo di voler raccontare questa storia e sono felice di aver aspettato così a lungo: se l’avessi scritta quando avevo trent’anni sarebbe stata completamente diversa. Probabilmente avrei cercato di renderla molto più politica, sarei stato molto più giudicante e arrabbiato. Sono contento di aver aspettato così tanto da avere l’opportunità di scoprire da solo quanto sia difficile vivere prima di iniziare a giudicare chi non ce l’ha mai fatta davvero. Penso che nessuno debba scrivere una storia sulla propria infanzia prima di scoprire sulla propria pelle quanto sia difficile la genitorialità. In effetti io ero un bambino un po’ inquietante, un po’ un mostro. In fondo gli scrittori sono un po’ dei mostri.
Compassione e indulgenza, ecco cosa sembra già provare il bambino.
Indulgenza, esatto. Come tutti gli scrittori tendo a innamorarmi dei personaggi. Quando ho iniziato a scrivere il romanzo non riuscivo a farmi piacere davvero nessuno dei miei papà. Mano a mano che la scrittura prendeva corpo, però, ho iniziato a provare qualcosa per loro. Ora li amo tutti, in un modo diverso. Non provo odio per nessuno di loro. E questo mi ha sorpreso, ma dice anche molto su quella strana cosa che succede quando scriviamo.
Chi ti ha più messo alla prova nella scrittura?
Quello che rinomino l’Assassino è il personaggio più interessante. Ha fatto cose orribili. Ma quando ho scritto di lui è diventato ovvio per me che era solo un uomo che voleva una famiglia. Voleva una casa, voleva dei figli, voleva una moglie. Voleva tutto. Quindi quando non poteva averlo diventava geloso, violento. In fondo è un uomo che ha paura di perdere ciò che ha cercato di costruire. C’è una scena nel libro in cui decide di preparare da solo la cena in famiglia: va al negozio e compra quattro polli arrosto e ne mette uno sopra ogni nostro piatto. Tutto qua. Per me quella è una scena commovente perché ci prova, ma non ha idea di cosa sia una famiglia, non riesce a tenerla insieme. Ma soprattutto quando finalmente capisce cosa vuole si rende anche conto che non sa come ottenerlo.
Il bambino riesce a essere indulgente anche con l’adulto che è diventato?
Non avevo ragioni terapeutiche per scrivere questa storia, che mi è stata in qualche modo consegnata dalla natura. Ma l’atto più difficile è stato scrivere dei miei fratelli, di mia sorella e di mio fratello. Mi sono reso conto di che fratello maggiore scadente sia stato, di come avrei potuto prendermi più cura di loro. L’unica mia esigenza da ragazzo, però, era quella di allontanarmi da casa, per iniziare a esplorare il mondo da solo. Quindi ho semplicemente voltato loro le spalle. È l’unica cosa che mi ha davvero ferito quando ho scritto. Avrei potuto trasformarmi in un fratello maggiore migliore nella storia, ma non si falsificano i pensieri dei bambini.
Anche, e soprattutto, in letteratura.
Penso che la cosa più difficile in ogni racconto di formazione, o in generale in tutte le storie sui bambini, sia attenersi ai fatti secondo la vera prospettiva dei bambini. Prendiamo il film E.T.: i piccoli trovano un alieno e sono in grado di metterlo nel cestino della bicicletta e volare insieme a lui. Nella vita reale i bambini si limiterebbero a sedersi e fissare l’alieno. La maggior parte dei bambini, specialmente i maschi, non hanno grandi iniziative: penso a me, puro osservatore. Ero come una foglia nel vento. La verità è che, durante gli anni estivi in cui si svolge la storia, non ho mai chiesto a mia madre del mio vero padre perché non sarei mai stato così audace. Ho solo aspettato che me ne parlasse lei. E questo è molto frustrante.
Quando pensi di aver davvero deciso di scrivere questo romanzo?
C’è una scena in cui uno degli uomini cerca di affogare mia madre nella vasca da bagno. È la scena più oscura di tutto il libro. Ricordo nitidamente quella notte. Fu orribile. Ma al tempo stesso la memorizzai come una grande scena della vita. Lo scrittore è nato quella notte.