Che cosa sta succedendo in Tibet? Da tempo ormai le notizie che ci arrivano dal Tetto del Mondo sono scarne, parziali, filtrate da una scarsa accessibilità, in particolar modo per i giornalisti non soggetti a censura, e i nostri schermi ci rimandano alcune immagini solo in occasione di visite ufficiali che poco lasciano percepire di quello che avviene in tempi normali.
Una piccola finestra la offre una galleria d’arte a Hong Kong, fondata da due italiani, dal nome di Galleria Rossi & Rossi. Nata a Londra nei primi anni Ottanta, ora con sede a Hong Kong, è l’unica galleria al mondo che si dedica quasi esclusivamente all’arte himalayana, sia contemporanea sia classica. Offre così una piattaforma privilegiata a opere e artisti provenienti dal Tibet, dal Nepal, dal nord dell’India, dal Pakistan, oltre che ad alcune province cinesi, come il Sichuan, nonché artisti tibetani della diaspora. Più di recente, ospita anche artisti contemporanei dalla Cambogia, dall’Iran e da Hong Kong, in un percorso che porta alla luce artisti poco presenti sul circuito artistico internazionale, ma che offrono un commento puntuale e necessario su luoghi dai quali le voci indipendenti sono spesso difficili da ascoltare.
Rossi & Rossi sta per Anna Maria Rossi (nata Cuniolo, e scomparsa nel gennaio di quest’anno) e suo figlio Fabio, specializzatisi nell’arte della regione himalayana da più di quattro decenni, e che, durante questo percorso, si sono avvicinati all’arte contemporanea tibetana, portando nel mondo qualcosa di esclusivo. L’inizio di questa avventura risale esattamente a venti anni fa, quando, nel 2005 nella sede londinese di Rossi & Rossi, si tenne una mostra dal titolo “From Classic to Contemporary: Visions of Tibet”, che presentava opere di arte tibetana tradizionale (e dunque in particolar modo religiosa) accompagnate ad alcuni lavori di artisti tibetani contemporanei. Era la prima mostra di questo tipo a tenersi fuori dal Tibet, o dalla Cina, e come spesso accade, avvenne parzialmente per caso.
Nel febbraio del 2005, Fabio Rossi si era recato a Lhasa per il Losar (l’anno nuovo tibetano, stabilito secondo il calendario lunare) e, tramite un amico, era stato messo in contatto con il collettivo artistico Gedun Choepel – la prima piattaforma di arte contemporanea indipendente sull’altipiano, fondata nel 2003. Come ricorda Fabio Rossi, «sulle prime ero un po’ scettico, perché pensavo che avrei solo visto delle copie modernizzate di thangka e altre cose classiche. Ma mi sbagliavo». Data l’importanza culturale, sociale e politica della religione buddhista in Tibet, gli artefatti provenienti da questa parte di mondo, e quelli con cui lavorava la galleria Rossi & Rossi fino a quel momento, erano soprattutto opere d’arte che andavano dai thangka e mandala, che rappresentano monasteri, divinità, visioni del paradiso e dell’inferno e di alcuni lama particolarmente venerati, alle statue in bronzo, legno o pietra raffiguranti divinità buddhiste e tulku, i lama reincarnati. Anche perché questo tipo di modernità era arrivato fino in Tibet solo da poco tempo: «L’arte contemporanea tibetana esiste ormai da diversi decenni, nel senso che c’è una comunità a Lhasa che è attiva dagli anni Ottanta, e che continua a esserlo, con delle radici che però non vanno troppo in là dal momento che fino a quel momento c’era scarso interesse, e pochi stimoli, nel creare un’arte che non fosse religiosa, legata ai monasteri o ai templi», dice Fabio Rossi.
