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Il banchetto indigesto in cerca della pace

Gli ospiti d’onore divisi da una faida storica, il padrone di casa che aspira a porvi fine, uno stuolo di personaggi minori con minacce e pretese. I negoziati tra israeliani e palestinesi attraverso i memoir di chi li ha vissuti, con un occhio ai prossimi leader, e a un cavaliere nero

Immaginiamo un film centrato sui tentativi di un ricco padrone di casa di organizzare, dopo anni di ritiro dalla scena mondana, un pranzo sontuoso dal cui successo verrebbe nuovo prestigio per le sue fortune sociali in declino. Tuttavia, dei due ospiti d’onore che spera di far sedere vicino a sé, lontani parenti divisi da una faida familiare di cui si è persa l’origine, uno è molto malato, l’ombra di sé stesso, e potrebbe appena assaggiare le molte portate elencate nell’invito; il secondo dichiara a giorni alterni di non voler venire se c’è l’altro o di avere intolleranze alimentari tali da richiedere lo stravolgimento del menu mentre confida ai suoi amici di aspettare l’invito di un altro riccone che sta per rientrare da un viaggio d’affari. Intanto, uno stuolo di personaggi minori invitati per fare numero, avanza pretese sul posto a tavola, sull’ordine delle portate e perfino sugli avanzi da portare a casa, minacciando in caso contrario di optare per altri inviti meno attraenti. Davanti ai cancelli, ogni giorno gruppi di manifestanti protestano in nome del veganismo o contro il sacrificio degli animali e la fame nel mondo. Facendo in modo di essere ben visibile, il fratellastro sociopatico dell’ospite malato, escluso dall’invito, lascia scritte insultanti sui muri, buca le gomme e, spalleggiato dai suoi amici bulli, minaccia di organizzare una sassaiola in grande stile per il giorno del banchetto.

Questa trama vagamente bunueliana è solo uno dei modi possibili di rappresentare la situazione attuale dei negoziati di pace fra Israele e i palestinesi, «la Cadillac dei conflitti» secondo David Miller, uno dei principali negoziatori americani per Clinton e Bush jr. Conflitto che, da oltre 75 anni, offre un palcoscenico mondiale a capi di stato desiderosi di lasciare un segno nella storia, dittatori locali in cerca di legittimità interna e internazionale, diplomazie in cerca di notorietà, comandanti di eserciti sovradimensionati, narrative nazionaliste in conflitto, pubblici processi, ondate di indignazione, tragedie annunciate e tragedie avvenute. Questo, rispetto a un territorio con una superficie globale di poco superiore a quella della Lombardia, una popolazione complessiva di meno di 12 milioni di persone (per restare nel paragone, la Lombardia ne ha un milione in meno), dove l’intera Striscia di Gaza, su cui si concentra oggi l’attenzione del mondo, è estesa quanto la provincia di Prato, la seconda più piccola provincia italiana.

I. Un copione immutabile?

Nel 2004, Dennis Ross, che è stato il capo dei negoziatori americani da Madrid a Oslo a Wye River, apriva le sue memorie della stagione dei colloqui di pace, The Missing Peace, come una tragedia shakespeariana, con una lunga lista di dramatis personae, personaggi e interpreti, alludendo al carattere drammatico e rituale delle relazioni e all’immutabilità del copione. Teatrale è anche l’inizio (Prologo: La fine). Vi si descrive il momento in cui Bill Clinton prende atto del fallimento del suo tentativo estremo di costringere Yasser Arafat ad accettare i cosiddetti “Clinton Parameters”, un accordo permanente sullo status che avrebbe posto le premesse per una pace duratura. Parliamo del gennaio 2001, Clinton era ormai quello che, nel gergo politico americano, si definisce un’anatra zoppa, ossia un presidente privo di autorità nell’interregno fra le elezioni e l’inaugurazione del successore. Inevitabile l’analogia con Joe Biden, il cui tentativo avviene in un momento in cui la sua presidenza è particolarmente debole, a meno di un anno dalle elezioni e con sondaggi sulla sua popolarità tali da azzopparlo in anticipo. Accorso di slancio a sostenere le ragioni di Israele, una carta tradizionalmente vincente per tutte le amministrazioni americane, Biden si è ritrovato a fronteggiare la ribellione dei giovani del suo partito, quella dei palestinesi americani, tradizionalmente democratici e, più in generale, l’opposizione dei movimenti per i diritti civili, da quelli afroamericani, vicini a Israele fino a pochi anni fa, fino, incredibilmente, a quelli Lgbtq+, ma anche il generale indebolimento del sentimento pro Israele dell’opinione pubblica e dei media americani, perfino del New York Times.

