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Il mare è una prigione, l’orizzonte un’inferriata

Annalisa si sente molle e flaccida, piena di acqua e di veleno come una medusa, si lascia trasportare dal mare e potrebbe morire se non ci fosse Luca sulla spiaggia a raccoglierla, bello e sorridente e con la testa lucida. «Cosa c’è da essere tristi?». «Non capisci un cazzo». La maledizione di non essere sani, la maledizione di esserlo. Perché non puoi essere normale?

Oltre l’orizzonte della finestra c’è un mare blu, piatto, immobile – è mattina molto presto –, solcato da una barca solitaria, il motore lascia una scia bianca come il dolore quando non vuol passare e le boe, in lontananza, le sembrano teste di persone che la fissano fin là dentro. Fin dentro quella casa che quasi non conosce. Nella stanza col pavimento blu. Blu come il mare, blu come il cielo, blu come gli occhi di qualcuno ma non i suoi. I suoi sono neri.

Annalisa è sveglia dalle sei e ha sollevato la testa dal cuscino per vedere il mare, una stanza che dà sull’acqua, cosa vuoi di più – lei non pensava di volere di più – sperando che le desse pace, ma quale pace, almeno un sentimento, almeno un attenuarsi di quel nodo nello stomaco che arriva alla bocca e non si allenta mai. Stupida, si dice, quando il mare le sembra, invece che un’apertura, una prigione. Invece che un orizzonte un’inferriata. Troppo calmo, troppo sereno, e cosa fanno quelle boe-facce di persone che la spiano? Perché stanno lì, in mezzo al mare, a fissare dentro la casa dove lei cerca di dormire (dormire, non pensare)? Stupida, si dice. Siete venuti qui per te, perché tu potessi stare meglio. E invece tu soccombi, tu soccombi sempre, tu sei come un materassino che qualcuno ha avuto il cuore di gonfiare al massimo perché solcasse il mare e si lasciasse trasportare placido al venticello del pomeriggio e invece sei bucato, ti sei bucato da te, e sprofondi. Di te non si ricorderà più nessuno.

Cosa ti manca? Perché non puoi essere normale?

Luca le dorme accanto, bello, sorridente anche nel sonno. Lei lo odia. Odia la serenità di quella faccia che sorride, odia quel corpo che sa dormire, e sa svegliarsi, e sa mettersi al lavoro. Odia quel corpo, quella testa che funzionano. Che stanno lì dove devono stare, e non precipitano a ogni vento come lei, che non resiste a niente. Odia quella mente lucida che sta nascosta dentro quella testa bella, odia quella mente lucida che vede il mare dove c’è il mare e il buio dove c’è il buio. Che vede le cose come sono, la realtà com’è; e non tutto trasfigurato in un dipinto dell’orrore. Odia quella mente lucida che sa essere felice o triste o rabbiosa o produttiva o rilassata, quando è il momento giusto. Invece nella mente di Annalisa non c’è niente se non un nero fitto. «Se solo sapessi», gli sussurra, «se solo sapes-s-s-s-si», gli sibila all’orecchio, ma lui dorme. Lei gli dà un bacio, lieve, ha paura a stare sola – stupida, si dice –, gli dà un bacio perché lo odia, e lo ama, e il solo fatto che lui esista – che esista una persona sana di mente – dimostra tutta l’inettitudine di lei.

A un certo punto lui si sveglia.

Ma sono passate ore e secoli di orrore e lei cosa farà oggi. Piangerà senza fine come una bambina capricciosa o farà finta di reagire e tenterà di reagire ma poi alla fine soccomberà come sempre? Pensavo che fossi forte, invece sei debole, le ha detto lui una volta. Quanto sei debole, le dicono gli occhi di lui quando lei galleggia nel vuoto. E lui apre gli occhi stamattina e la vede e si chiede cosa farà oggi. Se piangerà senza fine, se fingerà di reagire. Sono stanco. Eppure appena apre gli occhi le sorride con tutta la forza, con tutto l’amore che ha – ma è sempre più difficile amarla –, le sorride perché lui è così, un uomo che ha sempre un sorriso sincero, speranzoso sulla faccia e le squilla «Buongiorno amore! Hai visto il mare? Sei contenta?».

