Una ragazza su via Matteotti. Ha un vestito da Rossella O’Hara, sopra c’è disegnato l’ingresso del Teatro Ariston come se fosse un quadro di Guttuso. Fa la ruota con la gonna, ti guarda, è come se ti chiedesse di farle una foto. Le fai una foto. Un ristorante cinese, una sera che decidiamo di stare a casa e guardare la puntata dal divano, e allora io vado a prendere da mangiare per tutti. C’è la tv accesa sul Festival. Sta passando una delle canzoni in gara. Il gestore, mentre mi impacchetta i ravioli, dice: «E quelli chi sono». Gli risponde il figlio, sino-italiano, avrà dieci anni, non alza neanche gli occhi: «Papà, sono i Ricchi e Poveri».
Una signora seduta nella pasticceria dove facciamo colazione, io e il mio collega. «Ah, siete di Milano. Che bello che c’è tutta questa gente, quando c’è il Festival. Poi se ne vanno via tutti». Dà un pezzo di cornetto alla sua barboncina, «si chiama Milly». Me le immagino tra pochi giorni, da sole senza più nessuno.
Un circolo sul mare, davanti alle barche. È stato adibito a quartier generale di un giornale famoso. La signora che fa i caffè è primatista di selfie. Se li fa con tutti, e quest’anno da lì passano tutti. Malika arriva a sorpresa quando sta cantando Giuliano Sangiorgi. Improvvisano un pezzo insieme.
«Che bello», sospira la signora. «L’anno scorso qui c’era solo Mengoni. Che però è una persona gentilissima». E poi si fa un selfie con Malika.
Stiamo tornando, sempre io e quel mio collega, dalla Casa Museo di Paola e Chiara (l’ho scritto davvero). Gli arriva una telefonata. Un’amica ha tutti gli ultimi aggiornamenti sul pettegolezzo che è diventato nelle ultime ore the talk of the town. Robe di stylist che, a una festa la sera prima, si sono messe le mani addosso, si sono tirate i capelli, «tu questa non me la dovevi fare!». Robe di clienti che una avrebbe rubato all’altra. Torniamo alla base con quegli aggiornamenti, con le parole dirette degli insider, persone informatissime sui fatti, testimoni che erano presenti proprio nel momento della baruffa. Tutti ci amano.
La coda per la foto con la statua di Mike Bongiorno. Come le palle del toro in Galleria. Come la statua di Giulietta con la mano sulla tetta.
Sono con un amico, che fa il comico, e a un tizio per strada gli sembra di riconoscerlo, e però non sa bene chi è, sa solo di averlo già visto. Gli chiede: «Ma lei ha fatto il Festival?». L’amico gli risponde: «Più o meno». Era un Dopofestival, tanti anni prima. Qui esisti solo se il Festival l’hai fatto, se ci sei passato. Altrimenti che gl’importa di te.
Un altro ristorante, la sera della finale. Siamo nel tavolo più ambito, quello in front row, proprio davanti al televisore sintonizzato sul Festival. Tutti gli altri tavoli sono disposti in modo che tutti possano seguire la gara. La titolare, mentre ci pulisce il nostro branzino, si lascia scappare: «Per me il più figo è Mahmood». Non possiamo che concordare (il branzino era molto buono).
Mi ci sono voluti quarant’anni, quasi quarantuno, per capire cos’è davvero il Festival di Sanremo. Perché Sanremo è Sanremo, sì, ma Sanremo visto, vissuto, esperienziato (scusate) da Sanremo è più Sanremo ancora. È forse l’unico modo per capirlo, Sanremo. Difatti vorrei tornare da tutti quelli che in quarant’anni, quasi quarantuno, mi hanno detto: «Ma davvero tu a Sanremo, nei giorni del Festival, non ci sei stato mai?». E me lo dicevano un po’ increduli, un po’ amareggiati, soprattutto quelli che a Sanremo, nei giorni del Festival, almeno una volta ci sono stati. Vorrei tornare da tutti loro, e abbracciarli, e dirgli: «Avevate ragione, come ho potuto, e soprattutto come ho potuto parlarne, scriverne, alzare le palette nei miei gruppi d’ascolto per votare la canzone, il look, la scopabilità (categoria a cui teniamo moltissimo) di questo o quel cantante di questa o quella edizione. Come ho potuto fare tutto questo, se non avevo capito niente».
Ti salva – mi ha sempre salvato – il fatto che Sanremo per tutti è qualcosa. È Cavallo Pazzo, è «katso merta: guarda il mare», è la rivolta dell’orchestra contro Pupo e il Principe. È il cartonato dei Blur, è il sipario di Fazio che non si alza, è «le brutte intenzioni, la maleducazione». È Madonna che finge di scambiare Vianello per Baudo, è la farfallina di Belén, è Achille Lauro che piange sangue. È la cartellina al contrario dei “figli di”, è Un angelo legato a un palo (che è anche la canzone più sottovalutata di sempre), è il palloncino a forma di cazzo in platea. Ti salva il fatto che sono solo fantasmi. Fantasmi che si inseguono, che ci inseguono, e tutti ogni anno a dire che lì – in quel teatro, in quei cinque giorni – c’è tutta l’Italia, tutta la politica, tutto quello che siamo, che non vogliamo essere, che saremo sempre. Però i fantasmi, se li vedi da vicino, fanno ancora più tenerezza, fanno ancora più paura. Via Matteotti è il Teatro 5 di Fellini. Dall’Ariston al Casinò. Dalla sala di provincia («In realtà è piccolissimo», è la cosa che dicono tutti, che sentirai dire sempre) che diventa per cinque giorni l’ombelico del mondo, l’ombelico di tutto (e l’ombelico di Anna Oxa: altro fantasma) cammini fino a quel che resta dei fasti della Riviera, delle giacche bianche col reverse nero, di chi va per rovinarsi, per rovinare. E lì in mezzo c’è tutto quello che serve per capire tutto. Via Matteotti è lo struscio dei vitelloni invecchiati, delle madame ingioiellate, degli artisti di strada, dei sosia, degli impresari. È Broadway Danny Rose però in un eterno reboot all’italiana, vale a dire: l’Adriano di Ugo Tognazzi nei Nuovi mostri che accompagna per i cantagiri del tempo la sua cantante più preziosa, cioè l’Uccellino della Val Padana, cioè Orietta Berti, fino a farle perdere la voce. È ancora così. Preciso, immutabile.