Comune con il passato è la transitorietà dell’istituto presidenziale americano, limitato nella durata e inadeguato a sostenere i tempi lunghissimi dei negoziati rispetto a regimi autocratici o semi-democratici. Di questo è evidentemente consapevole Benjamin Netanyahu, che trascina il conflitto tenendo d’occhio l’evoluzione della campagna presidenziale negli Stati Uniti, come lo sono verosimilmente gli stati arabi coinvolti nella trattativa. Il senso di déjà vu è forte rispetto a Netanyahu, già primo ministro fra il 1996 e il 1999 e poi, quasi ininterrottamente, dal 2009. Ross ne descrive così il tipico modo di fare: «Dopo aver fatto progressi verso un accordo, aveva fatto marcia indietro, spinto probabilmente dal bisogno di placare il suo elettorato di destra». Clinton ne parlava come di «una minaccia inequivocabile», un arrogante che «crede di essere lui la superpotenza, e che noi siamo qui per fare quello che pretende». Ross aggiunge che la sua politica è «fare il duro a parole e poi non fare niente», definizione profetica se pensiamo al piano inclinato che, dai discorsi minacciosi di Mr. Security, come Netanyahu amava definirsi, ha portato al 7 ottobre.

Le memorie dei negoziatori americani non mancano, in effetti, di osservazioni che sembrano contenere tutto quello che c’è da sapere. Parlando delle possibili conseguenze del preannunciato (e poi realizzato) ritiro unilaterale di Israele da Gaza, Ross ipotizza che «Hamas potrebbe prendere il controllo a Gaza e la Cisgiordania piombare nel caos» e indica l’eredità più nociva di Arafat (morto nel 2004) nel discredito sistematico di ogni possibile successore. Ecco Abu Mazen: «Non aveva un vero seguito fra i palestinesi. Nel corso degli anni Arafat aveva fatto in modo che nessun altro potesse guadagnare sufficiente visibilità presso l’opinione pubblica palestinese», punto su cui, sottolinea, la tattica di Arafat si allineava a quella di Hamas – e a quella di Netanyahu, possiamo aggiungere oggi.

Nella logica dei negoziati, come in un setting di terapia familiare, ogni tentativo di aggirare il sistema ignorandone gli attori principali e le loro istanze sembra destinato a rafforzare i nodi problematici se non a fallire del tutto. Nel primo ventennio del secolo, i governi di destra israeliani hanno proseguito il distanziamento dalla presidenza americana già iniziato con il primo governo Netanyahu. I rapporti fra Barack Obama e Netanyahu, tesi fin dall’inizio, si erano raffreddati sulla richiesta americana di bloccare gli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme est, seguita da un inedito rifiuto degli Stati Uniti, nel 2016, di porre il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che imponeva a Israele di farlo. Si erano poi interrotti definitivamente dopo il tentativo ambizioso e lungimirante di Obama di ricostruire i rapporti con l’Iran in cambio del blocco del programma nucleare. Donald Trump, ideologicamente più affine a Netanyahu, ne aveva assecondato invece l’idea di ignorare i palestinesi e di siglare gli Accordi di Abramo con alcuni stati arabi che, come gli Emirati, il Bahrein e il Marocco, non sono mai stati antagonisti di Israele, presentando come accordi di pace quelli che sono, in realtà, accordi commerciali. Entrambe le soluzioni diversive hanno contribuito allo squilibrio del sistema generale, aggirando in un caso le paure israeliane, nell’altro le istanze palestinesi che Netanyahu, sostenuto da Trump, riteneva di avere sotto controllo.

