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In Georgia la protesta «ti prende la vita»

I georgiani manifestano tutti i giorni da quasi un anno, instancabili: vogliono che i prigionieri politici siano liberati, che ci siano nuove elezioni, che la promessa di Europa non sia cancellata. Ma la democrazia non si fa in un attimo, ci vogliono anni, e allora che fai, metti ogni cosa in pausa? Ognuno trova la sua risposta, che sia in un mercato di Tbilisi o dove invecchiano i vini

Al mercato dei contadini di Tbilisi c’è una giovane coppia, S. e I., che da qualche anno si è trasferita in campagna, ha aperto una piccola azienda agricola che ospita wwoofer e volontari da tutto il mondo, e ogni domenica guida per tre ore dalla regione dell’Imereti per vendere i suoi prodotti biologici agli hipster della capitale. Mentre lei mi offre una mela e racconta che sono contenti che la loro bambina non cresca nello smog e nel caos, lui si avvicina e mi stringe la mano, ma al posto di presentarsi col suo nome, dice: «Fuck the government». In Georgia chi protesta contro il governo, nonostante rischi violenze, arresti arbitrari e torture in carcere, non si nasconde. L’opposizione è una questione seria, vitale. Ogni muro è tappezzato di graffiti, cartelli, poster che denunciano lo smantellamento della già fragile democrazia da parte del governo del partito filorusso Sogno georgiano, e tutti i crimini di Vladimir Putin. Ma anche che dichiarano solidarietà all’Ucraina invasa e che gridano che la Georgia deve fare parte dell’Unione europea. Il governo ha interrotto il percorso della Georgia per entrare nell’Unione, con la legge sugli agenti stranieri ha soffocato ogni associazione finanziata dall’estero e porta avanti una repressione brutale contro la libertà di stampa e i manifestanti. La società civile, soprattutto quella urbana e giovane, modella la propria vita intorno alla protesta.

Il mercato dei contadini della domenica rifornisce Ezo, un ristorante che nei primi mesi del 2025 ha interrotto la sua attività commerciale e ha aperto il suo spazio, metaforicamente e concretamente, alla resistenza. Ha preparato pasti caldi, biologici e vegetariani per i manifestanti che, instancabili, marciavano pacificamente, con la pioggia e con la neve, su Shota Rustaveli, l’arteria principale della città intitolata al più grande poeta georgiano, su cui affaccia il Parlamento. Hanno deciso che dopo le elezioni non potevano continuare come se niente fosse: la responsabilità sociale è più importante degli affari.

Tbilisi vibra di vita nei bar, enoteche, gallerie e vintage shop. I locali sono giovani, sono gestiti da Gen-Z con il mullet e la passione per gli specialty coffee e i club sandwich al tofu. Nei bar di Sololaki e Chugureti (il quartiere al di là del fiume, conosciuto soprattutto per Fabrika, un hub creativo e centro della nightlife, oltre che sede di un festival di vino naturale), si percepisce che è tutto giovane, che scorre un’energia trasformativa e che la coscienza politica è una questione esistenziale. I giovani organizzano eventi di beneficenza ovunque, anche nei coffee shop: bevi un caffè filtrato con una miscela prodotta in Ucraina e il ricavato finanzia associazioni civili nel paese in guerra, per esempio. La solidarietà con l’Ucraina è risoluta come da nessun’altra parte in Europa. All’ingresso di una galleria in un cortile di Sololaki, un foglio in A4 avverte: «Se entri in questo posto concordi sul fatto che la Russia è un paese occupante, responsabile di crimini di guerra contro innocenti e bambini in Ucraina e Georgia». La bandiera dell’Ucraina sventola anche nella hall di Stamba: ex casa editrice sovietica, in un edificio del Diciannovesimo secolo riconvertito in spazio polifunzionale, che ospita un design hotel, la prima coltivazione idroponica della città e uno spazio di coworking per la comunità di creativi, startupper, investitori e professionisti locali e internazionali. La causa Ucraina è sentita anche perché in Georgia la situazione potrebbe precipitare rapidamente come a Kyiv.

