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Il sorprendente e inaspettato ultimo album dei cani

Niccolò Contessa/i cani si dedica allo smantellamento della dittatura dell’emozione della canzone italiana, anche nell’ultimo album, «post mortem», uscito a sorpresa dopo nove anni di silenzio, più schivo e rarefatto degli altri. Poetica del primo gruppo pop dichiaratamente borghese che, come nella Comédie humaine, racconta una prodigiosa storia realistica della società italiana

La prima volta che ascolto il testo di Hipsteria de I Cani, quello che dice: «Andrò a New York a lavorare da American Apparel / Io ti assicuro che lo faccio / O se non altro vado al parco / e leggo David Foster Wallace», ho 24 anni e lavoro in effetti in un negozio di American Apparel, però a Milano. È anche il periodo in cui leggo per la prima volta David Foster Wallace, nello specifico La scopa del sistema, un’edizione Einaudi Stile Libero nella traduzione di Sergio Claudio Perroni. Lui si era ucciso nel 2008, appena tre anni prima, ma del suo lascito si parla ancora molto, nel mondo culturale italiano di venti-trentenni in cui mi sto affacciando all’epoca. Francesco Pacifico scrive su di lui un longform sulla neonata Rivista Studio, e poi ricordo articoli di Martina Testa (sua traduttrice) sul blog minima&moralia, approfondimenti sulla versione italiana di Vice diretta da Timothy Small, o sul nuovo magazine IL del Sole 24 Ore.

Il videoclip della canzone, uscito nel giugno 2011, è composto da una serie di fotografie che si susseguono scattate nei toni finto-vintage di un’applicazione fotografica per iPhone che si chiama Hipstamatic. Andava molto di moda, all’epoca. Nel video-fotoromanzo vediamo una ragazza uscire da un liceo del centro a Roma, guidare uno Scarabeo verso casa, e poi la troviamo sul divano mentre guarda il film del 1962 La jetée sullo schermo di un MacBook grigio. Va al parco, poi a bere una birra in piazzetta a Monti, infine a ballare (forse al Circolo degli Artisti?). È una liturgia di gesti, riferimenti culturali e luoghi che riconosco benissimo, e con me tutta una generazione e mezza di quei venti-trentenni di cui sopra, compresa una manciata di quasi-quarantenni. I Cani, chiunque si nasconda dietro la maschera dell’anonimato, hanno fatto un disco d’esordio che è un ritratto di un pezzo di Italia così onesto come non se ne erano, mi sembra, ci sembra, mai visti.

A un certo punto la voce che circolava è diventata ufficiale, e tutti hanno saputo che I Cani si chiamavano soltanto Niccolò Contessa, classe 1986 di Roma. Due anni dopo è arrivato il secondo disco che si chiamava Glamour, e due anni dopo ancora usciva Aurora, il terzo. Abbiamo aspettato nove anni, poi, una pandemia e una recessione, un panorama culturale e politico completamente rivoluzionato, forse anche quasi annientato rispetto a prima, per avere un quarto album de i cani, questa volta tutto minuscolo, frutto di un mini-rebranding tipo Celine senza accento o Saint Laurent senza più Yves. È uscito senza che lo vedessimo arrivare, un giorno soleggiato di aprile dell’anno 2025, e l’Instagram di quella generazione e mezza, a cui si sono aggiunti probabilmente un po’ di nuovi ventenni, è esploso di condivisioni per 24 ore, questa volta senza filtri Hipstamatic, che non si portano più.

Quindici anni sono tanti, nel percorso di vita di una persona come nel percorso di carriera di un artista. In entrambi i casi se va bene ci si evolve, se va male ci si rivoluziona, se va malissimo si rimane uguali. Fortunatamente, i cani hanno scelto la prima opzione, e anche post mortem, questo quarto disco, è un tentativo di raccontare il contemporaneo andando oltre la sfera delle grandi emozioni comuni all’umanità su cui si basa la canzone italiana nella sua quasi totalità (amore, pene d’amore, e nient’altro) ma coinvolgendo, invece, elementi più prosaici o concreti del mondo, cose con i loro nomi e cognomi, cose di burocrazia, cose che escono dai telegiornali.

