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Il vuoto della provincia che allena l’arte della fuga

Ci deve essere un ultimo posto per le cose malandate, anche nella provincia sempre uguale. Per Michael Bible quel posto è Goodbye Hotel, e da qui mette a fuoco due corpi sospesi tra il nulla da fare di prima che l’adolescenza sbiadisca, e il conformismo che arriva a imbiancare i capelli. Ritorno nei luoghi comuni dove la polvere e la verità sono messe a tacere dietro le tende

Qualcuno, un giorno, mi ha scritto: «Che tutto si frantumi, io non ho più paura dell’iconoclastia». Mi sono spesso chiesta dove si vada quando tutto intorno crolla e non si hanno più icone cui aggrapparsi. Quando l’immagine di un’adolescenza in provincia sbiadisce. Se c’è un posto dove mettere le piccole cose a cui nessuno presta più orecchio e attenzione. Un tuffo da adolescenti con i costumi da bagno con i laccetti superando la rete di recinzione o il primo salto nel vuoto. Il momento in cui qualcuno ha deciso di andarsene dal posto che lo ha generato e nutrito e di non voltarsi mai più. Un gesto che è stato dimenticato da tutti e che, magari, è stato determinante per essere quello che sei ora. Ovvero una giovane adulta in una città gentrificata. Di recente parlavo del trauma associato alle case di origine, era la storia di una mia amica, non la mia. Eppure da qualche parte ci dev’essere un posto, ultimo, per le cose malandate e andate a male nei piccoli centri in mezzo al nulla, dimenticati da tutti gli dèi, pensavo.

Se esiste quel luogo immaginario, a New York, per chi si è allontanato dal mondo o del mondo non ne vuole più sapere, trova spazio nell’ultimo libro di Michael Bible, nato in North Carolina, visionario narratore della vita dei singoli e delle collettività nella remota provincia o pancia d’America. «Questo posto lo chiamano Goodbye Hotel perché per tanta gente è l’ultimo domicilio e probabilmente sarà così anche per me», scrive Bible in una delle prime pagine di Goodbye Hotel (Adelphi). È lì che uno dei protagonisti di questa storia, François, si rifugia al riparo dagli sguardi di tutti, si siede davanti al fuoco, stappa una bottiglia di vino e inizia a riavvolgere il nastro. Tutto inizia da un’immagine, un’icona appunto. L’ immagine poco prima che tutto esploda, non come accaduto nel folgorante esordio di Bible L’ultima cosa bella sulla faccia della terra con le fiamme che divampano in una chiesa. Questa volta non è così. Ma non per questo il rumore è meno detonante. Puoi tornare nel tuo passato, ma nessuno sarà più lì è una delle frasi che preferisco tra le estetiche che scorrono nei miei feed Instagram. Nessuno c’è più all’inizio di questa storia, nessuno è a Harmony. C’è il passato, un «pezzetto di verità», una città in cui «non c’è differenza fra chi è amato e chi non lo è» e «tutti si sentono soli con addosso la maledizione di un vuoto americano che gli cresce dentro». Il tempo a cui François si aggrappa è uno squarcio che ha segnato la sua pelle e il suo futuro venticinque anni prima, il posto dove torna con la memoria è un’anonima e desolante cittadina inghiottita nel nulla. Può essere ovunque, anche dietro le tende delle province che abitiamo o abbiamo abitato. Il meccanismo di nascondimento della verità è lo stesso.

Ancora come per l’esordio L’ultima cosa bella sulla faccia della terra, Bible torna nei luoghi comuni dove la polvere viene messa a tacere sotto al tappeto, tra cori trasognati, epici e chiacchiericcio. Dentro, ci finiscono impigliati i timbri vocali, umani o non umani, presenti o passati, veri o presunti. Uomini e donne in carne e ossa che pensano di saper stare al mondo ma non vedono il confine, il perimetro della gabbia che la provincia impone e le voci rarefatte, di animali totem come tartarughe, Lazarus e Little Lazarus. Tutti in cerca di una via di fuga, di libertà – è una parola chiave – e di redenzione. In provincia se hai un’identità ti rimane appiccicata a vita, a volte come in una forma di metonimia, diventa un nickname di scherno.

È questa una delle magie della scrittura di Bible, la mancata gerarchia tra le voci. Le memorie degli uomini di Harmony contano come quelle di animali centenari dotati di poteri chiaroveggenti che gravitano attorno alle cose del mondo. Ogni voce ha una dignità, meno è illustre, più nella narrazione trova spazio. Non solo perché ogni puntata, quasi fosse una serie, è un faro acceso da un’altra angolazione della stessa storia tra labirinti, cronache come timeline perdute. A costruire fondali di cartapesta di un incubo che potrebbe essere uscito da Twin Peaks sono le voci di Harmony, gli occhi morbosi che fissano il corpo mancante di una ragazza scomparsa – e poi ricomparsa? – le voci che riempiono le cucine delle famiglie di benpensanti di accuse, illazioni e dicerie. Solito paradosso del male gaze, speculare su un corpo. Ancor più quando non è presente.

Bible sospende il ritmo, lo dilata. Si ferma non appena qualcosa sta per succedere. Dello stesso fatto, come spesso accade nelle cronache locali, ne dà una versione, ora allineata, ora discordante per un paio di dettagli, ora addirittura antitetica. E tutto quello a cui hai creduto non è più vero, da un attimo all’altro. A partire dagli inizi: due ragazzi innamorati e un uomo con un completo di seersucker, in una notte di fine estate, si incontrano sotto lo sguardo saggio di una tartaruga. Sembra tutto surreale ma a Bible interessa tanto la storia quanto la patina di inganno. Tutto può durare una stagione.

