Potreste avere l’impressione, sbagliando, che il regista di Quarto potere, film del 1941 continuamente citato come il più bello della storia del cinema, e l’autrice di Girls, serie televisiva che in quell’altro decennio ci sembrava fondamentale ma ora quasi non ce la ricordiamo, giacché la tv evapora, potreste avere l’impressione che quei due non abbiano niente in comune. Vi sbagliereste.
Orson Welles nasce a maggio del 1915, c’è la Prima guerra mondiale e il giorno dopo la sua nascita un sottomarino tedesco affonda una nave passeggeri in acque inglesi. Muoiono 1.198 persone e il fatto causa un’indignazione sufficiente da cambiare le regole d’ingaggio di quella guerra.
Lena Dunham nasce a maggio del 1986: il giorno dopo la sua nascita, nei cinema americani esce Top Gun. Quarant’anni dopo, Tom Cruise ha ancora lo stesso sorriso e la stessa irresistibilità, e la bionda che lo seduceva, Kelly McGillis, non compariva nel seguito di quattr’anni fa, Maverick. È perché gli ex giovani piloti, divenuti ufficiali sessantenni, non flirtano con le donne con cui andavano a letto quarant’anni prima, o è perché Kelly McGillis è impresentabilmente ingrassata? Il suo venticinquesimo anno di vita, Orson Welles lo passa a girare il suo esordio, Quarto potere. La storia del cinema non è pienissima di esordienti la cui età cominci per due e che dirigano capolavori che ottantacinque anni dopo sono insuperati. Paul Thomas Anderson ha ventisette anni quando esce Boogie Nights, ma chissà cosa penseranno di quel film tra ottantacinque anni. Il suo venticinquesimo anno di vita, Lena Dunham lo passa a girare la prima stagione di Girls, che non è il suo esordio: Tiny Furniture, il primo film che ha diretto, lo girò a 23 anni. Però è, Girls, il suo Quarto potere: l’opera che la definisce, l’opera per cui la si ricorda, l’opera che la rende famosa, l’opera che non riuscirà mai a superare.
Lena e Orson sono accomunati da altri due dettagli. Uno è che, nella loro più memorabile opera, non sono solo autori ma interpreti; l’altro è che tendono a ingrassare. Orson è un venticinquenne abbastanza bolso, e diventerà un adulto magnificamente sfatto. È, questa, una forma di imparità tra i sessi che non credo supereremo mai. Dei tre più magnifici maschi comparsi al cinema nel Novecento – lo stesso Welles, Jack Nicholson, Vittorio Gassman – solo il terzo aveva un fisico da atleta ed è rimasto in forma fino alla fine. Gli altri due sono splendide rappresentazioni di disfacimento. Il disfacimento maschile è fascinoso, quello femminile è: poverina, cosa ti è successo, stai male, ti ha mollato uno e non ti sei più ripresa, hai l’esaurimento nervoso? Marlon Brando che ingrassa decine di chili è quello di Ultimo tango, vertiginosamente più sdraiabile del Brando con addominale tonico di Fronte del porto. Brigitte Bardot che ingrassa decine di chili è: poverina, che peccato. Poi a quel delitto che è ingrassare ci torniamo, prima dobbiamo parlare del guaio d’avere vent’anni.
Quando Lena Dunham compare alla tele nel ruolo di Hannah Horvath è il 2012, la parola autofiction non ha ancora inquinato il lessico, e tuttavia nessuno è disposto a credere che quella sia satira sociale e non autobiografismo. Lena fa dire a Hannah – un personaggio che incarna alla perfezione lo spirito del tempo, innanzitutto nel rispecchiare la principale caratteristica delle ragazze di questo secolo: avere ambizioni superiori ai talenti – che crede d’essere la voce della sua generazione, e nessuno vuol capire che Lena sta mettendo perfettamente a fuoco una mitomane: per anni quella battuta viene usata contro di lei, con l’ottusità di chi pensa che un’autrice possa pentirsi delle parole che ha non solo scelto, ma che sono risultate così efficaci da venire ripetute anni dopo da un pubblico con l’attenzione e la memoria da pesce rosso qual è quello di questo secolo. È come se avessimo dato del pallonaro a Verdone per aver creato Manuel Fantoni. Non l’abbiamo fatto perché Verdone è un uomo e – come dicono le indegne eredi del femminismo e le attrici di Girls – solo alle femmine si appiccica autobiografismo?