II. Il dilemma di Arafat

Nelle sue memorie, The Much Too Promised Land, David Miller, membro della squadra di negoziatori americani guidata da Ross, riconosce che gli accordi di Oslo hanno avuto l’effetto di screditare la via negoziale agli occhi dei palestinesi, perché ne hanno ristretto eccessivamente le aspettative. Il peso della rappresentanza negoziale ricadrebbe attualmente sull’Autorità nazionale palestinese (Anp) guidata da Mahmoud Abbas, capo di Fatah, il principale della decina di gruppi che formano l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Più noto con il nom de guerre di Abu Mazen, Abbas è, a 88 anni, l’unico sopravvissuto della squadra di negoziatori che accompagnava Arafat nella stagione dei colloqui di pace, persone di prim’ordine, come Abu Ala, alias Ahmed Qurey, economista che sarebbe diventato primo ministro dell’Anp fra il 2003 e il 2006, e Saeb Erekat, il capo dei negoziatori insieme ad Abbas, di cui Miller dice che «poteva diventare il Bibi palestinese. Aveva la green card, un diploma dell’Università statale di San Francisco e una perfetta padronanza dell’inglese e della parlata americana». A loro era toccato anche il compito di mediare Arafat, arrivato quasi alla fine della sua carriera politica, imprevedibile ed enigmatico. La sua risposta tipica, “sì e no”, era il modo di eludere un dilemma che, a distanza di anni, continua a proporsi ai suoi successori: accettare le condizioni proposte dall’occidente comporta la delegittimazione di fronte all’opinione pubblica palestinese, rifiutarle del tutto conduce all’irrilevanza, in un contesto internazionale in cui il sostegno all’indipendenza palestinese non sembra offrire dividendi apprezzabili. Reso prudente dalla sorte di Sadat e Rabin, uccisi per l’audacia di aver voluto uscire dal sistema del conflitto, Arafat replicava così ai negoziatori americani che insistevano per una risposta chiara: «Non vi darò la soddisfazione di assistere al mio funerale». Anche per questo, Arafat non aveva saputo o non aveva voluto completare la transizione da simbolo a statista, condannando la formazione di cui era leader a restare partito di lotta più che di governo.

Insieme ad Arafat, svanito dalla memoria dei più giovani in modo più rapido e definitivo di quello che ci si poteva aspettare (e potremmo dire che è una morte un po’ peggiore), è scomparsa anche questa generazione di dirigenti e Abu Mazen è rimasto da solo a rappresentare la possibilità della pace con Israele, che l’Anp ha riconosciuto. È tuttavia penalizzato dallo scarso carisma, apprezzabile nel negoziatore ma non nel leader politico, oltre che dalle accuse ricorrenti di corruzione, riferibili a tutti i regimi mediorientali per via della struttura clientelare del potere politico. È però soprattutto la sua posizione sulla pace con Israele a opporre periodicamente Abu Mazen alle aspettative di una parte maggioritaria dei palestinesi, nonché a Netanyahu e ai governi che questi ha guidato. Per il dilemma di Arafat, l’appoggio occidentale – quello americano in particolare – diventa un’arma a doppio taglio, come nelle fatali elezioni che, nel 2006, hanno consegnato Gaza a Hamas, nonostante i finanziamenti ingenti del Congresso americano all’Anp. Ed è così che Abu Mazen, avendo dichiarato, a una settimana dal 7 ottobre, che Hamas non rappresenta il popolo palestinese, è stato poi costretto ad attribuire questa dichiarazione al suo braccio destro e consigliere Majid Faraj e ad abbracciare invece la tesi, popolare in tutto il mondo arabo, che l’attacco di Hamas sia stato la conseguenza giusta e inevitabile dell’occupazione israeliana. Se si aggiunge che Abu Mazen è molto malato e che limita ormai da anni le sue apparizioni in pubblico, si capirà perché si parli ormai di un avvicendamento a capo dell’Anp, che lo relegherebbe in un ruolo solo onorifico. È però difficile capire chi possa sostituirlo operativamente nei tempi brevi imposti dal conflitto e dalle scadenze delle elezioni americane, ed è anche improbabile che i palestinesi, a Gaza e in Cisgiordania, accetterebbero una scelta imposta dall’esterno e dall’alto.

