All’inizio del 2025 sono andato in America per lavoro – sono un produttore cinematografico – e per vedere che paese era uscito dalle elezioni del 2024, l’America di Donald Trump insomma, quella che soltanto chi non conosce quel paese non aveva visto arrivare. Vado spesso negli Stati Uniti, ci ero stato alla fine dell’estate scorsa – noi “cinematografari” siamo sempre alla ricerca di investitori e di finanziamenti – ma questa volta avevo una curiosità in più, o forse dovrei dire un’ambizione in più: quella di provare a capire una trasformazione che è allo stesso tempo evidente e indecifrabile, una contraddizione che mi fa impazzire. Ho scritto un diario totalmente non necessario mentre giravo tra Los Angeles, Palo Alto e New York (spoiler su Palo Alto: un disastro), annotandomi anche quel che ancora mi sfuggiva: tanto torno presto. Non ci sono più tornato, non ancora almeno, e non so dire se questo mi dà sollievo o dispiacere: la contraddizione ha contagiato anche me, forse ci contagia tutti. Ne ho parlato con Stefan, che compare all’inizio del mio diario: lo ritroverete in fondo.
Il viaggio a Los Angeles è iniziato il 22 gennaio: due giorni prima, Donald Trump si era insediato alla Casa Bianca per la seconda volta.
Vado ospite a Malibu dal mio amico Stefan, gallerista iconoclasta, definito tempo fa, credo dal New York Times, «il Donald Trump dell’arte» (si comincia bene, lo so). Simchowitz ha due case, una a Malibu e l’altra ad Altadena, sotto le San Gabriel Mountains. Sono due zone distanti circa settanta chilometri l’una dall’altra ed entrambe le località, in questi giorni, sono devastate dai fuochi insieme a Pacific Palisades. Per arrivare a casa a Malibu si costeggia la spiaggia di Zuma Beach, famosa per il surf, lifestyle californiano per eccellenza: ora è un accampamento lunghissimo composto da una gigantesca umanità di pompieri, paramedici, volontari, galeotti (non volontari). Gli occhi bruciano ininterrottamente, l’elettricità non c’è, i generatori nelle case forniscono l’energia minima per l’illuminazione interna, intorno di sera è buio pesto. Sono passati dieci giorni da quando sono scoppiati i primi incendi.
Il 23 gennaio ho appuntamento alla Creative Artists Agency, la Caa, la più importante agenzia di talenti al mondo. I grandi registi, gli scrittori, le star sono rappresentati dagli agenti che fino a poco tempo fa si distinguevano dagli altri perché erano sempre in giacca e cravatta (a Los Angeles nell’entertainment nessuno lo ha più fatto dagli anni Settanta in poi). L’agenzia, acquistata due anni fa dal colosso del lusso Kering, è da quattro decenni il termometro del mondo dell’entertainment americano. Tutte le volte che varco l’ingresso della Caa, penso: ce l’ho fatta (è un’illusione ovviamente). A pranzo l’appuntamento è al ristorante di fronte, Hinoki and the Bird. Solitamente la sala è piena di agenti, qui si chiudono i “package” per le grandi serie tv e i film, la Caa si è affermata negli anni proprio per la capacità di offrire agli studios pacchetti completi con scrittori, registi, attori e produttori rappresentati esclusivamente dall’agenzia. One stop shop, insomma, come dicono qui. Oggi il ristorante è pieno forse al 15 per cento, l’atmosfera è tetra. Il mondo tradizionale dell’entertainment americano ha subìto in poco tempo la rivoluzione tecnologica con l’avvento delle piattaforme (Netflix, Apple, Amazon), con l’arrivo del Covid nel 2020, con il grande sciopero degli scrittori di due anni fa e ora con i fuochi. E aspettiamo l’avvento dell’intelligenza artificiale che – lo sappiamo tutti, lo stiamo vedendo anche in alcuni esperimenti non confessabili – sta facendo sfracelli. Mi raccontano che almeno 20 agenti della Caa hanno perso le loro case di legno pagate tra i 5 e i 50 milioni di dollari – sono andate perdute anche importanti collezioni d’arte. Non ne ho letto da nessuna parte, ma sono certo che siano state migliaia le opere perdute, molti di loro, sono grandi collezionisti. Ari Emanuel, il boss di Wme (l’altra grande talent agency) che ha ispirato Ari, il personaggio principale della serie Entourage, ha perso la sua villa da 40 milioni sulla spiaggia, ed era un grandissimo collezionista. Spero tanto che si siano salvati i meravigliosi Jasper Johns di David Geffen, fondatore di Dreamworks. Comunque leggo che i milionari delle Palisades sono già pronti a ricostruire. Comprano gli appezzamenti dai più poveri con i nuovi materiali resistenti agli incendi, assumeranno pompieri privati e faranno pattugliare le strade del quartiere da droni, pronti a seguire chiunque non sia residente (giuro, l’ho letto). Durante i miei vent’anni ho vissuto a Point Dume a Malibu, e facevo ogni giorno la Pacific Coast Highway. Le meravigliose case sulle palafitte della costa erano parte del mito losangelino. A Pacific Palisades sono andate distrutte 6.800 strutture, 30 miliardi di dollari perduti. È scomparsa davvero la Los Angeles che ho conosciuto tanti anni fa? L’America si rigenera, e recupera sempre. Ma stiamo vivendo cambi radicali. Non solo nella geografia fisica, anche in quella sociale. E non da oggi. Intanto, su Fox News, Trump pubblicizza le scarpe Trump Inauguration 2025 e i suoi orologi celebrativi in vendita a prezzi demenziali.
