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Il manicomio costruito sul bordo di un vulcano

Nella vecchia casa scricchiolante del Vermont, Shirley Jackson cresce quattro figli e scrive Vita tra i selvaggi. Un’autobiografia in cui, tra neonati e panni stesi in cantina, costruisce i temi dell’orrore domestico: la claustrofobia, la disperazione, il desiderio di fuga e di uno spazio mentale proprio. Il filo ironico e inquieto che tiene insieme tutto e che Stephen King ammira tanto, comprese due spaventose ciambelle imbalsamate

Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva cosi da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola».
(L’incipit più bello del mondo? – Non si dice “più bello del mondo” o “più brutto del mondo”, non sta bene – Scusate). Il libro è L’incubo di Hill House, anno 1959, l’autrice è Shirley; Shirley Jackson.

Nel 1953, qualche anno prima del nostro incubo, Jackson scrive Vita tra i selvaggi, adesso pubblicato da Adelphi. È un’autobiografia, ma diversa da altri suoi scritti autobiografici come quelli contenuti nel bellissimo Paranoia. È un’autobiografia, dicevo; è un romanzo. «La casa dei Fielding era una vecchissima casa a circa un chilometro e mezzo dal centro abitato. Era la più vecchia della zona e la terza più vecchia della contea; mi resi conto con stupore che ci eravamo passati davanti diverse volte spostandoci in macchina con Mrs. Black o Mr. Miller o Mr. Faber durante le nostre visite».

1945.

Stanley Edgar Hyman, critico, sua moglie Shirley – professione? ne parleremo – e i due figli sono appena stati sfrattati malamente e in fretta dal loro appartamento, non hanno molti soldi (quasi niente) e cercano un nuovo posto dove vivere. Stanno pensando di trasferirsi a North Bennington, in mezzo alle colline del Vermont, perché qui vive bene una coppia che conoscono. Ma non riescono a trovare nulla che possano permettersi. Finiscono nella vecchia enorme casa dei Fielding. «E si fermò assieme a me e a mio marito in fondo al prato a fissare in silenzio le enormi colonne, le ali spiegate della casa, il segnavento di ferro che a sua volta ci fissava muto. “Eccola qua” disse inconfutabilmente Mr. Fielding. “Non mi dispiacerebbe ricavarci qualcosa”. Distolse in fretta gli occhi, come se volesse sfuggire allo sguardo accusatorio della casa. “Bella casa” aggiunse. “Ha un’aria così…” esitai. “Imponente” dissi infine». La famiglia visita l’interno: «Su un tavolo coperto da uno spesso strato di polvere, giacevano una tazza e un piattino con due donuts calcificati appartenenti a un’altra epoca. Un po’ scostata dal tavolo c’era una sedia. “Non dovevamo fermarci”, dissi seriamente a mio marito, e guardai quei due orribili donuts con le mani che mi tremavano “li abbiamo disturbati mentre pranzavano, andiamocene subito”».

Ora chiaramente si vede l’antica casa di Hill House stagliarsi, staccarsi, scostarsi, come un fantasma, dalla vecchia casa dei Fielding. O meglio, si vede la vecchia casa dei Fielding essere viva nella realtà, nella realtà dell’autobiografia, scricchiolare e gemere, e diventare la casa letteraria di Hill House, dove ogni cosa si muoveva sola.

C’è un filo che attraversa tutta la produzione di Shirley Jackson, un filo come un filo di fumo da uno dei comignoli dello spazzacamino in Mary Poppins: un filo ironico e inquieto, sempre pronta a vedere ciò che pulsa sotto la superficie. È un filo che tiene insieme il romanzo gotico, il racconto dell’orrore, l’osservazione, la scena domestica, l’autobiografia travestita. La disperazione, la solitudine, la prigionia. L’amore. Vita tra i selvaggi è un cirro di questo filo di fumo: il laboratorio terrestre, quotidiano, da cui tutto prende vita.