«Cosa c’è da essere contenti, guarda quelle boe, sono teste di persone che ci spiano. Cosa c’è da essere felici, oggi abbiamo il mare ma domani avremo la città e una casa orribile, una città orribile, una vita orribile». Lui è come se lei gli avesse trapassato gli occhi con due grossi spilli – lui sì che ha gli occhi blu come il mare e come quella stanza –, come se con quegli spilli lei gli avesse strappato a forza la gioia dalle pupille e, attraverso le pupille, dall’anima, e poi lì dentro l’anima gli avesse frantumato un altro pezzettino, un altro pezzo di quell’amore limpido, cristallino, adamantino che lui provava per lei. «Sono una merda, e morirò, e di me non si ricorderà nessuno», lei lo dice ad alta voce. Quanto vittimismo sente lui in queste parole, e il vittimismo quando lo senti sgorgare da una persona davanti a te è come un’alga urticante che ti brucia tutto e tu vorresti gridare cazzo, ama, vivi, fai qualche cazzo di qualcosa, smetti di compiangerti, e vorresti gridarlo con tutta la rabbia che hai ma anche con tutto l’amore che hai. Una malattia mentale è inconcepibile per chi è sano di mente. La sanità mentale è troppo irritante per chi non lo è. Se solo sapes-s-s-s-i. Se solo sapessi tu.

«Ma cosa c’è da essere tristi».

«Non capisci un cazzo».

Lei si sente un mostro a dire quelle parole. Ma c’è qualcosa che la guida. La invasa. Una specie di diavolo in corpo che prende possesso di lei e delle parole che pronuncia. Una specie di piacere a distruggere l’amore che lui prova per lei. Così distruggo tutto. E dopo che hai distrutto cosa fai, ti ammazzi? Nemmeno ne hai il coraggio. Stupida. Debole.

«Che palle». Lui alza gli occhi al cielo – al soffitto bianco della stanza col pavimento blu come i suoi occhi e come il mare e come le persone sane – ma tenta ancora di infondere un po’ di gioia – come una trasfusione, come un trapianto di midollo – dentro di lei che, cazzo, perché non reagisci, Annalisa? Perché non vedi che la tua vita è bella? Viaggi, un bel lavoro, amici, e me. Perché non sei felice, vorrebbe dirle. Perché mi distruggi. Perché sei così cattiva. Ma tanto è inutile parlarle. Eppure ti ho amato così tanto, e ti amerei ancora. Ma lei è molle e flaccida e piena d’acqua e di veleno come una medusa e non agisce e non reagisce ma si lascia trasportare dal mare fin sulla spiaggia e se lui non la raccoglie ogni volta e le ridà vita col suo fiato – col suo sangue, col suo lavoro, con la sua giovinezza, con il suo entusiasmo – lei ogni giorno potrebbe morire. Ma capisci che non posso essere responsabile della tua vita? Non sono tuo padre e tu non sei una bambina. Cresci.

Crescere è un verbo che germoglia come quella favola in cui c’era la pianta di fagiolo magico che cresceva fino al cielo dove c’era un palazzo con dentro una gigantessa e un gigante. Ucci ucci sento odor di cristianucci.

«Quanto vorrei tornare bambina. Allora sì che ero felice».

«Non è vero», lei gli ha raccontato di un’infanzia orribile, e allora o mentiva sull’infanzia o mente oggi. «Tu eri tristissima da piccola».

Luca si alza dal letto e va a fare il caffè tanto lei non farà nemmeno quello. Lei starà lì a dirsi quanto è sfortunata, quanto è triste, e quanto la vita è una merda. Ma sai che c’è, Annalisa. Ho fatto di tutto per te. Perché tu fossi felice. Vaffanculo.

Ma sai che c’è, Luca?, pensa lei quando lo vede allontanarsi in mutande (lo immagina così felice appena le dà le spalle, così felice senza di lei), andare in cucina a fare il caffè e poi lo sente mandare un vocale con la voce tutta accesa – «Sì sì ci vediamo venerdì!» e poi altre parole che lei nemmeno ascolta. Ma sai che c’è, Luca? Tu puoi sempre abbandonarmi e uscire da questo incubo in cui ti ho portato. Tu puoi lasciarmi. Io non posso lasciare me. Puoi immaginare cosa vuol dire essere qui, imprigionata, con me stessa? Sai che c’è, Luca dai pensieri buoni e giusti? Come dite nella tua città: vedi di andartene affanculo.