III. Cosa pensano i palestinesi

L’opinione pubblica palestinese è il grande assente dalla preparazione dei negoziati, sebbene tutti gli interlocutori mediorientali, non solo l’Anp, dichiarino di parlare a nome e per la causa del popolo palestinese. Lo strumento di espressione tradizionale e imperfetto delle elezioni, in uso nei paesi democratici, ha nei Territori palestinesi una storia breve. Le elezioni presidenziali del 1996 avevano assegnato una vittoria chiarissima ad Arafat, reduce dal Nobel per la Pace; le elezioni successive del 2005, boicottate da Hamas e dal Jihad islamico, erano state vinte da Abbas. Le prime e finora uniche elezioni parlamentari del 2006 hanno visto la vittoria – ma non il trionfo – di Hamas, escluso o astenuto poi da tutte le elezioni successive, solo locali. Nel 2021, Abbas ha prima indetto poi annullato nuove elezioni legislative, temendone i risultati.

In questa situazione, a rilevare le opinioni dei palestinesi sono rimasti solo i sondaggi, che, per quanto volatili e parziali, forniscono indicazioni eloquenti. Prima dell’attacco del 7 ottobre, diversi sondaggi mostravano un trend decisamente pro Anp e anti Hamas, sia a Gaza sia in Cisgiordania, conseguenza della disastrosa gestione della cosa pubblica da parte del gruppo (come sappiamo ora, in tutt’altre faccende affaccendato). Successivamente, il sostegno per Hamas si è più che triplicato in Cisgiordania, mentre è rimasto abbastanza stabile a Gaza (di regola, tale sostegno sale temporaneamente durante una guerra con Israele o subito dopo, per tornare ai livelli di partenza dopo un certo tempo). Se consideriamo il modo in cui gli eventi sono stati elaborati nel setting descritto, può sorprendere o no che solo per il 10 per cento degli intervistati Hamas abbia davvero commesso le atrocità che gli sono attribuite, mentre per il 95 per cento Israele ha commesso crimini di guerra nella risposta.

Inequivocabile e trasversale è l’impopolarità di Abbas, che sfiora il 90 per cento secondo alcuni sondaggi, e quella dell’Anp (60 per cento), che per la maggioranza degli intervistati non dovrebbe nemmeno partecipare ai colloqui. Allo stesso modo, gli stati arabi interpellati da Biden perché abbiano un ruolo nel governo del dopoguerra hanno un indice di gradimento inverso all’importanza che è loro riconosciuta in questa fase: l’Arabia Saudita all’ultimo posto e gli stati del cosiddetto “asse della resistenza”, che fa capo all’Iran, ai primi – lo Yemen degli houthi all’80 per cento.

Ancora più preoccupante per le prospettive di pace è la sfiducia generale nella soluzione dei due stati sia fra i palestinesi sia fra gli israeliani, sentimento che, soprattutto fra i più giovani, ha preceduto il conflitto. Di due stati parlano oggi solo Abbas, i negoziatori occidentali e quelli mediorientali, mentre la destra israeliana, gran parte dell’opinione pubblica palestinese e vari esponenti politici, non solo di Hamas, si dichiarano per un solo stato. Questa soluzione, a lungo idealizzata da chi pensava possibile la convivenza, implica oggi solo l’espulsione dell’una o dell’altra popolazione. Non sorprende allora che, dopo il 7 ottobre, alla richiesta dei sondaggisti di indicare quale metodo dovrebbe portare alla fine del conflitto e alla costruzione dello stato palestinese, la maggioranza abbia risposto la lotta armata.

Un ultimo dato degno di nota è che, nei vari scenari elettorali prospettati, Mahmoud Abbas perderebbe sempre contro Ismail Haniyeh, il gran capo di Hamas attualmente in Qatar, ma Haniyeh perderebbe contro Marwan Barghouti, che attualmente sconta in Israele cinque ergastoli per terrorismo, segno del fatto che, nello spazio chiuso delle aspettative palestinesi il massimo dell’assenza può coincidere con il massimo peso simbolico.

IV. Candidati impossibili, candidati possibili

Benché prigioniero, Marwan Barghouti è l’esponente più popolare dell’Anp, in Cisgiordania come a Gaza. Membro del direttivo di Fatah e del Parlamento palestinese, è, insieme al nipote di Arafat, Nasser Kidwa, a capo di una formazione politica (“Libertà”), la cui affermazione più che certa è stata fra le cause della cancellazione delle elezioni parlamentari nel 2021. In carcere, Barghouti è il leader riconosciuto dei prigionieri politici, tanto da essere immancabilmente ma impropriamente indicato come il “Mandela palestinese” (non ha mai fatto professione, nemmeno formale, di non violenza). La sua stessa popolarità garantisce tuttavia che, nelle condizioni attuali, né Abbas né Israele desiderino il suo ritorno in campo.