Prima che l’adolescenza sbiadisca, Bible mette a fuoco due corpi sospesi tra il nulla da fare di prima e il conformismo che sarebbe arrivato dopo a imbiancare i capelli. Ad Harmony non si fa niente e si attende solo la ricompensa per la pazienza perduta o si invecchia ricordando quell’unico barlume di vita. Ma c’è una terza via, totalmente inattesa, rompere il cerchio, «fare il salto della collina». Sparire per sempre dalla noia che fa raggrinzire la pelle, rimanere eterni e giovani. Senza tempo, solo sperando che qualcuno, a posteriori, rimetta insieme ciò che è accaduto. Fermarsi a mezz’aria, sospesi, in costume da bagno, prima di cadere giù, forse per sempre. Lì, in quell’attimo prima di precipitare, belli come delle icone da film ed ebbri, si può tutto. Così fanno François, lui «abbronzato per aver giocato a tennis nel weekend», lei, Eleanor, in «scarpe da ginnastica sporche» e «i capelli delle pesche mature». Arriverà il momento dell’iconoclastia ma, al contrario di quanto si possa pensare, i due ragazzi di Harmony non lo temono ma lo cercano. E ne pagheranno le conseguenze, come chi osa rompere l’incantesimo della cronicità e della monotonia.

Come nei giochi di prestigio o sotto il fiato pesante teen spirit dei ragazzi sul collo dei corpi femminili sotto teca da Giardino delle vergini suicide, è il potere della dissolvenza al centro della narrazione tra diari, giornalisti sbilenchi di cronaca locale e testuggini centenarie che nascondono gusci di inganni. Anche i personaggi assurdi che gravitano attorno alla storia principale e la espandono nel tempo e nello spazio sono colti nell’attimo prima di perdere credibilità, all’apice della fama e delle dicerie. Sono macchine del tempo perfino le tartarughe. «Me lo ricordo prima che si spezzasse. Quando la vita gli offriva ancora trionfi», scrive Bible a proposito di qualcuno che potrebbe valere per tutti i personaggi di questa storia. Anche per noi che ci siamo stati, in posti inghiottiti dalla noia e dal brivido di evadere come da Harmony.

Il tempo fa sedimentare ogni versione dei fatti. Eleanor, che confidava segreti, è scomparsa? È stata uccisa, punita secondo un’ottica patriarcale di ripristino della morale al pari delle ragazze che nei film horror blockbuster muoiono per prime per garantire la gerarchia dei poteri? È invece via da ogni sguardo furtivo, padrona della propria vita e libera dalle voci altrui?

Le versioni non coincidono. E lì, nella menzogna, dove le paure e le ipotesi umane si annidano, la verità potrebbe essere ovunque, ma non la vediamo, con gli occhi rivolti al centro della prima storia che precede l’apocalisse. La realtà è fatta di schegge, di verità omesse. O parti di verità in cui ciascuno riconosce solo il lato di mondo che gli è dato sapere, confinato come, a volte, gli umani sanno essere, in provincia e nelle metropoli. Più volte i personaggi raccontano la loro frazione di ciò che è accaduto, il desiderio di mistificare il reale, di giocare con la versione data in pasto al lettore. Così era anche per quel capolavoro corale di strage e bellezza che è L’ultima cosa bella sulla faccia della terra (Adelphi).

C’è nel modo di tratteggiare i tic, l’attimo di gloria e la perdizione delle icone umane e non umane, qualcosa che fa diventare persino il vicino di casa o una tartaruga personaggi dalle mille possibili vite nascoste sotto le tendine spostate per vedere cosa fa la famiglia della casa di fronte. È lo stesso Bible a parlare in un’intervista della sua passione per dettagli fuori dall’ordinario, raccontando come un uomo che camminava a piedi e attraversava la sua cittadina americana d’origine, forse alla ricerca di qualcuno di perduto, era stato il motore della sua immaginazione, da bambino. La provincia può anche allenare l’arte della fuga o la fantasia.

Di recente sono tornata nella provincia cronica in cui ho vissuto fino ai diciotto anni. Mi sentivo sola in quei nuovi occhi con cui guardavo la mia storia e mi sembrava che tutto intorno a me fosse immobile poco prima che il sole lo rendesse liquido. Guardando i titoli della cronaca locale ho avuto la percezione di tutta la fantasia e la disperazione che avevo evitato sostituendoli con altre fantasie e disperazioni. Sono rimasta subito colpita dal lutto per la morte di un ragazzo, bellissimo nel costume dei suoi vent’anni o poco più. Si era gettato in un fiume da uno scoglio, era lo scoglio preferito da tutti noi per fare i tuffi migliaia di volte, in quel posto dove portavamo anche le birre ghiacciate, ma lui non era più riemerso. Io avevo fatto quel salto, lo stesso tuffo, per tutti i sedici, diciassette anni e ogni volta urlavo mentre gli amici giù rimanevano a guardare e fotografare l’impatto sonoro con l’acqua gelida del fiume.

Ognuno ha la sua linea temporale sbagliata, l’attimo di fortuna o di salvezza. Ho cercato in una vecchia cartella di foto l’immagine di quel tuffo. Come osservare la macchina di François ed Eleanor cadere giù. Non l’ho trovata, per fortuna. Ma ricordo quel giorno, il mio costume e i piedi tremanti per l’acqua di fiume. Che i miei ricordi digitali e le icone dei miei diciott’anni si frantumino pure. Io non ho davvero più paura dell’iconoclastia.

Sofia Mattioli, giornalista e autrice. Ha intervistato, tra gli altri nomi, Judith Butler, Rosi Braidotti, Olivia Laing, Emmanuel Carrère, Carmen Maria Machado. Ha recentemente frequentato un seminario di teorie femministe all’Institute for Postnatural Studies di Madrid e sta lavorando a un libro che uscirà in autunno