Niccolò Contessa ha sempre avuto un approccio rinascimentale alla musica, che potrebbe sembrare una parola esagerata ma rende bene l’idea di multidisciplinarietà: è che è uno dei pochi cantanti o cantautori o musicisti italiani per cui la musica non esiste da sola ma è inseparabile da un orizzonte di realtà e contemporaneo più ampi in cui coesistono, e sempre sullo stesso piano, anche la letteratura, il cinema, l’editoria, l’underground e la sottocultura. Non è una cosa che si vede di frequente: oserei dire che non si vede quasi mai, anzi, questa capacità di mettere in dialogo diverse specializzazioni senza farne un banale citazionismo. È per questo che forse nessuno, come Contessa, è stato in grado di ritrarre il contemporaneo in un modo così completo. Questo si vedeva già dalla prima canzone caricata su Soundcloud l’8 giugno del 2010, I pariolini di 18 anni, un ritrattino neorealista dei ricchi adolescenti un po’ cocainomani e un po’ romantici che potremmo tradurre benissimo in un reportage narrativo, in un film di Alice Rohrwacher, in un romanzo tipo Le perfezioni di Vincenzo Latronico che, mentre leggete queste parole, si trova in finale all’International Booker Prize. Sono un po’ ossessionato con il fatto che la cultura abbia uno scopo, ed è quello di raccontare il mondo a cui appartiene: «Raccontare il mutamento», scriveva lo scrittore Daniele Del Giudice in un saggio.

Tutta la discografia, finora, de i cani si è dedicata a questo. Lo smantellamento della dittatura dell’emozione della canzone italiana, innanzitutto. Nel primo disco, chiamato Il sorprendente album d’esordio de I Cani, il microscopio su sé stesso e la sua generazione – la sua “bolla”, diremmo oggi – era forse fin troppo preciso, e oggi certi versi suonano, come si dice, un poco “invecchiati”, ma l’operazione era già riuscita pur nella sua radicalità. Glamour è un’evoluzione che mantiene una profonda coerenza: «Il tema che ricorre nei due dischi è quello del tirare a campare», aveva detto Niccolò in un’intervista a Rolling Stone nel 2013. Anche in una canzone come Storia di un artista, dedicata alla vita di Piero Manzoni, compare lo sguardo critico al contemporaneo, ai suoi vizi e alle sue velleità, quando dice: «Eri un genio, un artista / eri ricco e viziato. / Eri un vero profeta / eri un alcolizzato. / Ti festeggiamo ogni anno / con mostre borghesi / con le foto profilo / con le tesi di laurea».

In letteratura, tra scrittori e scrittrici, ci chiediamo da anni qual è il modo giusto di mettere gli smartphone nei romanzi senza sembrare goffi, e i cani li mettono nelle canzoni con una naturalezza da invidiare. Nella canzone Come Vera Nabokov, per esempio: «Ma su Whatsapp c’era un sacco di spazio / Per le nostre tre o quattro cose del cazzo». A fianco, però, è ancora capace di parlare del rapporto tossico tra l’autore di Lolita e sua moglie Vera, triangolando musica e letteratura e quello che i giornali americani chiamano lifestyle, e che in Italia potremmo chiamare “cultura pop”.

Il percorso de i cani è molto legato, alla fine, a quello di una parte del mondo editoriale italiano. Mentre esordiva con il primo disco, Contessa firmava una rubrica su un giornale di nicchia e di avanguardia e oggi anche di culto, chiamato Piscine – Notizie per l’élite, diretto da Cristiano de Majo e Francesco Pacifico. Pacifico poi finirà per collaborare costantemente per IL, de Majo è attualmente il direttore di Rivista Studio. Entrambi gravitavano da anni nell’orbita di minimum fax: Pacifico ci esordì, con il romanzo Il caso Vittorio, e poi partecipando alla raccolta-cult La qualità dell’aria, mentre de Majo scrisse con Fabio Viola il lungo reportage Italia 2 e partecipò alla raccolta Voi siete qui. E nel 2011 i cani stessi partecipano a un evento di minimum fax: facendo un dj-set insieme ai Gazebo Penguins, band emiliana, durante una serata per lanciare la collana di tascabili “mini”. L’unico videoclip di Glamour, Corso Trieste, esce a maggio del 2014 ed è diretto da Timothy Small, collaboratore di entrambe queste testate, ex direttore di Vice, e fondatore di un numero di altre riviste online di vita breve ma fortunata, come Prismo.