Credo c’entri più la natura della televisione, che è quella di evaporare ma anche quella di illuderci d’avere una qualche familiarità con chi sta lì dentro (questo fino all’avvento dei telefoni con la telecamera, che nel 2012 sono ancora in una fase primitiva del loro uso, e che poi spingeranno più in là il confine della relazione parasociale e della confidenza immaginaria: forse Girls è l’ultima fruizione televisiva con le modalità del Novecento, quelle in cui la massaia si convinceva d’avere un rapporto personale col dottore della soap opera del pomeriggio, mica con la milionaria che si accende il telefono in faccia per venderle prodotti di cui non ha bisogno).
Il pubblico non è fatto di intellettuali, non è fatto di critici culturali, non è neanche fatto di gente particolarmente sveglia. Il pubblico vede il primo strato, e già ringraziare. Il pubblico pensa che quando Hannah dice «io» Lena stia dicendo «io» perché la vede in mutande (in mutande il pubblico, e in mutande pure lei) dal divano di casa. Di Orson Welles non pensava che fosse un magnate dei giornali, perché lo vedeva al cinema, al buio, dopo essersi messo il vestito buono per uscire la sera. Pensa che Hannah sia una stronza, mica una povera disgraziata, così come pensava che Carrie Bradshaw, quella di Sex and the city, fosse un modello comportamentale, mica un fumetto grottesco. Ma anche Sarah Jessica Parker è una donna, lo vedi che si equivocano solo le presenze sceniche delle donne, direte voi. Macché. Chiedete al pubblico di Mad Men se si sia mai reso conto che Don Draper è un povero disperato: vi diranno che è un figo, perché quello è il primo livello di lettura, quello a portata di tutti, anche del pubblico che sta cucinando e intanto ha la tv accesa e ogni tanto butta un occhio.
Non per contraddire di nuovo le indegne eredi di Simone de Beauvoir e Susan Sontag, ma non è neppure vero che solo dell’autonomia decisionale e artistica delle donne si dubiti. I meriti di Orson Welles sono così spesso attribuiti ad altri che sull’autore occulto di Quarto potere, Herman J. Mankiewicz, David Fincher ha persino girato un film, Mank. Per non parlare della convinzione comune che il giovane Orson non avrebbe saputo da che parte cominciare a girare se non fosse stato per il direttore della fotografia, il trentaseienne Gregg Toland. Dev’essere perché Orson era giovane cent’anni fa, quando non temevamo che ci dessero dei boomer se dubitavamo delle competenze professionali d’un ragazzino. Poiché Lena invece Girls l’ha fatto in questo secolo, di solito non si dice che a farglielo fare sono stati due miei coetanei.
Judd Apatow, autore comico di scarsissima qualità ma di gran successo, vede Tiny Furniture, si offre a Lena come produttore, e la richiesta di Hbo d’una puntata pilota per provare se funzionava prende concretezza; Judd ha diciannove anni più di Lena. Jenni Konner, che ne ha quindici più di lei, è la prima conversazione che ha Lena quando Hbo le dice che serve qualcuno di più esperto, ed è subito amore: quel genere d’amore infelice che c’è tra una ragazzina con gli occhioni sgranati e un’adulta che è appunto adulta. Abbiamo tutte avuto vent’anni, e ci siamo tutte illuse di parlare alla pari con le donne. In Famesick, il memoir appena uscito in America, Lena descrive il modo adulto che Konner contrappone al suo voler fare le amichette con lo sguardo di allora, anche se adesso è quasi grande e sa che «Non ero un’adulta. Vivevo coi miei genitori ed ero alla disperata ricerca di amore incondizionato. Le relazioni d’affari sono condizionate». A maggio Lena compie quarant’anni, che nel secolo ritardato in cui abitiamo è a malapena l’ingresso nell’età adulta. Ho fiducia in lei, diventerà una donna abbastanza intelligente da sapere che l’amore incondizionato non esiste neanche nelle relazioni non d’affari.
