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Il problema di Babbo Natale al contrario

Steven Spielberg torna a parlare degli extraterrestri con Disclosure Day, ma stavolta lo fa da uomo che crede davvero che non siamo soli. È un film sull’empatia, il nostro più grande vantaggio evolutivo, e sulla fede. E adesso come dire agli adulti che quello che credevamo da bambini è vero? Preti, manipolazioni, svelamenti, Fisica quantistica: incontri ravvicinati con gli esseri umani

Nella prima scena di Disclosure Day un wrestler spezza una sedia sulla schiena dell’avversario dopo avergli riempito la faccia di pedate e, tra un atto di ferocia e l’altro, il pubblico si alza in piedi, facendo il tifo ed esultando nell’estasi di tutta la violenza gratuita, legittimata e pacchiana che regala un incontro di wrestling. Disclosure Day è l’ultimo film di Steven Spielberg e si immagina come potrebbe svolgersi il giorno in cui si scoprisse con certezza non solo l’esistenza di vita intelligente e (più) evoluta nell’universo ma anche il nostro già avvenuto incontro con essa. Il film è stato sia elogiato sia criticato, per non essere all’altezza dei suoi predecessori sul tema, Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T. o La guerra dei mondi (basato sul romanzo di H.G. Wells in cui forme di vita extraterrestre colossali scatenano uno scenario di apocalisse e collasso da cui l’umanità esce per un pelo). Quello che però la scena di apertura del film suggerisce è che, come ci insegna la migliore fantascienza, dove l’altro serve l’obiettivo di rimandarci a noi stessi, è un film sugli uomini. Sullo stato in cui ci troviamo, tra noi.

Curiosamente, il giorno di uscita del film (il 12 giugno) è stato lo stesso in cui il Pentagono ha rilasciato una terza tranche dei cosiddetti Ufo files. Una tranche, per speranzosi e appassionati, che ha nuovamente deluso le aspettative, ma ad ogni modo la continuazione di un lavoro iniziato l’8 maggio 2026 con il progetto Pursue (Presidential Unsealing and Reporting System for Uap Encounters). L’idea che il governo americano abbia tra le mani prove ben più inconfutabili di vita extraterrestre e di già avvenuti contatti con essa è largamente condivisa da un pubblico che negli anni, soprattutto grazie a internet, è cresciuto fino a diventare oggi mainstream. Prima si trattava di episodi che rimanevano nel ricordo dei soli testimoni oculari e non valicavano la geografia del luogo in cui avvenivano se non grazie alla stampa. Oggi la raccolta di materiale e le informazioni si sono espanse grandemente, legittimate soprattutto da video militari e dalle testimonianze di veterani ed ex piloti e da un numero sempre maggiore di whistleblowers (talpe che hanno lavorato nei corpi militari o nell’intelligence) come per esempio David Grusch. Ci sono poi casi in cui l’esperienza soggettiva, che è solitamente la prima cosa a venire messa in discussione, è corroborata da avvistamenti collettivi, come nel caso delle scuole Westall a Melbourne nel 1966 e Ariel nello Zimbabwe del 1994, in cui sia insegnanti sia studenti hanno visto un Ufo nel primo caso e interagito con gli abitanti del veicolo nel secondo (quest’ultimo episodio è raccontato bene nel documentario The Phenomenon di James Fox). Sempre più realtà, divulgative e investigative, come il Mufon (Mutual Ufo Network, una delle più grandi organizzazioni americane a indagare il fenomeno), dicono sia impossibile oramai non prendere sul serio l’incontrovertibile quantità e coerenza di episodi di cui si ha qualche tipo di testimonianza. Mentre Pursue sembra far salivare più che saziare la curiosità e l’aspettativa di milioni di persone (c’è chi dice che non è altro che un diversivo per distogliere l’attenzione dal caso Epstein, dalla guerra e dal rincaro dei prezzi), nel 2022 sembrava che ci si stesse avvicinando un po’ di più al nucleo della questione quando il New York Times diede ampia rilevanza ad alcune audizioni al Congresso in cui membri dell’intelligence hanno discusso insieme ai vertici delle Forze armate americane di relazioni militari riguardanti gli Uap (unexplained aerial phenomena). Si trattava della prima udienza pubblica in oltre cinquant’anni su avvistamenti di Ufo sul suolo americano. In una recente intervista dello stesso New York Times a Spielberg, il regista racconta come sia stato proprio questo articolo del 2022 a seminare l’idea per il film e a mettere in moto la ricerca su cui si sarebbe imbarcato per la realizzazione di Disclosure Day. Che si tratti di un film più politico che fantascientifico lo dice lo stesso Spielberg nel trailer originale: «Sono molto più incline oggi di quanto lo fossi quando ho girato Incontri ravvicinati a pensare realmente che non siamo l’unica civiltà dotata di intelligenza nell’universo. Un tempo dicevo a me stesso: “Non sarebbe meraviglioso se un giorno scoprissimo che tutto questo è vero?”.

