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Il pensiero senza l’azione è solo aria fritta

Marina Valcarenghi è entrata nelle carceri, ha lavorato con i condannati per crimini contro le donne, è andata al fondo dello stravolgimento dei rapporti uomo-donna e della violenza che continua a esserci. «Lei lo sa che non sono una femminista, vero?», dice e poi racconta la battaglia per il divorzio, la rabbia cronica, la necessità di non delegare agli altri la nostra difesa e l’urgenza di un’iniziativa che sia concreta: non basta dichiarare la propria posizione per fare la rivoluzione

In ebraico leb vuol dire “cuore”, è la fonte del sentire, del volere ma anche del pensare. Come se non si potesse pensare senza il cuore. La psicanalista Marina Valcarenghi nel documentario Il popolo delle donne dice qualcosa del genere, dice che l’intelligenza è quella del cuore, è un’intelligenza calda che accoglie le trasformazioni, mentre l’intelligenza fredda è la strada maestra per il fanatismo. Quando parla di trasformazioni, si riferisce alla voragine apertasi nel patriarcato negli ultimi decenni, con il rapido e progressivo percorso di emancipazione delle donne. Il film, uscito nel 2023 e diretto da Yuri Ancarani, è una conferenza in cui Valcarenghi affronta la questione della violenza maschile sulle donne. Secondo lei bisogna avere la pazienza di cercare per trovare il senso della violenza, e prendersi cura di chi la compie. È una prospettiva inedita, anche approfondita in un libro uscito nel 2024 per Silvana Editoriale, che si può condividere o meno, che a me è rimasta in testa a lungo, tanto che, molto tempo dopo aver visto il film, ho voluto incontrare Marina Valcarenghi. In queste settimane si organizzano molti presidi e marce per gridare “ci vogliamo vive” e ricordare Sara Campanella e Ilaria Sula, vittime di femminicidio. Siamo furiose, siamo frustrate, ci sentiamo impotenti perché conosciamo questa storia fin troppo bene, la rabbia che proviamo non trova una direzione nelle marce che organizziamo a posteriori perché Ilaria, perché Sara siano le ultime, e perché questi omicidi vengano almeno raccontati con parole giuste, precise.

La riflessione di Marina Valcarenghi muove da una domanda: in un mondo in cui le donne hanno molte più libertà e sono molto più emancipate rispetto a qualche decennio fa, perché la violenza degli uomini sembra essere in aumento? Ne indaga le cause a partire dalla sua esperienza di psicanalista a contatto con soggetti particolarmente violenti. È stata la prima in Italia a portare la psicanalisi nel reparto di isolamento del carcere dei condannati per crimini violenti contro le donne: maltrattamento, stupro e omicidio. Per dieci anni ha incontrato i detenuti nelle carceri di Opera e Bollate, da sola, a porte chiuse, protetta solo da uno spioncino da cui ogni tanto una guardia carceraria si sincerava che andasse tutto bene. «Fino a oggi, tutti i miei pazienti che sono usciti non hanno avuto nessuna recidiva specifica». Durante l’intervista, ma anche nel libro e nel documentario, Valcarenghi insiste sui tempi del processo di liberazione delle donne. Dopo millenni di oppressione sostanzialmente immutata e un ritardo rispetto ad altri paesi europei a causa del fascismo, la Costituzione del 1946 ha conferito a uomini e donne pari diritti e doveri. Il percorso di liberazione delle donne è stato rapido e progressivo e, in poco più di trent’anni, grazie ai movimenti popolari, sono diventate legge il divorzio, l’aborto, l’apertura alle professioni, e si è rovesciato completamente il rapporto tra uomo e donna. Secondo Valcarenghi è successo tutto troppo in ritardo e troppo in fretta, e questo ha creato un disorientamento, uno stravolgimento nella relazione tra uomo e donna:

«Non è come si credeva che, aumentando la libertà, l’autonomia e l’importanza delle donne nella società civile, la violenza sarebbe diminuita. Da un punto di vista psicologico è proprio il contrario. Ovviamente non si può parlare di tutti gli uomini come se fossero una cosa sola, ma molti, quelli meno protetti culturalmente, si sono sentiti invasi».

