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Il fiore di loto a testa in giù, per sempre

Il Budda delle periferie di Hanif Kureishi arriva a teatro a Londra con la sua casualità spensierata e il suo inguaribile progressismo. D’altronde Kureishi è così, anche nell’ultimo libro, In frantumi, scritto dopo l’incidente: la passione viscerale per l’altro, l’umorismo sfrenato, il melting pot gioioso, un tripudio di vitalità e acrobazie. Un atto eroico di amore per la vita

Il primo silenzio in scena arriva dopo un’ora e più di parole, musica, follie. È quando Karim dice alla mamma che papà Haroon vuole lasciarla per Eva, l’ineffabile arrampicatrice sociale che fino ad adesso se n’era andata in giro per le scene con un caftano arancione a organizzare feste e incontri yoga. La mamma nella sua noia piccoloborghese quasi irredimibile – non è la noia piena di silenzi e di sottintesi di una Emma Bovary, ma una noia piatta e sterile – ci resta molto male, e noi con lei, e ci fermiamo un attimo a considerarla, povera; e solo allora ci ricordiamo che siamo al Barbican Theatre, nel centro di Londra, in una sera di metà novembre 2024, e non a Bromley, sobborgo all’estremità meridionale e superperiferica della metropoli, negli psichedelici anni Settanta. Che stiamo assistendo allo spettacolo tratto da Il budda delle periferie, romanzo d’esordio formidabile del 1990 di Hanif Kureishi, per la regia di Emma Rice, prodotto dalla Royal Shakespeare Company. Che nel tempo trascorso fin qui ci sono stati, nell’ordine: il giovane e bravissimo Dee Ahluwalia, nei panni del protagonista Karim Amir, diciassettenne che di sé dice «sono un vero inglese, più o meno», che in scena, versatilissimo e acrobatico, ha già ballato, imprecato, amato, scopato, riso, pianto e cambiato vestiti una mezza dozzina di volte; il padre di Karim, immigrato indiano originario di Bombay che ha fatto del suo sincretico amore per il buddismo un prodotto di importazione per salotti britannici intrippati di oriente; e ancora, Jamila, la figlia del migliore amico di Haroon, che da trotzkista ha già letto e declamato Simone de Beauvoir; alcuni pezzi di danza in stile Bollywood, con tanto di mazze da cricket; una successione di genitali maschili e femminili, resi in scena con banane, arance, meloni e altre delizie del banco della frutta; e almeno cinque orgasmi dei vari personaggi (ne segneremo dieci entro la fine della commedia, prima di perdere il conto), ciascuno segnalato festosamente da un fuoco d’artificio con botti e petardi.

La pièce tratta dal classico di Kureishi aveva la sfida di mettere in scena e contenere nelle forme del teatro una storia così plurale e articolata da occupare centinaia di pagine: è proprio una delle cose magnifiche del libro, questo suo ondeggiare tra ambienti e vicende e sesso e droghe con una casualità spensierata. All’inizio ci si chiede come reggerà il ritmo l’attore nei panni del giovane inglese bisex, mezzo musulmano, mezzo indiano, mezzo tutto, che salta e si agita sul palco come un forsennato, come peraltro faceva Karim nel libro. Salvo qualche (forse inevitabile) deriva farsesca, la commedia regge molto bene, e rende perfettamente l’ossessione del libro di Kureishi: la distinzione tra persone interessanti e persone noiose, cose interessanti e cose noiose, “dull” e “interesting” – questa sorta di passione viscerale per l’altro, per i segreti che celano anche quelli che erroneamente consideriamo “ordinari”, che caratterizza tutto lo sguardo di Hanif narratore. Ma c’è un secondo tema che balza agli occhi sul palco del Barbican. Balza letteralmente agli occhi, si potrebbe dire, visto che una delle prime, mitologiche immagini del romanzo era quella del padre Haroon che improvvisando una posizione del fiore di loto rovesciato, appoggiato a una parete del salotto, a testa in giù, faceva penzolare adorabilmente i genitali nelle mutande davanti a tutta la famiglia, con la moglie che si affrettava a chiudere le tende e a spedire i figli a letto. Uguale uguale in scena, grazie all’ironia di Ankur Bahl che interpreta Haroon, quella pelosa e carnale visione rimanda all’altra cosa di cui si è sempre occupato Kureishi: il corpo, la fisicità, «il gioco e l’esibizione che comporta», fin dai tempi di My Beautiful Laundrette.