Shirley Hardie Jackson nasce il 14 dicembre 1916 a San Francisco. La madre, Geraldine Bugbee Jackson, è una presenza elegante, severa, conformista. Disapprova l’aspetto della figlia, la sua introversione, persino il suo talento. È forse – anche – da qui che nasce il nucleo del lavoro di questa nostra grandissima scrittrice: non sentirsi visti, aver bisogno di esser visti, implorare di essere amati. A Syracuse, dove completa gli studi universitari, Jackson incontra Stanley Edgar Hyman, critico letterario e futuro docente al Bennington College. Si sposano nel 1940. Hyman è narcisista, spesso infedele. In Vita tra i selvaggi Shirley non lo dice mai: anzi, Stanley appare lì, molto fermo, molto disinteressato, molto dedito alla lettura dei quotidiani, spesso svogliatamente ma fermamente in cerca di una camicia o di una fetta di torta (vorrei una limonata vuol dire moglie, fammi una limonata, gentilmente, soavemente con le tue manine bianche e il tuo sorriso, come solo sai fare tu), molto maschio, ma nemmeno così tanto: la patente, alla fine, la prende lei. Sempre in Vita tra i selvaggi: «Ho avuto pazienza con la mia macchina sopportando quasi tutti i suoi capricci, e ormai c’è ben poco che non sappiamo l’una dell’altra. Lei sa benissimo, per esempio, che sono molto innervosita da quel tipo di gemito flebile che emette quando è infelice, e io so con certezza che se nella sua mente oscura ha deciso di non partire, non c’è canto di sirena che possa convincerla a farlo. “Meriti che ti venda per due soldi, bastarda” dissi in tono odioso, e scesi per andare in casa a chiamare un taxi». Faccio un salto e una pirouette: Christine – La macchina infernale, autore: Stephen King, prima pubblicazione: 29 aprile 1983. Christine è una macchina, una Plymouth Fury del 1958. Il romanzo inizia con un Prologo, e il Prologo inizia così: «Questa è la storia di un triangolo d’amore. Protagonisti: Arnie Cunningham, Leigh Cabot e, naturalmente, Christine. Vorrei tuttavia che teneste presente il fatto che Christine entrò in scena per prima. È stata il primo amore di Arnie e, anche se non lo giurerei, penso tuttavia che sia stata il suo unico e vero amore. Per questo sostengo che ciò che avvenne fu una tragedia». E ancora, Stephen King, L’incendiaria, 1980, dedica: «In memoria di Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce».

Nella casa di North Bennington, per esempio, Shirley Jackson ha una caldaia. C’è un ratto in cantina e suo marito compare macho con un’arma: «Questo fucile era grosso e minaccioso e lui mi disse, in quel tono carico di responsabilità che assumono gli uomini quando parlano alle loro mogli di qualche congegno, o arma, o di politica, che se l’era procurata per esercitarsi al tiro al bersaglio», le disse che c’era un ratto in cantina: «Era sicuro di averlo visto quando era sceso ad accendere la caldaia. Perciò, com’è ovvio, gli avrebbe sparato». Molti anni dopo, nel 1979, un altro uomo, Jack Torrance, in Shining dovrà prendersi cura della caldaia e il buio (tutto l’opposto di quest’uomo fatto di niente). Quando suo marito Hyman è via, la caldaia smette di funzionare. Shirley non sa come domarla. Molti anni dopo, nel 1979, un’altra donna, disperata, Wendy, nel 1979, in Shining, sarà alle prese con una caldaia. Che se esplode siamo tutti morti. E questa donna non sarà poi così diversa da Shirley.

Nella vecchia casa scricchiolante a North Bennington, nel Vermont, che respira e parla, Jackson cresce quattro figli e costruisce una carriera letteraria anomala: una scrittrice di fama nazionale che nella vita quotidiana spinge passeggini, cucina, riordina, si occupa della casa. In una lettera del 1951 «Vivo in un manicomio costruito sul bordo di un vulcano»: sembra un’iperbole.

Quando, nel 1953, Farrar, Straus & Young pubblica Vita tra i selvaggi, la critica è sorpresa: la stessa autrice di La lotteria (1948) – il racconto che il New Yorker pubblicò il 26 giugno 1948 e che generò centinaia di lettere indignate, conservate negli archivi del giornale – ora scrive di neonati, pollai, traslochi, insegnanti, pediatri.

La lotteria, però, lo dice in Paranoia, nasce così. È il 19 giugno 1948 a North Bennington, fa molto caldo, e Shirley fa la spesa al mercato del paese mentre spinge il passeggino con dentro sua figlia. La sera prima ha letto un libro su come si sceglie la vittima di un sacrificio, e per tutta la mattina, facendo la spesa, ha pensato: come avverrebbe nel mio paese? E se qualcuno estraesse le vittime «a sorte famiglia per famiglia»? Dopo la spesa, torna verso la vecchia casa dei Fielding spingendo per la salita il passeggino con sua figlia, entra, mette la figlia nel box, e scrive La lotteria in un solo pomeriggio.

Quando il racconto esce, Shirley cerca di spiegare che l’ha scritto pensando ai suoi compaesani. Ma nessuno le crede. «Tra parentesi, in paese nessuno ha mai sentito parlare del New Yorker, e tantomeno ha letto il mio racconto». Quindi nessuno, in paese, si è indignato.