Konner diceva che Dunham aveva una eccezionale velocità di elaborazione: usciva con un tizio che faceva qualcosa di sbagliato, e la mattina dopo aveva già trasformato l’appuntamento andato male in sceneggiatura. Dunham diceva che Konner era la sua famiglia e che era sempre a casa sua. Il padre di Dunham le diceva (invano) che non era normale fermarsi a dormire dalla gente con cui lavori. Il fatto è che Dunham inizia a pensare a Girls a 23 anni, e l’ultima puntata va in onda poco prima che ne compia 31. Si tratta della prima metà dell’età più difficile d’una donna, quella in cui ti illudi d’essere diventata grande e aver cominciato a capire il mondo, e sono lontani gli anni in cui ti renderai conto che non ci avevi capito proprio niente. «Non è che la consapevolezza sia la specialità della casa, quand’hai vent’anni», dice ora Dunham, che pure era (come molte) parecchio lucida nelle opere sebbene non nella vita. I dialoghi di Girls sono pieni di illuminazioni (tipo: «Non ne posso più di parlare di lui. È solo il primo di venti ragazzi che ti tratteranno di merda, perché è questo che i ragazzi fanno: perché dobbiamo dargli importanza?»), nonostante quella che li scriveva poi nella vita scambiasse i collaboratori per affetti.
C’è una cosa interessante che dice Dunham di come vorrebbe venisse percepito Famesick, e cioè non come un suo mettere in chiaro quel che non abbiamo capito di lei. Pur essendo stata una specie di concentrato dello spirito del tempo, Dunham ha fatto il contrario di quel che avrebbero fatto praticamente tutte le ragazze diventate famose negli anni successivi: ha creato un’opera di finzione, e poi ha dovuto affaticarsi a convincerci che non fosse autobiografia; la norma degli ultimi anni è l’autobiografia coi nomi cambiati spacciata per romanzo (temo che chi usa quel modulo si percepisca Proust, e m’imbarazzo per loro). Dice Dunham che, ogni volta che legge un titolo su Tizia che mette finalmente in chiaro ciò che non abbiamo capito di lei, ha l’impressione che Tizia stia semplicemente cercando d’allungarsi un altro po’ la carriera. Eh.
A novembre 2010 sta per uscire Tiny Furniture, e Hbo ha chiesto a Dunham di lavorare alla puntata pilota d’una sua serie: nessuno ancora sa che s’intitolerà Girls, nessuno ancora sa che Lena Dunham sarà il fenomeno più discusso del decennio che sta cominciando, starà agli anni Dieci come Taylor Swift starà agli anni Venti. Una giornalista del New Yorker va a intervistarla, e il pezzo comincia da un video che Lena ha cancellato da YouTube. C’era lei che faceva il bagno nella fontana d’un campus universitario. Lo faceva nonostante non avesse, dice la rispettabile giornalista d’un colto giornale per lettori di sinistra, uno di quei corpi che siamo abituati a vedere: «Ha delle coscione pallide e una pancia generosa». Non lo dico per incitare le folle di sedici anni dopo, quelle che neanche in privato parlando con un’amica direbbero una frase del genere, a crocifiggere in sala mensa la giornalista. Lo riporto perché, nella foto che illustra quell’articolo, Lena Dunham sarà una taglia 42.