Che tragico scherzo della sorte, verrebbe da pensare, che il corpo del narratore sia, da due anni ormai, “in frantumi”, shattered, come si intitola il suo ultimo libro, in Italia edito da Bompiani. Caduto in casa a Roma il giorno di Santo Stefano 2022, prontamente soccorso dalla compagna Isabella d’Amico, Kureishi ha riportato una grave lesione alla colonna vertebrale a causa della torsione del collo ed è da allora tetraplegico. In un attimo si è ritrovato disteso a terra, in fin di vita. «Mi sono reso conto che non c’era coordinazione tra la mia mente e quello che restava del corpo», ha scritto. «Ero divorziato da me stesso. Pensavo di essere sul punto di morire, di avere ancora un paio di respiri. Mi sembrava un modo ignobile e patetico di andarsene». Da allora lo scrittore ha fatto molti progressi, assistito da Isabella e dai tre figli. E ha scritto. Meglio, ha dettato quello che intendeva scrivere ai familiari. Ha raccontato quello che gli capitava su Substack. Le orribili notti insonni in ospedale, le conquiste di abilità quotidiane, la prima volta che lo hanno messo seduto, la riabilitazione.

E qui accade una magia: quel diario diventato libro, In frantumi, appunto, riesce a essere magnetico, elettrico, perfino allegro. Non è mai una lettura gravosa e asfissiante, anche quando racconta di un corpo inchiodato a un letto e di una oggettiva tragedia capitata a un uomo di mezza età fino ad allora abile e agile. Costretto nella sua semiparalisi, Kureishi continua a essere vivo e curioso. Obbedisce al suo demone: scrivere.

«C’è un aspetto sessuale nell’idea di vocazione, perché, come la sessualità, non è un’opzione, ma qualcosa da cui si è inesorabilmente attratti. È lei a scegliere te, non il contrario. Come la sessualità, una missione del genere è una specie di perversione; qualcosa di cui non si può fare a meno e che ti fa agire in modo compulsivo. Nessuno può farmi rinunciare al mio desiderio di scrivere. È il fulcro della mia esistenza». Niente di quello che è umano lo annoia, tutto quello che è umano continua a interessarlo. Anche in ospedale. «Il visitatore ideale resta almeno un’ora. I miei preferiti sono quelli egocentrici, le persone che parlano di sé e che mi portano il mondo in camera. Visto che non sopporto più di leggere i giornali, guardare la televisione o ascoltare i podcast, le persone sono il mio unico intrattenimento», confessa. Perché «i segreti sono la moneta dell’intimità», e «tutti hanno qualcosa da nascondere, qualcosa di molto personale che vogliono farvi sapere e che vi confideranno appena possibile. Vogliono essere visti. Si potrebbe definire “il momento del romanziere”, quando ascolti una rivelazione orrendamente succosa da qualcuno che pensavi fosse ordinario».