Camminano per la discesa che porta verso il mare, mano nella mano. Lui a piedi scalzi, costume e maglietta blu come il mare, come i suoi occhi, come le persone sane, lei in scarpe da ginnastica, pantaloncini in cui si sente obesa e maglietta nera come i pazzi e come gli occhi, lei non ne può più al primo passo, troppo caldo, troppo freddo, troppa stanchezza, troppa fatica, lui invece il pomeriggio si metterà le scarpe e i pantaloncini da corsa e correrà – come i sani, come i giusti –, lei si trascina obesa brutta insopportabile per questa discesa – «Dai! Non è nemmeno una salita!» – e lì in spiaggia ha troppo caldo, il mare è troppo freddo e ci sono le meduse (tu sei una medusa) e beve due birre e guarda nel vuoto come l’avessero deportata lì.

Mentre lui nella sera ha prenotato un ristorante di pesce per lei e cerca di raccontarle storie gioiose, Annalisa a un certo punto scoppia a piangere.

«Che succede?», dice lui. «Dimmi qualcosa, almeno, perché io possa capire». O forse non c’è niente da capire e sei solo una donna capricciosa senza spina dorsale.

Lei lo sente quel pensiero, e la donna senza spina dorsale le fa pensare a un pesce quando gli tolgono la lisca e lo divorano. Pronto per essere stramorto. «Non ti so spiegare», dice. E veramente vorrebbe poter spiegare. Ma adesso ha molta paura. E nemmeno lei può capire.

Basterebbe smettere di esistere.

Il pesce in umido galleggia in un brodo dentro il quale le boe con le facce da persone scrutano fin dentro la stanza con il pavimento blu come gli occhi di Luca come gli occhi delle persone sane. Il pesce in umido Luca l’ha preso per dividerlo con lei, perché a lei piace, e invece lei non ha mangiato niente.

«Ti piace?».

«No».

«Non ti piace mai niente. Io mi impegno per renderti felice, sempre. Ma a te non piace mai niente. Non ce la faccio più».

Lo guarda.

«Io faccio tutto per te, Annalisa. E tu cosa fai per me? Niente. Cosa mi dai tu? Niente». È molto brutto sentirsi dire così: non mi hai dato niente. Fa molto male. E allora vorrebbe dirgli tutto, vorrebbe chiedergli scusa, vorrebbe ringraziarlo, dirgli lo so, lo so!, tutto quello che fai per me, amore. Ma, rissosa, fa spallucce. Come non le importasse. Perché è quella voce che le su-sss-sss-surra: distruggi.

«Mi hai tolto tutta la fiducia in me stesso, lo sai? Sono anni che mi sminuisci».

«Tu non mi ami».

«Dio».

«Dio lo dico io».

La notte lei lo abbraccia. Lui così innocente si lascia abbracciare. Sorride. Come fai ad avere ancora un sorriso per me. Lui nel dormiveglia. Il mare alla finestra sa essere dolce, ma anche minaccioso. È tutto un gioco della mente. Ma non perché tu sai che è un gioco, allora sai giocarci. Annalisa si rigira nel letto e vuole solo dormire. Non lo vedi che sono qui per te?, Luca sogna di dirle. La sanità mentale è una finestra aperta sopra un mondo giallo, nero, bianco, rosso, di cui sai distinguere i colori. Di cui sai dire: questo sì, questo no.

Ti amo basta?

La risposta è una luce che lampeggia, come gli ufo nella notte, che li vedi apparire e scomparire.

Antonella Lattanzi (Bari, 1979), scrittrice e sceneggiatrice. I suoi ultimi libri sono “Devozione” (Einaudi, 2010), “Prima che tu mi tradisca” (Einaudi, 2013), “Una storia nera” (Mondadori, 2017), “Questo giorno che incombe” (HarperCollins, 2021) e “Salvarsi”, (Einaudi, Quanti, 2021). Il suo ultimo racconto è nell’antologia “Willie lo Strambo” (Sperling & Kupfer), ora in libreria.