Non manca nemmeno, come in una saga medievale, un cavaliere nero, ed è Mohamed Dahlan. Della stessa generazione di Barghouti, di Haniyeh e di Yahya Sinwar, nati all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, Dahlan è di Gaza come gli ultimi due ma fin da giovane è stato affiliato a Fatah, di cui ha diretto la sezione di Gaza. Descritto come uomo d’azione, pragmatico e spietato, Dahlan è stato il capo della sicurezza palestinese da Oslo a Wye River, ha stretto ottimi rapporti con le amministrazioni americane e con Israele ma, dopo il fallimento dei negoziati, è stato escluso dalla cerchia ristretta dell’Anp, prima da Arafat e poi da Abbas. Fino all’espulsione di Fatah nel 2007, Dahlan aveva la sua base di potere a Gaza (chiamata Dahlanistan sotto il suo comando) dove, a capo di una forza armata di 20 mila uomini, ha contrastato violentemente Hamas. Tornato in Cisgiordania, è stato messo sotto processo perché accusato da Abbas di avere avvelenato Arafat. Latitante dal 2014, ha preso la cittadinanza serba e la residenza negli Emirati Arabi Uniti, da dove dirige attività di mediazione e di intelligence, più o meno legittime, per vari governi occidentali e mediorientali. Dahlan è stato uno dei mediatori degli Accordi di Abramo per conto degli Emirati ma è anche molto vicino al presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi; è pure verosimile che abbia negoziato il rilascio degli ostaggi israeliani e che sia coinvolto nella preparazione dei colloqui, pur avendo espresso pubblicamente sfiducia nella soluzione dei due stati. Nonostante queste credenziali impressionanti e la sua influenza su tutti gli attori, la profonda impopolarità di Dahlan fra i palestinesi è seconda solo a quella di Abbas.

Fra un presidente screditato e malato, un ergastolano troppo popolare e un mediatore troppo spregiudicato, è probabile allora che il rappresentante ufficiale dell’Anp sarà invece un personaggio di minore rilievo all’interno di Fatah, vicino a Abbas ma non troppo lontano dalle altre formazioni politiche. I probabili candidati appartengono alla generazione dei settantenni, come Mustafa Barghouti, lontano parente di Marwan, il segretario generale Jibril Rajoub o Ziad Abu Amr, che unisce alla cittadinanza americana il fatto di essere nato a Gaza e di essere in buoni rapporti con Hamas.

IV. La fine degli eroi

Se, infatti, sembra scontato che Hamas non parteciperà, è prevedibile che, come il convitato di pietra – per tornare all’immagine del banchetto – incomberà sulle trattative, non solo con gli attacchi dimostrativi degli alleati filoiraniani ma anche attraverso tutti i canali diplomatici e personali costruiti nel tempo. Sia Dahlan, intervistato dall’Economist, sia, più di recente, Abu Mazen hanno prospettato la partecipazione di Hamas al governo del dopoguerra, e la possibilità che questa ipotesi sia discussa indica la distanza che separa dall’inizio di una soluzione, che richiede probabilmente l’abbandono dei ruoli assegnati da un copione già scritto. Per Dahlan: «Il tempo degli eroi è finito con Arafat», affermazione inquietante se è vero che è stato proprio lui l’eroicida. Ma in cosa sarebbe consistito l’eroismo di Arafat, che i negoziatori americani descrivono come programmaticamente sfuggente e incapace delle scelte coraggiose di Sadat e di Rabin? Probabilmente, nell’illusione di poter rappresentare da solo un popolo che nel corso del conflitto e sotto la pressione di forze internazionali contrastanti, si è diviso in mille correnti. O, forse, semplicemente nell’accettare che il ruolo di negoziatore ne diminuisse la statura morale, da leader delle lotte di liberazione nei paesi in via di sviluppo a capo di un arcipelago di territori discontinui, immersi in un contesto ostile.

Bruna Soravia è una storica. Si occupa di Islam, soprattutto medievale. Si è interessata, in ambito contemporaneo, di storia dell’orientalismo europeo e del conflitto arabo-israeliano. Ha insegnato in Francia, negli Stati Uniti e all’Università Luiss Guido Carli di Roma.