Siamo al 24 gennaio. Parto per lo Utah e Trump arriva a Los Angeles in visita ai luoghi più colpiti dagli incendi. Arrivo a Park City Utah. I due film che abbiamo presentato, April e il nuovissimo Lurker, hanno avuto un grande successo di pubblico e critica. Abbiamo fatto incontri di lavoro sugli sci alla modica cifra di 440 dollari al giorno tra affitti e skipass e abbiamo guardato qualche brutto film. Sundance e Park City sono cambiati rispetto agli anni ruggenti in cui Harvey Weinstein ne era il re indiscusso: c’è un approccio più aziendalista, c’è più diversity, c’è più wokeness, sicuramente, ma è tutto molto più grigio e noioso. Uno dei coproduttori del nostro film americano è il gestore del family office del famigerato Peter Thiel, mente occulta del trumpismo tecnologico. Sulle piste ho incrociato un vecchio amico, il simpatico produttore inglese di The Apprentice, che lanciò la carriera tv dell’immobiliarista Donald Trump. Ora il presidente lo ha nominato inviato speciale nel Regno Unito. Mi ha scritto poi tutto contento che è «ready to serve». Good luck. Io piuttosto vorrei fare con lui un film a tematica religiosa. Ci si riposiziona, no? Si scherza. Ho sciato anche con un signore sessantenne molto affascinante, fino a pochi giorni fa al dipartimento di stato con Biden (prima ancora con i Clinton). È un po’ depresso perché si deve trasferire da Washington a New York. Non sa cosa farà. Fumando in seggiovia ha comunque lodato la nostra Meloni per il costante sostegno alla difesa dell’Ucraina. I grandi nemici rimangono Cina e Russia. Intanto, Trump firma un ordine esecutivo con cui congela tutti i fondi del governo americano per gli aiuti all’estero, bloccando quasi tutte le operazioni dell’agenzia UsAid. I giovani dipendenti del Doge, capitanati da Elon Musk, ottengono accesso al sistema di pagamenti del Tesoro americano.
Il 29 gennaio sono a Washington. Si scontrano un aereo di linea e un elicottero militare. Muoiono tutti. Il presidente dice che è colpa delle politiche inclusive e woke dell’Amministrazione precedente.
Torno a Los Angeles tra il 30 gennaio e il 4 febbraio. Trump annuncia nuovi dazi del 25 per cento a Messico e Canada, con l’intenzione – così dice – di trasformare il Canada nel 51º stato americano. Dormo ad Altadena, dove la casa del mio amico è stata risparmiata grazie alla barriera naturale di un campo da golf. Poco distante, migliaia di case sono state rase al suolo. Rimangono solo i camini, colonne solitarie nel deserto nero. I fuochi hanno percorso traiettorie casuali, lasciando in piedi qualche abitazione ma rendendola inabitabile per anni. Il rischio di gas tossici è troppo alto. Nei vialetti, le auto bruciate sono segnate con vernice bianca: “No Ev” se non sono elettriche, blu se lo sono. Pare che le batterie al litio siano inquinantissime.
Salgo a Mulholland Drive per salutare un attore premio Oscar. Dalla sua casa si vede tutta la città, da downtown fino all’oceano. Durante gli incendi, si svegliava ogni due ore per controllare la direzione del vento. Poi una volta, alle cinque del mattino, ha caricato la famiglia in macchina e si è rifugiato per tre settimane a Newport Beach. Ora è tornato, ma teme le tossine nell’aria. Vuole trasferirsi in Europa: Maiorca o la costa catalana. Io, campanilista, propongo la Toscana.
A Los Angeles, la scelta di dove vivere è diventata un dilemma. Le colline sono splendide, ma vulnerabili al fuoco. In pianura, quartieri come Hancock Park evocano i ricordi delle rivolte degli anni Novanta. Nessun posto è davvero al sicuro. Ascolto in macchina un’intervista a Steve Bannon: attacca i tecno-oligarchi e parla di “transumanesimo” come minaccia per la civiltà. Lo trovo insopportabile, eppure lo ascolto con attenzione. Su alcuni punti, soprattutto sull’assenza dell’antitrust, ha ragione. Mi vergogno un po’, ma posto tutto su Instagram.