Con il disco Aurora, uscito nel gennaio 2016, Contessa si intristisce ancora un po’ di più, ma fa i centri più precisi, penso, nel suo racconto del contemporaneo. Questo nostro grande amore è una canzone sulla monetizzazione delle relazioni in ottica di social media che dovrebbe essere scelta come copertina per il biopic (che arriverà) sui Ferragnez, mentre Baby soldato racconta perfettamente la scalata al successo di una ragazza in un mondo patinato come quello delle “arti creative” a Milano arrivando dalla provincia. I riferimenti precisi all’attualità (nomi di cose, di marchi, di persone) si annacquano un poco, perché si fa più forte la capacità romanzesca di creare atmosfere con pochi tocchi: è evidente il percorso di maturazione stilistica, nella scrittura, in cui tutto si fa più rarefatto e allo stesso tempo più pungente.

Arriviamo all’ultimo, inaspettato, disco. Contessa mostra ancora di saper raccontare il mondo in cui vive e cammina e fa la spesa meglio di qualsiasi altro cantautore, ma è maturato, si è fatto più schivo, l’avevamo capito dopo questi 9 anni di assenza dal palco, e anche i testi si sono rarefatti. Anche dal punto di vista musicale quest’ultimo progetto de i cani è discreto, giocato sul togliere, e lascia molto spazio al silenzio. Si fa più intimo, il racconto, in pezzi come colpevole: «L’elemosina ai barboni / Ma rimani sempre colpevole / Quando mangio a cena fuori / Io mi sento sempre colpevole». Anche nei pezzi più letterari, come davos, chiaramente ispirata a La montagna incantata di Thomas Mann, c’è posto per dei versi come: «Qualcuno gira / di porta in porta / e vende Lotta Comunista. / Qualcuno prega / verso La Mecca / Qualcuno in after la domenica. / Qualcuno parte / per le Maldive / e qualcuno per il Donbas».

Engels, prima di scrivere con Marx quel testo che cambierà la storia dell’umanità, scriveva che Honoré de Balzac «ci offre nella Comédie humaine una prodigiosa storia realistica della società francese, descrivendo in una guisa di cronaca, quasi anno per anno, dal 1816 al 1848, la progressiva irruzione della nascente borghesia nella società nobiliare che, dopo il 1815, si era ricostituita […]. E intorno a questo quadro centrale, raggruppa una storia completa della società francese, dalla quale, persino nei dettagli economici […], ho imparato di più che da tutti gli storici dichiarati, gli economisti e gli studiosi di statistica di quel periodo messi insieme». Io ci penso, a Balzac, quando ascolta le canzoni de i cani: anche Contessa sa mettere in musica «una prodigiosa storia realistica della società italiana», ed è un peccato che le canzoni non vengano tradotte all’estero come i libri – e d’altra parte non sarebbe possibile – ma non solo all’Italia si limita la sua narrazione. A differenza di Balzac, più che «la progressiva irruzione della nascente borghesia nella società nobiliare» lui racconta il movimento inverso, il non così lento perdere terreno di quella classe che una volta chiamavamo borghesia e che è inevitabilmente destinata, in questo Paese che corre verso un’ulteriore recessione economica e culturale, a eclissarsi, ma con una colonna sonora tutta sua. In pochi se lo ricordano, ma la prima nota biografica de i cani sulla loro vecchia pagina Facebook, a inizio anni Dieci, diceva: «Il primo gruppo pop dichiaratamente borghese».

Davide Coppo (Milano, 1986), giornalista e scrittore. Nel 2024 ha pubblicato per Edizioni e/o il romanzo «La parte sbagliata», in corso di traduzione in diversi paesi.