Oggi penso: “Non sarebbe meraviglioso per le persone se sapessero che tutto questo è vero?”». Se questa stessa frase la sentissimo da chiunque altro, l’amico che da sempre crede negli extraterrestri o il cospirazionista di turno, passi il dubbio, ma se questa frase la pronuncia il regista più mainstream e amato dagli americani?

Quello che ha fatto Spielberg però è un passo avanti. È come se la realtà di questa ipotesi la dia per scontata (è obsoleto stare ancora a chiedersi se sia vero o no) e, usando il mezzo della storia per parlare di uno scenario che a sua detta è realtà, da bravo narratore di storie qual è, punta la camera sul personaggio che deve fare i conti con questo nuovo ordine di cose, cioè noi. Molti hanno detto che Disclosure Day è un film sull’empatia, sulla capacità di metterci nei panni degli altri e agire lo sforzo di immedesimarci in un punto di vista che non sia il nostro per capire chi abbiamo di fronte. Nelle centinaia di testimonianze dei cosiddetti experiencers, ovvero persone che affermano di essere entrate personalmente in contatto con forme di vita intelligente, raccolte e studiate tra gli altri dallo psichiatra, professore di Harvard e vincitore del Premio Pulitzer John Mack (citato dallo stesso Spielberg nell’intervista del Nyt e il cui lavoro ben dialoga con quello di autori come Elémire Zolla, Mircea Eliade e Joseph Campbell, come ha visto bene l’accademico Jeffrey Kripal), questa capacità, che non viene definita empatia, appare come un’abilità precipua di queste creature. Il momento in cui ci si guarda direttamente negli occhi si fa esperienza di un denudamento totale, ci si sente conosciuti e letti come un libro aperto. Come se queste forme di vita sapessero “sintonizzarsi” sulla nostra personale frequenza, conoscerci completamente, per poi avviare una comunicazione non verbale ma mentale. Nel film, Spielberg prende questo tratto così spesso citato nella letteratura specialistica sulle esperienze di contatto e lo riporta a noi, facendo dire agli extraterrestri che l’empatia è non solo il più importante vantaggio evolutivo dell’essere umano, ma un dono che non tutti gli esseri là fuori nell’universo possiedono. Ai fini drammaturgici ne fa addirittura un superpotere, che il personaggio interpretato da Emily Blunt riceve quando, bambina, entra in contatto con una civiltà più evoluta che le dona la capacità di “entrare” appunto dentro chi ha davanti e conoscerne tutto, sentimenti, storia personale, motivazioni, ecc. Empatia all’ennesima potenza.