La prima reazione dei maschi è stata l’autoconservazione. Alle paure nei confronti delle donne, legate al sesso, alla riproduzione, all’intuizione, si è aggiunta anche la paura dell’invasione: una reazione emotiva isterica che causa la violenza. La misoginia è un’oppressione e insieme una confessione: è come dire ho paura di te. Anche l’arroganza e la condiscendenza sono sintomi della paura, la reazione è il maltrattamento fisico, verbale e psicologico, la violenza sessuale e, a volte, l’omicidio. Lo stupro è il modo più immediato e simbolicamente definitivo di dimostrare la superiorità maschile, scrive Valcarenghi. La violenza diventa così un gesto esemplare, inutile, ma che dà per un attimo la sensazione di recuperare un frammento dell’identità che sembra perduta. Valcarenghi imputa all’inconscio collettivo maschile il movente del femminicidio: la reazione di fronte al panico e alla frustrazione improvvisa di avere le donne libere dal giogo dell’uomo e competitive nella vita privata e pubblica. Per questo, per eliminare la violenza e cambiare la società, è necessario risalire all’origine e prendersene cura con pazienza, soprattutto di fronte ai cambiamenti epocali.

La filosofa del linguaggio e femminista Fabrizia Giuliani ha scritto di recente sulla Stampa: «Si può modificare la risposta violenta al rifiuto, il movente che è dietro ogni femminicidio. Si può perché le radici sono nella cultura, non nella natura: non c’è impeto, istinto o passione dietro i femminicidi, ma secoli di storia». Chiedo a Marina Valcarenghi, mentre cambiamo la cultura, cosa dobbiamo farcene degli uomini violenti: «In realtà siamo tutti violenti, nasciamo così. È un istinto che non deve essere sempre represso. Se attaccano il tuo bambino, o il tuo paese, non reagisci? Però deve essere regolamentata, deve avere dei confini. Loro non l’hanno saputa regolamentare, e quindi devono essere seguiti perché dobbiamo capire da dove viene, come mai è successo. Attraverso la psicanalisi, lo studio dell’inconscio, l’esame dei sogni, attraverso questo lavoro con un po’ di fortuna si capisce perché quella persona è diventata violenta e vedrai che non lo sarà mai più, controllerà la sua violenza come tutti noi». I suoi pazienti però sono rinchiusi in carcere, un sistema in cui si riproducono le strutture violente. «Il carcere è il luogo più diseducativo per ottenere risultati, c’è un’altissima recidiva nei reati penali e non. Come si fa a pensare di educare alla libertà rinchiudendo? È un paradosso. Noi cercavamo di farli stare il più possibile all’aria aperta, giocavano a calcetto, facevamo due feste, a Natale e in estate, portavamo da mangiare, da bere. Vincenzo, un napoletano, suonava la chitarra, conosceva tutte le canzoni che mi piacevano e le suonava per me. Alcuni di loro ho continuato a vederli dopo che sono usciti». Occuparsi di chi la violenza la agisce è un percorso che corre parallelo all’educazione, non esclude la necessità di dotarsi immediatamente di un apparato capillare e statale di educazione sessuo-affettiva nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro. Di costruire reti di sostegno, di organizzarsi in associazioni dedicate alla prevenzione e al contrasto della violenza sulle donne, di sostenere e aprire più centri antiviolenza, di operare sulla società attraverso l’arte, la cultura. Ci vuole pazienza, però: non per iniziare a educare, a cambiare, ma per poterne raccogliere i frutti. Ma come facciamo a lavorare con pazienza se siamo così arrabbiate, e scendiamo in piazza con i movimenti femministi e transfemministi e urliamo: bruciamo tutto? «Le donne sono arrabbiate perché non sono più disponibili a subire quello che, di fatto, nemmeno la legge dice. Ma le femministe sono un caso a sé, le femministe non sono le donne, sono un’avanguardia. L’insicurezza femminile esiste ed esisterà per molto tempo, molte cose le donne ancora non se la sentono di farle».