L’avventura dell’arte contemporanea sull’altipiano è iniziata quando i giovani tibetani hanno cominciato a studiare nelle accademie fuori da Lhasa, alla Central Academy of Fine Arts, a Pechino, o in altre scuole d’arte cinesi. Gli anni Ottanta, bisogna ricordarlo, erano il periodo dell’oro dell’apertura culturale cinese, un momento che non si è mai più ripetuto nel paese, per quanto riguarda la voglia di aprirsi sul mondo, il genuino interesse verso quello che succedeva ed era successo altrove mentre la Cina aveva subìto la chiusura maoista, e l’assenza di restrizioni in termini culturali prima di tutto, ma non solo.
Oggi che Rossi & Rossi si è spostato nella parte sud dell’isola di Hong Kong, nel quartiere postindustriale di Wong Chuk Hang (uno dei quartieri più ricchi di gallerie d’arte), per celebrare il ventesimo anniversario del primo incontro con l’arte tibetana contemporanea, Fabio Rossi ha allestito una mostra con alcuni degli stessi artisti di allora, dal titolo “As the Wheel Turns – Arte contemporanea da Lhasa, allora e oggi”. In mostra, opere di otto artisti, fra cui Tsewang Tashi, presente al vernissage, e che ha dato un breve resoconto personale di come si è avvicinato all’arte contemporanea, compresi alcuni impatti imprevisti: come la visita in Cina nel 1985 del pittore e artista grafico americano Robert Rauschenberg (1925-2008), un precursore dell’arte pop, che per primo introdusse gli artisti della Repubblica popolare cinese a opere in cui si mescolano frammenti del mondo che ci circonda (dalle fotografie dei quotidiani, a oggetti di consumo comune, in collage e pastiche che mescolano l’astratto alla rappresentazione), creando un fortissimo impatto. «Negli anni Ottanta, un Tibet che era stato molto isolato si è ritrovato aperto al resto del mondo, e a essere esposto a diverse culture e realtà, non solo cinesi, ma anche testimoni dell’ingresso di una certa modernità data da prodotti americani, musica, cinema e letteratura da fuori», racconta Fabio Rossi. E anche disposto a un’apertura nel collaborare con artisti cinesi che stavano spingendo per avere meno limiti possibili alla loro espressione artistica. «Era interessante per me, quando li ho conosciuti, capire che non solo non copiavano la tradizione, ma che erano anche interessati a espandere la loro produzione non soltanto in pittura ma in installazioni, scultura e in performance, fotografia e video», dice Rossi. Il lavoro di Tsewang Tashi in mostra presenta sia uno dei suoi ritratti iperrealisti, dalle cromie inusuali (i volti sono in diverse sfumature di blu, verde o viola) sia fiori e frutti, in colori ipersaturi in cui il confine fra reale e sintetico si perde. Se guardiamo alle opere prodotte da questa generazione di artisti, che fanno tutti più o meno riferimento al collettivo Gedun Choepel, vediamo non solo un forte dialogo con la tradizione, ma anche quanta maggiore latitudine vi sia nell’arte visiva per commenti politici, che probabilmente sarebbero meno tollerati in altre forme espressive. Come dice Rossi, «le tematiche degli artisti contemporanei tibetani magari non sono affrontabili direttamente in altri contesti, ma per gli artisti visivi c’è la possibilità di lavorare in modo più ambiguo».
L’opera di Benchung (Benpa Chungda), nato nel 1971 a Lhasa, per esempio, è estremamente politica, per quanto sia in parte ovattata dall’utilizzo di frasi in inglese per alcune affermazioni che potrebbero essere problematiche in cinese o tibetano: come il suo quadro Senza Titolo (Oggetto trovato) del 2023, una tela in cui le due parole TOO SENSITIVE (“troppo sensibile”, spesso utilizzato in Cina per temi politicamente delicati o off limits) sono ripetute, bianco su grigio chiaro, decine di volte.