L’enoteca più famosa in città, Gmvino underground, una delle istituzioni del paese per la cultura del vino naturale, che trova a Tbilisi una comunità fervente e in grande crescita, recita sulla lavagnetta con cavalletto fuori dall’ingresso: «Il 7 agosto del 2008 l’esercito russo ha invaso la Georgia e il 20 per cento del territorio georgiano (l’Abkhazia e l’Ossezia del sud) sono ancora occupate dalla Russia. Gloria alla Georgia. Gloria all’Ucraina». L’altro lato della lavagna spiega che il bar sarebbe restato chiuso dalle 20 alle 21 e 30 per partecipare alle proteste. Ogni giorno dal 28 ottobre 2024 i georgiani protestano contro il governo di fronte al Parlamento in Shota Rustaveli. Ci passo una sera e, anche se è agosto inoltrato, c’è molta gente. Alcune persone sono accampate con le tende e le bandiere dell’Unione europea e della Georgia sotto il loggiato in marmo del mastodontico edificio sovietico. Un uomo dice che è lì da trecento giorni. Una donna è sdraiata su una brandina e riceve continuamente visite da ragazzi e ragazze che passano a salutarla. Striscioni criticano il governo, il legame con Putin, le leggi contro gli agenti stranieri. La strada sotto al Parlamento brulica di persone, in modo diverso dai nostri cortei. L’atmosfera è tranquilla. La protesta è parte integrante della vita, è uno spazio fisico (oltre che politico) dove ritrovarsi e trascorrere una sera d’estate. È inscindibile dalla vita. I georgiani di ogni età si incontrano nel tempo della protesta, come al bar, come in piazza. Qualcuno chiacchiera e fuma sulla scalinata del Parlamento, alcuni bambini giocano a pallone oppure sfrecciano sui monopattini facendo lo slalom tra la gente seduta a terra, sul cemento che ha ormai sfiatato il caldo assorbito durante il giorno. Un gruppo di persone di mezza età intona una canzone popolare, il piccolo pubblico che assiste applaude e si commuove.

Un contesto così sereno, tranquillo, contrasta in modo ancora più violento con la repressione da parte dello stato. La polizia arresta pericolosissimi dissidenti adolescenti con i capelli tinti e i segni dell’acne, che chiedono pacificamente di vivere una vita in una democrazia sana e liberata dall’ingerenza di un dittatore prepotente. Per questo, anche in un contesto così pacifico, molti hanno il volto coperto da un foulard o da una mascherina chirurgica, vendute da una signora al lato della strada assieme alla frutta secca. Durante l’ultima repressione delle proteste pacifiche i manifestanti pro Europa sono stati attaccati dai sostenitori di Sogno georgiano.

Ma i manifestanti sono instancabili, perché la democrazia non si fa in poco tempo, ci vogliono anni, ci vuole pazienza, ti prende la vita. Mi dice così Guram M., un produttore di vino proprietario dell’etichetta Nadelebi, in una serata a Telavi, il capoluogo della regione vinicola del Kakheti – una sera d’agosto fresca e piacevole, un po’ ammorbiditi dal suo vino dolce e dal banchetto di formaggi, focacce e lobiani (un pane ripieno di crema di fagioli) che ci ha preparato. Guram ha trent’anni ma ha già vissuto diverse vite. Originario di Telavi, si è trasferito a Tbilisi per studiare e ha poi intrapreso la carriera diplomatica. Protestava ogni giorno, partecipando attivamente alla politica. Fino a quando non si è reso conto che l’attivismo paralizzava la sua vita. Che tutta la vita a Tbilisi è in qualche modo ferma perché non c’è altro spazio che per la protesta, perché non si può andare avanti prima di ottenere una società libera e giusta, in pace. Guram ha trovato la sua libertà recuperando le vigne di suo nonno e si è messo a fare il vino, con il metodo qvevri, la tecnica antichissima del Kakheti per cui il vino fermenta in grandi anfore di terracotta interrate. Fa tutto da solo, dalla coltivazione alla vinificazione e alla distribuzione commerciale, ogni tanto lo aiuta suo padre. Produce diecimila bottiglie l’anno e ridendo racconta che, di queste, cinquemila sono per lui e i suoi amici (il giorno prima a un supra, un banchetto con gli amici, si sono scolati 23 bottiglie in 4. «Capisci perché non riesco a far invecchiare i vini? Li beviamo tutti!»). È membro dell’Associazione di vino naturale georgiana, che riunisce qualche decina di agricoltori biologici e biodinamici che vinificano in modo naturale. Dopo infiniti brindisi alla vita e alle nuove conoscenze – i georgiani brindano sempre con trasporto – ci traccia una panoramica del settore enologico in Georgia. Una premessa: l’origine di tutti i mali è la Russia. In Georgia il vino si fa da almeno ottomila anni, ma mentre nel Novecento in occidente si affinava la tecnica con sofisticati metodi di agricoltura e vinificazione, l’Unione sovietica espropriava la terra ai contadini e imponeva un approccio estrattivo per produrre immense quantità di vino di bassa qualità da vendere sfuso a prezzi competitivi a Mosca. Quando la Georgia è diventata indipendente nel 1991, anche il settore del vino era arretrato di quarant’anni rispetto agli altri paesi in Europa e nel mondo. Ha recuperato molto in fretta sviluppando anche la nicchia del vino naturale, dove la generazione più giovane da qualche anno sperimenta, esplora, cerca di accompagnare l’uva perché si esprima in vini funky. Per farlo devi conoscere bene la terra, e Guram la conosce. Ne parla con amore. «Alla fine del ciclo lunare pioverà», indica la luna che fa capolino tra gli alberi del giardino della sua casa di famiglia. «È un bene per le piante, quest’estate hanno sofferto». Effettivamente poi piove: chi conosce la terra conosce le leggi che regolano il ritmo della vita. Il suo vino è buonissimo, tutte bottiglie prodotte con varietà di uva autoctone, come il Saperavi o il Mtsvane, «c’è già abbastanza chardonnay nel mondo», dice. Chiedo se posso spedire qualche cassa in Italia. Lui scoppia a ridere: se volete pagare 40 euro a bottiglia di tasse di esportazione, fate pure. È l’ennesima conseguenza del blocco del processo di integrazione della Georgia verso l’Unione europea. Lo stato aiuta i piccoli produttori in modo insufficiente, che devono sopravvivere in un mercato poco sviluppato in Georgia, ma la cui crescita ed esistenza dipendono dal farsi conoscere nel mercato europeo. Il consumo di vino naturale è limitato ai giovani e agli artisti delle città principali, di fatto Tbilisi, Batumi e in piccola parte Kutaisi. Quando partecipa a una fiera nell’area Schengen, Guram se riesce imbarca qualche pallet di vino in navi diplomatiche. Diventa così comprensibile la sensazione che ha condiviso Guram, che la vita a Tbilisi sia in qualche modo in pausa. È una delle conseguenze della legge sugli agenti stranieri, che ha bloccato tutte le realtà che ricevono sostegno internazionale.