Mi guarda, so già dove sta andando a parare. «Lei lo sa che io non sono una femminista, vero? Le femministe storiche hanno la mia età, hanno inaugurato il separatismo, io ho sempre pensato che fosse un’idiozia. Uomini e donne non sono categorie monolitiche, possiamo fare la lotta contro il patriarcato, ma non contro gli uomini. Ok la rabbia, gli slogan, i manifesti, ma è inutile andare in piazza e fare l’agitazione. L’agitazione serve se ne nasce un’azione. Non si fanno così le rivoluzioni. Noi ne abbiamo fatta una nella mia generazione, le conosco. Abbiamo fatto la battaglia per il divorzio: in strada sì, ma poi abbiamo anche trovato uno che scriveva la legge, Mauro Mellini, e un deputato disponibile a presentare la legge in Parlamento perché noi non avevamo nessuno in Parlamento (quando dice noi, si riferisce a gruppi di sinistra militanti extraparlamentari). Poi gli oltranzisti cattolici proposero il referendum abrogativo, ma vinse il no. E il divorzio è diventato legge. Il pensiero senza l’azione è aria fritta, diceva mio papà, che ha fatto la Resistenza. Quindi questa rabbia è legittima, ma resta lì, non mi sembra di vedere forme organizzate di politica, di cambiamento, vedo solo grandi dichiarazioni che però lasciano un po’ il tempo che trovano». Hanno fatto lo stesso anche per la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza e sull’obiezione di coscienza. Suo fratello Andrea Valcarenghi è stato il primo a finire sotto processo e in carcere per essersi rifiutato di prestare il servizio militare. «Dopo di lui sono diventati tanti a fare obiezione di coscienza, è cambiata la mentalità e alla fine l’esercito si è sfaldato e oggi non esiste più la leva». Secondo Valcarenghi oggi manca l’iniziativa popolare che trasforma in azione l’ideologia e gli ideali, e secondo lei questa mancanza di iniziativa è in parte imputabile a una mentalità che crede che sia sufficiente dichiarare la propria posizione. «Non mi sorprende che la rabbia sia cronica». Neanche a me sorprende che la rabbia sia cronica, ma per altri motivi: bisogna trovare la forza di denunciare, e sappiamo perché denunciare è difficile. Non esiste un sistema di supporto, esteso e radicato che accolga una donna e la faccia sentire a proprio agio nel raccontare, e dunque rivivere, una violenza che ha subito. Posto che poi una donna trovi il coraggio di denunciare (e di farlo in tempo!), spesso non viene ascoltata e deve affrontare un’ulteriore violenza da parte di istituzioni che dovrebbero tutelarla. Come possiamo avere fiducia se le persone che rappresentano ed esercitano la legge sono misogine? «Bisogna cambiare la mentalità di quelli che diventano magistrati, oggi è già molto diverso. Magistrate e avvocate sono sempre più agguerrite, stanno facendo una battaglia bellissima perché queste cause non vengano affidate a magistrati uomini. È il loro compito. Tempo fa mi hanno fatto presentare il film al Tribunale di Milano, ho pensato: ora mi linciano – nel documentario non si risparmia le critiche ai magistrati che parlano di mutandine – ma invece l’aula era gremita e mi hanno fatto una standing ovation. Ma non applaudivano me, applaudivano questo lavoro collettivo, che viene dalla mia esperienza politica. Più noi donne pensiamo con la nostra testa e decidiamo cosa è giusto e cosa è sbagliato e agiamo di conseguenza, più otteniamo risultati».