Dal 4 al 7 febbraio sono a San Francisco, ospite nella casa vuota del fondatore di un celebre social network, affacciata sulla baia. Non ci abita da mesi, ma ha piazzato una security fissa davanti all’ingresso. Guardo nei suoi armadi: sette giacche identiche, stesso colore, stesse magliette. In garage, la Cybertruck. Comodità garantita. Trump, intanto, in una conferenza stampa con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, annuncia che gli Stati Uniti prenderanno il controllo di Gaza per trasformarla in un beach resort. I palestinesi, dice, verranno «rimossi permanentemente». Tengo una masterclass alla CalArts, invitato dal mio amico Pietro Pinto. Funziona, anche se continuo a sentirmi un impostore. Ci portano a cena in un ristorante etiope, che ci rimane sullo stomaco per due giorni. Passo anche al SfMoma. Due quadri meravigliosi di Julie Mehretu all’ingresso, poi poco altro. Vado a Menlo Park da una coppia di amici nel cuore della Silicon Valley. Lui ha fatto incontrare Trump e Musk. Da mesi organizza cene di raccolta fondi per il nuovo presidente. Il suo socio, ex “zar” delle criptovalute, conduce un podcast molto seguito. Alla cena, si discute solo di deregulation del settore tech, di tagli alle tasse e di fake news rilanciate da Musk. Provo a contestare, a spiegare che smantellare la macchina pubblica americana non è un atto eroico. Qualcuno annuisce, altri mi guardano perplessi. Il vicino di tavola sta lanciando un aereo supersonico con ordini già firmati per 26 miliardi. Le priorità, evidentemente, divergono.
A colpirmi, più di tutto, è l’assenza di lasciti tangibili. Mai nella storia tanta ricchezza si era concentrata in un’area così ristretta. Eppure, niente monumenti, musei, teatri. Solo mall ecologiche e ville con sicurezza privata. Nessuno, tranne Bill Gates – considerato un dinosauro – sembra interessato alla beneficenza. L’unica urgenza pare essere l’estensione della vita biologica. Magari l’eternità. Concludo che a nessuno qui interessa il cinema. Né come prodotto culturale né come possibile strumento sociale. Nessuno investe in film. Una grande galleria internazionale ha aperto una sede nella Bay Area. Ha chiuso dopo sei mesi. Troppi pochi clienti, zero affari.
Dal 7 al 9 febbraio sono a New York. Dormo al 65 di Central Park West, ospite del mio amico Michael: stare vicino al parco mi mette di buon umore. Porto a cena un giovane regista che vuole realizzare un documentario sulla Siria. Conto finale: 550 dollari in tre. Ci spostiamo a Chez Margaux, il locale del momento. Un’altra valanga di giovinezza, energia, outfit perfetti. Incontro Paolo Zampolli: fu lui, trent’anni fa, a presentare Trump a Melania. Lo avevo perso di vista nei locali della Manhattan anni Novanta, lo ritrovo esattamente dov’era.
La mattina seguente vado a fare il brunch da solo al Leopard, uno dei miei posti preferiti sull’Upper West Side. Incontro un regista di documentari che sta vivendo male il primo montaggio del suo nuovo film. Lo accompagno a vedere la mostra di Cy Twombly da Gagosian e poi facciamo un salto al Met. Amo il Metropolitan, ogni volta è un ritorno. Ho appuntamento con un finanziatore conosciuto a Park City. Vado subito nella sezione degli italiani e degli europei del XV secolo. Fotografo qualche capolavoro. Quadri meravigliosi, anche se Louvre, Uffizi e National Gallery restano inarrivabili. Bellissima la sala di El Greco, toccanti quelle degli impressionisti. Nel pomeriggio comincia a nevicare forte.
Ultimo giorno. Ha smesso di nevicare, ma il parco è coperto di bianco. Cammino verso nord, verso la Columbia, ascoltando le Variazioni Goldberg nella versione di Víkingur Ólafsson. Avevo un appartamento sulla 112ª, tra Amsterdam e Broadway, dal salotto vedevo l’Hudson, l’East River e tutta Manhattan fino alle Torri gemelle. Alla law school della Columbia ho capito cosa significasse davvero la rule of law, lo stato di diritto. Ora, per la prima volta, mi sembra che questo sistema possa davvero sgretolarsi.
A fine giugno, il mio amico Stefan è venuto a trovarmi in Italia con la sua famiglia. Elon Musk è uscito dall’Amministrazione e del suo Doge si sente parlare molto poco. I dazi hanno creato stati alterni di panico, sollievo e assuefazione alle mattane del presidente, che nel frattempo ha bombardato l’Iran. Stefan è un repubblicano forse trumpiano (non si capisce cosa abbia votato) ambivalente: antiwoke, gran sostenitore di Israele, è schifato dalle politiche anti immigrazione e dai raid dell’agenzia Ice contro padri e madri di famiglia. Considera l’ideologo “nero” della Casa Bianca Stephen Miller alla stregua di Goebbels e l’America sull’orlo di una crisi istituzionale senza precedenti: questa svolta autoritaria era impensabile soltanto pochi mesi fa. A Parigi in questi giorni incontro il regista che a New York, qualche mese fa, era depresso: è raggiante, ora che è in Europa.