A Zugdidi, capoluogo della lussureggiante regione del Samegrelo, Rusudan e Gia, una coppia di attivisti, gestiscono una pensione. Hanno l’età dei miei genitori, due figli (la figlia ha studiato in Cattolica a Milano e la sua corona di laurea in alloro è appesa alla parete del salotto) e hanno fondato la più longeva ong della città, nel 1995, subito dopo la guerra con la provincia separatista di Abkhazia, riconosciuta dalla Russia. Oltre a più di cinquemila civili uccisi, la guerra provocò quasi 250 mila profughi georgiani, portati via dalle loro case, costretti ad attraversare a piedi i passi innevati del Caucaso per fuggire alla morte, trovandola spesso nella faticosa traversata, come scrive il poeta Guram Odisharia in The Pass of the Persecuted. Con l’associazione Atinati, Rusudan e Gia volevano dare sostegno agli sfollati in quegli anni durissimi. Hanno promosso e divulgato i valori democratici con progetti per ricostruire la fiducia tra le comunità georgiane e abkhaze. Avevano anche una radio, la passione di Gia, l’unica a trasmettere in dialetto abkhazo e in comunicazione con l’Abkhazia, il cui confine, a dodici chilometri da Zugdidi, è ancora controllato dall’esercito russo. Con la legge sugli agenti stranieri Atinati ha perso la maggior parte dei fondi che la sostenevano, ha dovuto chiudere e interrompere la trasmissione della radio, licenziare più della metà del suo organico e ridurre drasticamente tutti i progetti che portava avanti.

L’ingerenza della Russia continua a rosicchiare la tenuta democratica di un paese, che, circondato da grandi imperi, ha passato tutta la sua storia a difendersi dagli attacchi dei prepotenti. E nei secoli ha costruito la sua ricchezza culturale accogliendo e abbracciando culture e religioni diverse, arrivate da ovest ma soprattutto da est. Nel centro storico di Tbilisi, sotto la protezione di Kartlis Deda, la madre della Georgia, la grande statua con una coppa di vino per gli amici in una mano e una spada per i nemici nell’altra, svettano separate e collegate al tempo stesso da un dedalo di viuzze le chiese ortodosse, la sinagoga, la chiesa armena e la moschea, una delle poche al mondo dove i fedeli di confessione sciita sono stati accolti a pregare dai sunniti. Sono a tre passi le une dalle altre. È proprio questo il tema della quinta edizione della Triennale di Tbilisi, che inaugura a ottobre: la convivenza pacifica, grande talento di quell’ecosistema incasinato e bellissimo che è Tbilisi, dove trovano casa, oltre agli esseri umani, anche 30 mila cani e gatti randagi di cui la città si prende cura.

Livia Chiriatti (Roma, 1995) è assistente editoriale del Foglio Review.