Però ognuno ha i suoi, di fantasmi. Il Festival di Sanremo è il nostro Canto di Natale, per alcuni è il Natale vero. Ogni anno, finite le Feste, iniziano a girare i meme: «It’s timeeeee». Conto alla rovescia, calendario dell’avvento, it’s the most wonderful time of the year. Il mio fantasma dei Sanremo passati è un albergo di Agrigento. Perché eravamo ad Agrigento quell’inverno non me lo ricordo. Io, i miei, i miei zii siciliani che zii non sono, ma è come se. A nessuno dei grandi fregava del Festival, ma a me sì. E allora, mentre i grandi chiacchieravano altrove, io portai L., il figlio di quegli zii che zii non sono, con me nella hall dell’albergo, dove dentro la tv passava la finale del Festival. C’erano delle poltrone di velluto verde, qualche ospite seduto in quella luce azzurra. Perché eravamo ad Agrigento quell’inverno non me lo ricordo, ma ricordo benissimo Edwige Fenech e Andrea Occhipinti dentro quel televisore. E che vinse Riccardo Cocciante. E che io rimasi molto deluso. Il mio fantasma dei Sanremo passati è il Festival più bello di tutti, quello che nessuno ci ridarà più, neanche adesso che fingiamo che sia tutto più bello, tutto più giusto, tutto più figo. Davvero si può essere più fighi di Anna Falchi che conduce con un vestito da Barbie di pizzo nero (e Claudia Koll a scacchi escheriani: ma questa è un’altra storia) mentre il fidanzato Fiorello è in gara con «cadono dall’orologio i battiti e non finiscono»? Non scherziamo. Il mio fantasma dei Sanremo passati è guardare tutto quello che riguarda Sanremo, tutti i giorni. Guardare La vita in diretta, tutti i giorni. Guardare le conferenze stampa, che sono il sottogenere Rai più meraviglioso di sempre, tutti i giorni. Il mio fantasma dei Sanremo passati è il mio gruppo d’ascolto, almeno venticinque persone in un salotto di Milano. Io e un’amica che, la sera della finale di un’edizione particolarmente critica, facciamo il nostro discorso. Siamo Massimo Decimo Meridio.
«Non può vincere Povia, perciò dobbiamo tutti votare Marco Carta. Lo sappiamo, è difficile. Ma da noi dipende l’esito della gara». Vincerà Marco Carta. Si alzerà, in quel salotto di Milano, un boato.
Il fantasma dei Sanremo presenti, mio e di tutti quanti, lo sappiamo. È il Sanremo giovane, restaurato, il Sanremo The Substance con la versione decrepita nascosta in un camerino dell’Ariston, il Sanremo di Amadeus padre della patria, e grazie Covid che hai aperto le porte dell’Ariston all’indie, adesso indietro non si torna più, ai Sanremo passati diciamo con il culo ciao ciao. Il fantasma dei Sanremo presenti è – l’ho visto nel primo anno in cui ci sono andato (e adesso anche da lì indietro non si torna più) – il Sanremo degli stylist che si tireranno pure i capelli, sì, ma che, come dicono quelli bravi, hanno riportato i brand. È il Sanremo dei brand in generale. Tutto è brandizzato. C’è – c’era, sempre in quel mio primo anno: ma l’ho già detto, che non si torna indietro? – la cantante in gara che aveva aperto la sua rosticceria. E quell’altro concorrente che invece aveva il suo spazio arredato in collaborazione con un noto marchio, quello delle borse gialle e blu. E quella che poi avrebbe vinto con il negozietto in cui ti mettevi in fila e ti facevano la collana con le perline. E il rapper che da Napoli si era portato addirittura la pizzeria (la pizza era molto buona). È il Sanremo peer-to-peer, il Sanremo social, il Sanremo cuoricino.
E poi c’è – ci sarà – il fantasma dei Sanremo futuri, mio e di tutti quanti. Ma quello chi lo capisce più. Chi capisce, o ha mai capito, o mai capirà, questo paese e i suoi fantasmi. Su via Matteotti continueranno a sfilare i vitelloni e le madame, i sosia e gli Uccellini della Val Padana in cerca di gloria. Verranno nuovi governi, dentro e fuori dall’Ariston, e nuovi regolamenti, nuovi Fantaqualcosa e nuovi veri pettegolezzi. Ma torneremo fra qualche anno, adesso che di tornare non smetteremo più, e ci sarà ancora un bambino che avrà capito tutto meglio di noi, e che senza neanche alzare gli occhi dirà: «Papà, sono i Ricchi e Poveri».