In quello stesso anno io inizio a scrivere per un nuovo giornale, mandano un fotografo a scattare delle immagini per illustrare la mia nuova rubrica. Sono un po’ più grassa dell’anno prima, ma solo perché il 2009 è l’anno in cui sono stata più magra della mia vita. Non ho neanche i ventiquattr’anni di Lena: ne ho quasi trentotto, eppure non mi è mai interessato così tanto essere magra. Non mi interesserà mai più così tanto. Quando voglio ridere, vado a rileggere il carteggio di febbraio 2010 con la povera photoeditor del giornale, che mi ha mandato gli scatti tra cui scegliere, e io sono seriamente indignata di quelle foto in cui appaio al mio sguardo come una vescica di lardo. Inutile dire che non c’è una di quelle foto che, guardandola oggi, non mi sembri ritrarre una magrezza che, come il tempo di Guccini, è andata e non ritornerà. E sì, lo so che tutte guardiamo le foto di gioventù e pensiamo che eravamo tanto carucce e non lo sapevamo. Ma innanzitutto io non ero granché giovane. E poi, forse perché come la Dunham ora sono il triplo di allora, mi chiedo che malattia mentale ci facesse trovare grassissima gente normale: il 2010 era l’anno mondiale della dismorfofobia?
Il 2010 ma anche gli anni successivi: la promozione di Famesick ha tirato di nuovo fuori il tema di cui abbiamo letto per anni ai tempi di Girls. Perché il pubblico era così offeso dal fatto che Lena Dunham osasse mostrarsi discinta in tv sebbene non portasse una taglia 36? Era davvero una misura d’ostilità mai vista, o ci sembrava così perché non eravamo ancora abituati al rumore di fondo dell’internet, al dovere del dire la tua su tutto, alla gente disperatissima che pensa di esistere se ha un’opinione sulle immagini che le passano sul telefono?
In un’intervista dell’epoca, Jenni Konner diceva che Lena si trovava sempre e comunque fighissima qualunque fosse il suo peso, ma lei cercava di farla smettere di leggere i commenti sull’internet. Rileggendola ora, mi sono ricordata che in quegli stessi anni avevo attaccato sul frigorifero un’intervista d’un mensile inglese a Courtney Love. Era ingrassata, poi era dimagrita, e ora rievocava uno Chanel che, per un servizio su Vogue Italia, avevano dovuto dividere in due: non le si chiudeva, quindi l’avevano tagliato dietro e l’avevano fotografata da davanti. La tapina che la intervista chiede quando abbia capito di dover far qualcosa per cambiare corpo, e la Courtney dà una risposta che ho mandato a memoria come neanche certi incipit di letteratura. «Tesoro, ero 87 chili e stavo su Vogue. Il mio problema è che mi sento figa sempre, a prescindere da quanto sia grassa».
Adesso Lena Dunham è davvero e incontrovertibilmente enorme, ma col vantaggio di chi è ricca e famosa: che ti tagliano gli Chanel addosso, o che Miuccia Prada ti fa un abito su misura se ti serve. Neanche essere grasse è paritario: essere grasse da ricche riduce di molto gli svantaggi, essere grasse da famose vuol dire più commenti stronzi sull’internet ma un guardaroba migliore. Lena Dunham è il triplo di prima (e vedrai con la menopausa, Lena), e io non so niente di lei, come tutti, e quindi non so se il suo debordare da qualunque taglia media significhi qualcosa.
Non so se sia grassa perché ha smesso di fregargliene qualcosa, e ha iniziato a pensare che se sei ricca e geniale puoi anche sbattertene d’essere attraente. Non so se lo sia perché qualcuna delle sue patologie è fuori controllo e non si può anche sbattere a stare a dieta. Non so se lo sia come forma di prepotenza: scommettiamo che vi dimostro che non è vero che nessuno vi calcola se non siete in forma?
Le mie amiche, che sono tutte magre e tutte ubbidienti alle convenzioni sociali, e quindi davano della cicciona alla Dunham di cinquanta chili fa ma non si permetterebbero mai di criticare quella di oggi, le mie amiche ogni tanto mi mandano qualche immagine paparazzata su qualche suo set, e non mi scrivono mai «poverina» sotto alle immagini, ma io so che lo pensano. So che sono convinte che la più grande disgrazia che possa capitare a un essere umano di sesso femminile è essere Orson Welles.