Il lavoro di Gade (nato a Lhasa nel 1971, laureatosi in belle arti all’Università del Tibet, e all’Accademia di Belle Arti di Pechino) colpisce invece per la sua forte sensibilità ambientale (uno dei temi che ricorrono con maggior intensità nel lavoro degli artisti tibetani, in prima linea davanti al cambiamento climatico). Il suo dipinto Cordyceps Sinensis (2023), per esempio, alto 140 centimetri, mostra il “fungo del bruco”, un particolare tipo di fungo che viene invaso per l’appunto da un bruco e che viene raccolto sull’altipiano e venduto a peso d’oro, date le sue innumerevoli proprietà salutari (poche delle quali sono state provate scientificamente), ma la cui raccolta selvaggia degli ultimi decenni ha portato a una forte degradazione ambientale e alla quasi scomparsa del cordycep stesso. Nel lavoro di Gade l’appendice bassa di questo fungo bitorzoluto, su uno sfondo dorato, termina con un uncino insanguinato, da cui cadono altre gocce di sangue. In una serie di quattro rotoli appesi (uno dei formati più tipici dell’arte cinese classica, comune anche in parte dell’arte tradizionale tibetana, per quanto con proporzioni un po’ diverse) dal titolo Made in China (2007) vediamo nei due centrali qualcosa che, da lontano, potrebbe sembrare semplicemente una ripresa in chiave contemporanea dei vari simboli buddhisti, con un grande utilizzo di pittura dorata, sistemati su una scacchiera che alterna spazi pieni e spazi vuoti. Osservando da vicino, invece, assieme ai classici simboli religiosi, ne troviamo altri, più legati alla modernità e ai beni di consumo: un microfono per il karaoke, una calza da signora, una sedia pieghevole, una presa elettrica, occhiali da sole, l’immancabile thermos per l’acqua calda, una radio. Di fianco, i due rotoli appesi mostrano invece una serie di lettere dell’alfabeto tibetano incise, sui cui Gade ha apposto tre segnali stradali di stop. Una delle performance più note di Gade è una statua di Buddha, dai contorni classici, fatta di ghiaccio, e che si scioglie lentamente all’interno di un lago. La trasformazione del territorio, e il danno ambientale che questo produce, è ancora più evidente nel lavoro di Penpa (nato a Doilungdeqen, vicino Lhasa, nel 1974) che ha studiato in Tibet e nell’Hefei, e che rappresenta il cambiamento epocale introdotto dalla requisizione di tutta la terra arabile del suo villaggio nativo tramite una serie di lavori multimediali. Intitolati L’ultima primavera agricola, nella sua descrizione rappresentano «la storia della trasformazione di una famiglia, un rito finale portato avanti da generazioni di contadini che devono dire addio alla terra che li ha fatti sopravvivere»: attraverso quest’opera «la terra stessa diventa sia una reliquia che un testimone». Nelle fotografie, vediamo Penpa stesso che crea una specie di focolare all’aperto, contro le vecchie mura di case di terra pressata ormai crollate, appendendo quadri con il profilo di teste di Buddha, e sistemando uno scarno mobilio. Altre fotografie mostrano gruppi familiari su campi che non saranno più dediti all’agricoltura. Su 26 piccoli quadri color terra, invece, Penpa ha disegnato in modo naturalistico attrezzi contadini, ormai resi inutili.
Tashi Norbu (nato a Shigatse nel 1981) mostra diversi personaggi della tradizione – dalle divinità al mitologico volatile chiamato Garuda – che se la devono vedere con la modernità, e la sua alienazione: nella serie Il quotidiano e l’impermanente un Garuda dall’espressione affranta, disegnato con uno sguardo attento alle regole dell’illustrazione, aspetta l’autobus, osserva demotivato lo schermo del computer, cerca qualcosa in un bidone della spazzatura, o innaffia sé stesso in un vaso da fiori.
Questa varietà artistica e un’apertura a temi politicamente rilevanti rivelano che non tutto è immobile sul Tetto del Mondo, anzi. Malgrado le restrizioni politiche, il fermento culturale continua a essere attivo e inarrestabile, in Tibet come nel resto della Cina.