Secondo Valcarenghi è necessario parallelamente smettere di delegare a qualcun altro la nostra difesa, le donne devono imparare e liberarsi dalla posizione di vittima, che fa sentire inermi, soprattutto di fronte al corpo di un uomo. Non è così semplice, non è solo una questione di forza fisica, il problema è che il rapporto con il corpo di un uomo è legato al piacere, all’intimità, è un corpo amico che improvvisamente vuole farti male. Questa sovrapposizione di ruoli genera l’insicurezza, è un sopruso che toglie identità e produce senso di colpa, una forma di paura paralizzante inscritta nell’inconscio femminile. Inoltre alle donne non viene insegnato come comportarsi in situazioni di pericolo, o meglio, viene insegnato a vivere sulla difensiva piuttosto che contrattaccare, a censurarsi pur di non incorrere nel pericolo, a evitare lo spazio pubblico ostile piuttosto che rendere lo spazio pubblico non ostile o a imparare a essere forti in uno spazio ostile. La passività, dice Valcarenghi, crea dipendenza psicologica e brucia l’identità. Accanto alla legge che ci tutela possiamo percorrere parallelamente pratiche liberatorie per accedere alla nostra forza. Alessandra Chiricosta è una teorica degli studi di genere, oltre che una storica delle religioni e un’insegnante di arti marziali, che afferma la necessità di diventare donne combattenti. Quella forza che associamo alla violenza degli uomini è sopraffazione e, esercitata sui corpi, crea la realtà. Secondo lei la dipendenza fisica è un escamotage culturalmente prodotto dal patriarcato per detenere il potere. Noi possiamo accedere alla profondità del nostro inaddomesticato, e riconnetterci a una genealogia di filosofe guerriere. Superare la separazione tra mente e corpo, come nelle filosofie orientali e nelle arti marziali, è già liberatorio. La forza non è solo quella traumatica di un pugno, di un ceffone, ma si esprime anche nella fluidità, nella morbidezza, nella sensibilità, nella flessibilità. Bisogna “farsi foresta”, ovvero dotarsi di una forza che ha potenza generativa, una forza radicata a terra.

Marina Valcarenghi è molto più spiccia: «Almeno se si autodifendono, fanno qualcosa». Ammette però che bisogna trovare sistemi per aggirare la forza fisica degli uomini, come organizzarsi, stare in gruppo. E lavorarci su, smettere di dire che tutti gli uomini sono cattivi, iniziare a distinguere: amori, fratelli, figli, amici, padri, nemici. Esistono i gruppi di autocoscienza maschile, come Maschile Plurale a Roma o Il Cerchio degli Uomini a Torino: si incontrano, discutono, si guardano dentro e promuovono una riflessione individuale e collettiva tra uomini di tutte le età e condizioni. Per costruire una società liberata dal maschilismo e dal sessismo. Ha senso fare un percorso assieme alle donne? «No, bisogna farlo separatamente. Hanno bisogno di non vedere le donne e chiedersi: perché siamo fatti così? Emergono condizionamenti culturali, abitudini, insegnamenti di padri e nonni, esempi di uomini nelle scuole. È molto doloroso. Riconoscerli davanti alle donne li mette a disagio, fanno fatica anche con me, in analisi. Le donne hanno fatto questo prima di loro ma noi siamo vittime, non carnefici. È diverso il ruolo, la condivisione di un’oppressione non ha implicazioni a livello morale, invece la condivisione di un’aggressività sì. Non è bello appartenere alla categoria dei carnefici. Bisogna avere pazienza». Racconta del primo voto delle donne, ha accompagnato sua madre che tremava dall’emozione, come in C’è ancora domani. Nessun gruppo è mai stato oppresso, ovunque nel mondo e in ogni epoca, come lo sono state le donne, per questo lei parla di “popolo”, e ci vogliono due o tre generazioni per arrivare a una situazione in cui tutto questo è digerito. Intanto «noi donne dobbiamo ritrovare la forza del nostro pensiero e il pensiero della nostra forza».

Livia Chiriatti (Roma, 1995) è assistente editoriale del Foglio Review.