Ma se l’empatia è il tema dichiaratamente al centro della storia, la fede segue subito dietro. E di nuovo Spielberg sposta quello che ci si aspetterebbe fosse il focus di questa fede. Non fede nell’esistenza di altre forme di vita oltre alla nostra, non fede in Dio. La storia è essenzialmente divisa tra chi non ha fede nelle persone e chi sì. Tra chi crede che una tale scoperta sarebbe uno choc ontologico troppo grande e provocherebbe uno scenario di caos apocalittico (e in questa categoria ricade la Wardex, l’agenzia di intelligence privata che detiene tutte le informazioni e materiali relativi alla vita extraterrestre e non vuole che nulla di ciò che ha in mano venga divulgato) e chi invece pensa che una verità del genere sia un diritto inalienabile dell’uomo. Tra questi ultimi compare il personaggio interpretato da Josh O’Connor che, dopo aver lavorato per la Wardex, pensa che questa verità non deve essere la proprietà di nessuno e intende rendere di pubblico dominio l’archivio di video secretati. Tra gli scettici c’è invece la sua ragazza, Jane, ex novizia che pensa che una rivelazione del genere minerebbe le basi del nostro rapporto col trascendente. A un certo punto chiama la superiora del suo vecchio convento e le chiede cosa penserebbe se dovesse venire a sapere per certo che non siamo soli. Non avrebbe paura? No, perché dovrebbe?, domanda la superiora. «Ma se crollasse tutto, per te e per tutte le persone di fede del mondo, cosa succederebbe?» La superiora le risponde che forse non era la fede in Dio che Jane aveva messo in dubbio, ma la sua fede nelle persone. Forse che sia possibile avere fede in una delle due cose senza l’altra? Nelle parole sapienti del filosofo e sacerdote indo-catalano Raimon Panikkar, non si ha fede in qualcosa, la fede si ha, punto. Avere fede in qualcosa significherebbe averla in qualcosa che non solo è fuori da noi ma è oggetto. Quel qualcosa serve soltanto come simbolo abile ad aiutarci a fare il salto e a darci la possibilità, in ultimo, di credere a noi stessi. Quando i teologi antichi parlavano dell’atto di fede con le tre dimensioni del credere Deo, credere Deum, credere Dei, erano più vicini all’essenza della fede, che è costitutiva dell’essere umano e del suo sentirsi di più. Come le religioni e le tradizioni spirituali di tutto il mondo ci dicono dall’alba dei tempi. (E tutte, chi in modo più esplicito, come i nativi americani i cui miti e credenze sono colmi dei cosiddetti sky people, chi in modo più figurato, parlano di esseri più evoluti che risiedono e provengono dai cieli).

Da una parte AI e deep fake ci sfidano a non credere necessariamente a ciò che vediamo, dall’altra la Fisica quantistica ci sta insegnando che dobbiamo credere per vedere (ovvero: non esiste una realtà oggettiva che un osservatore può guardare senza influenzarla poiché l’osservatore agisce direttamente su ciò che osserva per il mero atto di guardare e il vecchio paradigma osservatore/osservato è in realtà un’entità unica che influenza se stessa). E se, paradossalmente, vivere questa contraddizione ci offrisse l’opportunità di renderci più aperti? Forse potremmo fare il passo successivo a quello che abbiamo iniziato il secolo scorso con la psicanalisi e la decostruzione dell’ego portandolo su scala collettiva, come specie. Potremmo portare realmente a compimento una visione che non ha l’uomo al centro dell’universo (avremo pure ceduto il posto al sole al centro della nostra galassia ma interiormente non abbiamo ceduto un bel niente) ma attuare realmente questa rivoluzione post-copernicana. Potremmo uscire da una fase di adolescenza umana, in cui abbiamo rinnegato la nostra famiglia per dimostrare che da soli ce la saremmo cavata benissimo, per riscoprire che forse da soli non ce la facciamo proprio per niente.

Come ha detto di recente il fisico spagnolo Alex Gómez Marín in dialogo con la mistica e scrittrice Angela Volpini, qui si pone il problema di Babbo Natale al contrario: come dire agli adulti che quello che credevano da bambini era vero?

Forse è anche per questo motivo che il film è tanto piaciuto, nonostante l’arco narrativo non sia il migliore della sua filmografia e rischi in alcuni momenti la comicità involontaria. Perché ha dato voce, per la prima volta con un mezzo di massa quale può essere un film di Spielberg, a coloro che si sono sentiti rappresentati dalle parole di Hugo, il personaggio che mette in moto l’operazione di disclosure, quando si trova faccia a faccia con l’ex collega capo della Wardex: «Abbiamo un bisogno essenziale di credere e un altrettanto essenziale bisogno di essere creduti. […] Hai infantilizzato chiunque ha voluto semplicemente comprendere quello che ha visto. Hai brutalmente represso le loro domande, li hai messi a tacere, ridicolizzati e ignorati per il crimine di essersi meravigliati. Crediamo a chi crede e poi neghiamo al mondo la possibilità di credergli. Ma le persone continuano a domandarsi, a incontrare ciò che non conoscono e a raccontare agli altri delle proprie esperienze. Sono alla disperata ricerca della verità».

Forse dell’apocalisse non c’è da temere dopotutto, soprattutto se guardiamo alla sua etimologia: in greco antico “rivelazione” o “svelamento”, in inglese disclosure.

Beatrice Carmi (Chiavari, 1992) è una scrittrice. Ha conseguito un Master in accompagnamento spirituale nella malattia e nel morire. Nei prossimi mesi uscirà il suo libro sul pittore Eugenio Carmi.