Vita tra i selvaggi ancora non lo racconta ma racconta quei giorni, quegli anni, quei posti, nella loro veste quotidiana. È una specie di pentola a pressione. La comicità serve a rivelare. Il caos familiare, descritto con ritmo quasi slapstick, è la denuncia della condizione femminile negli Stati Uniti degli anni 50, quando alle donne si chiedeva un’efficienza domestica totale senza concedere né spazi né identità creative. Mi volete leggera e sorridente, immersa nel rammendo e nelle torte, nelle laute colazioni e nelle chiacchiere leziose con le vicine, e colonna portante dei bambini? Vi dico quanto è bella la mia vita: «Non riesco a immaginare un tipo di vita migliore». Pausa. «Non ho mai trovato, dicevo, uno stile di vita preferibile a questo; l’unico difetto – a parte la fatica massacrante e la perfida pasta frolla che non vuole saperne di dorarsi – è che va avanti sempre uguale, all’infinito, apparentemente senza nessun cambiamento sostanziale».

Vita tra i selvaggi è autoironico, bellissimo, e anche dolce. La donna che sorride, che racconta, che tiene insieme i pezzi, mentre l’autrice combatte ansia, agorafobia, attacchi di panico. Quando, mentre sta per partorire il suo terzo figlio, l’addetta all’accettazione dell’ospedale le chiede: «“Occupazione?”. “Scrittrice” dissi io. “Casalinga” disse lei. “Scrittrice” dissi io. “Io metto casalinga” disse lei. […] “Nome del marito? Indirizzo? Professione?”. “Metta casalinga. Come si chiama non me lo ricordo, a dire il vero”. […] “Per favore”, implorai pateticamente “posso andare di sopra?”. “Ma insomma” disse lei inspirando forte. “Guardi che sta solo partorendo”».

È come se la scrittura di Jackson fosse un treno a vapore: il combustibile e gli ingranaggi che la muovono sono sempre gli stessi, è il colore dello sbuffo che cambia. Le dinamiche domestiche deformate dalla comicità fuori di qui diventano terrore, paranoia, persecuzione. I personaggi de L’incubo di Hill House – Eleanor Vance prima di tutti, che ha vissuto tutta la vita al servizio della madre e che adesso sta entrando in una casa di fantasmi –, le sorelle pazzesche di Abbiamo sempre vissuto nel castello, i paesani sinistri de La lotteria sono nati tutti nella casa dei Fielding. Gli anni del Vermont sono quelli dei suoi capolavori più inquieti. In Hill House, prima di arrivare nella casa Eleanor incontra una famiglia: madre, padre, due figli (sta vedendo la sua famiglia, sé stessa?). La figlia è imbronciata. La madre spiega: «Vuole la sua tazza di stelle». Tutto torna alla prima visita della famiglia Hyman alla casa dei Fielding, al tavolo coperto di polvere con sopra una tazza e un piattino e due donuts appartenenti a un’altra epoca.

Nel caos dei figli, nei panni stesi (in cantina), nei traslochi che non finiscono, nelle stanze che non bastano mai di Vita tra i selvaggi, Jackson costruisce i temi che esploderanno nell’orrore: la claustrofobia, l’estraneità, il desiderio di fuga, la lotta per uno spazio mentale proprio. Naturalmente la critica non glielo riconosce: per gli uomini che la recensiscono è un’autrice gotica – inteso in senso sminuente –, di consumo. Tra il 1962 e il 1965 soffre di crisi di panico, isolamento, fobia sociale. Nel 1965 muore improvvisamente per insufficienza cardiaca. Ha 48 anni.

A un certo punto del suo romanzo autobiografico, Shirley si trova sola con sua figlia Sally, bloccata nella macchina che non si può muovere perché più avanti c’è un incendio. Sally è molto piccola, e canticchia parole senza senso: sproloquia di fiumi in cui i bambini dormono in letti bagnati e sentono le madri che li chiamano. È solo un modo come un altro di divertirsi per una bambina che sta imparando a parlare, ma Shirley all’improvviso vede l’immagine «spaventosa» della sua faccia che si sporge «tremolante» sull’acqua, e la propria voce che riecheggia «da un luogo remoto». «L’acqua sarà freddissima» dice a sua figlia, rabbrividendo.

Dentro la bocca della moglie e madre che sorride c’è una donna che grida. Ma: «A Shirley», scriverà King, «che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce».

O, soltanto: che non ha mai alzato la voce?

Antonella Lattanzi (Bari, 1979), scrittrice e sceneggiatrice. I suoi ultimi libri sono “Devozione” (Einaudi, 2010), “Prima che tu mi tradisca” (Einaudi, 2013), “Una storia nera” (Mondadori, 2017), “Questo giorno che incombe” (HarperCollins, 2021) e “Salvarsi”, (Einaudi, Quanti, 2021). Il suo ultimo racconto è nell’antologia “Willie lo Strambo” (Sperling & Kupfer), ora in libreria.