Ma non c’è “solo” bravura nella tecnica narrativa. C’è l’ideologia veramente e inguaribilmente progressista di Kureishi. «Il Budda delle periferie è pieno di insulti razziali e di linguaggio scurrile e politicamente scorretto», ha scritto, «d’altronde la voce narrante è quella di un diciassettenne angloindiano un po’ sporcaccione». E in pagina come in scena, la storia di Hanif continua a essere un modo semplice e allegramente brutale di essere laici, libertini, ironici anche sugli stereotipi di razza e di etnia e di lingua e di sesso, visto che il suo protagonista arriva a scherzare sull’accento indiano (tabù dell’appropriazione culturale!), sull’effeminatezza (tabù queer!), sui vizi della sua cultura musulmana di appartenenza (tabù dell’islamofobia!). Il teatro risponde alla materia stessa della storia: nella serata londinese, il Barbican è un caleidoscopio di diversità, con un pubblico tutto trasversale, e in scena il cortocircuito appena descritto produce effetti fantastici. «Devi essere semplicemente quello che vuoi essere», dice Jamila al marito Changez. «Ah no, questo è troppo occidentale per me!», risponde lui. Quando Matthew, regista di teatro interpretato da Ewan Wardrop, dice: «Karim! Per la parte di Mowgli abbiamo bisogno di qualcuno che abbia le tue origini – qualcuno di nero, insomma, un po’ di colore», si sente rispondere: «Impersonare Mowgli mi fa sembrare uno stronzo avvolto in un bikini». «Mi hanno chiamato per una vita finocchio, curry, faccia di merda». Quando un personaggio in scena mima un accento spiccatamente indiano, parlando come un cameriere che offre un chicken tikka masala, l’attore si gira verso di noi, cioè il pubblico, e proclama: «What is wrong with my accent?». Solo che “noi” a Londra è un uditorio fatto di tantissimi inglesi di origini miste: l’accento è quello di un pezzo di sala, che ride e si ritrova nell’autoironia.

Mentre insomma diamo per morto il multiculturalismo, Kureishi con la sua vita e le sue storie ci ricorda che esiste una Londra dove, guarda un po’, il melting pot è andato talmente bene che non lo si nota neanche più. E dal suo letto di riabilitazione l’autore resta lo stesso.

Ecco quindi la magia di Kureishi. Mentre Isabella ragionevolmente si preoccupa che i dettagli dei trattamenti subiti – abluzioni, supposte, clisteri, cateteri – allontanino il lettore, e glielo dice, Hanif tira dritto, non casca nemmeno per mezza pagina, resta avvincente, va al punto, controbilanciando il candore sanitario con lo humour sfrenato. Se si pensa che le pagine di In frantumi sono state scritte in quella condizione di claustrofobia fisica, dettate una per una, a mezza voce, a familiari amorevoli, il libro davvero si rivela come un atto appassionato ed eroico di amore per la vita. Che parli del suo corpo adesso, della sua metamorfosi, o del passato che torna a trovarlo in modo ossessivo, del ricordo dell’Inghilterra in cui è cresciuto o della condizione degli omosessuali in Italia oggi, è semplicemente Kureishi, in tutta la sua forma smagliante di narratore. Racconta del primo incontro con il futuro amico Salman Rushdie, nel 1982: Rushdie che gli regala una copia di I figli della mezzanotte, Kureishi che torna a casa e sul materasso steso a terra, nel minuscolo appartamento londinese, legge il libro di un fiato, poi fa una passeggiata, torna, si scola una bottiglia di vino, e lo rilegge; infine incontra Rushdie una seconda volta a una cena e si convince: «Davanti a quel fenomeno ho capito che dovevo ricominciare da capo come persona e come scrittore. Dovevo diventare uno scrittore comico, uno scrittore in grado di mescolare gli elementi più assurdi e interessanti sulla stessa pagina. È stato allora che ho iniziato a prendermi sul serio». Oggi Hanif ammette che «l’epoca del liberalismo è finita. Siamo entrati in una nuova era di censura e autocensura e sia i liberali che i conservatori insistono perché certe cose non vengano dette o ascoltate. Regna il terrore di offendere e di venire offesi». Così, per esorcizzare il rischio, non solo ricorda il padre, un uomo colto, arguto e intelligente che «manteneva la famiglia e si occupava di gran parte dei lavori domestici: nonostante fosse musulmano, spolverava sempre lui ed era un mago dell’aspirapolvere». Nei suoi molti giorni bui, per restare allegro, e scorretto, e libero, Kureishi si scrive con l’amico Rushdie. «Salman Rushdie, uno degli uomini più coraggiosi che conosca, che si è opposto alla forma più violenta di islamofascismo, mi scrive ogni giorno per ricordarmi di essere paziente. Lui ne sa qualcosa. Mi dà coraggio».

Francesco Chiamulera (Belluno, 1985), autore. Ha scritto «Candidato Reagan» (Nino Aragno editore, 2013), è ideatore responsabile di «Una montagna di libri», festival internazionale di letteratura di Cortina d’Ampezzo.