Trump anticipa tutti facendosi il meme con l’intelligenza artificiale in cui è lui l’eletto al Soglio pontificio. Un Papa americano sarebbe questa cosa sgargiante, molesta, ce lo aspettiamo così. Fumata bianca, poi c’è l’apparizione sulla loggia di San Pietro, e si scopre che il Papa è davvero un americano. Internet comincia a esprimere immagini AI di catene di junk food che aprono bottega a piazza San Pietro al posto del colonnato. Qualcuno dirà poi che con quel meme Trump aveva tradito una complessa opera di lobbying andata avanti fin dal peggioramento delle condizioni di Francesco l’inverno passato: l’America avrebbe cercato un Papa americano per allontanare la Chiesa dalla Cina. Sia come sia, ci ritroviamo davanti, da una parte, un vero Papa americano che è tutto da capire, e dall’altra il finto Papa americano, quello allucinato da Trump: il frat boy del college che diventa capo della Chiesa. Gli americani hanno tentato di riconciliare le due cose, disegnando meme col nome del Papa che diventa uno stendardo celebrativo, come quelli dei titoli vinti, nell’arena di basket della sua alma mater, Villanova University. Il Papa di cui già conosciamo una tresca giovanile perché in un video virale, davanti al Pope reveal, il figlio di una vecchia fiamma del Papa grida: «Oddio, mia mamma ha trescato col Papa!». Cosa c’è di più americano di un video del genere? Si è partiti davvero dall’immaginario dei college e quello del cibo spazzatura. Bisogna farsi una ragione del primo Papa americano: statunitense, statunitense creolo (due nonni mulatti da New Orleans) e peruviano, ma “americano” anche in quel senso che cerchiamo di non usare più.
Non sono solo travisamenti. Il Papa in quanto meme è una questione ineludibile: de propaganda fide. Vent’anni fa, Ratzinger era già nell’era del meme prima ancora che ce ne rendessimo conto. La Chiesa è avanguardia di tutto ciò che è massa e gesto e contagio. Il teologo sofisticato («Non ci sono segreti tra amici: Cristo ci dice tutto quanto ascolta dal Padre», predicò a San Pietro il giorno prima della sua elezione) che portava le scarpe rosse finto Prada meglio di Prada, di un artigiano italiano che le cuciva anche a Obama e Montezemolo. Il sorriso goffo, il camauro rosso e bianco in testa, l’accento – i suoi lati cute lo facevano sentire familiare a dispetto di idee forti che all’epoca sembravano contrarie al corso della Storia e oggi sanno di destra alternativa: «[Se] l’unione omosessuale viene vista sempre più come dello stesso rango del matrimonio, siamo allora davanti a una dissoluzione dell’immagine dell’uomo, le cui conseguenze possono solo essere estremamente gravi» (da Senza radici, 2004, scritto con Marcello Pera).
Ratzinger era l’opposto dell’immaginario americano. Non aveva l’aria sentimentale, i gesti confident, il sorriso del divo. La sua faccia implodeva a ogni espressione intorno agli occhietti luminosi da teologo. Questa presenza diversa, dopo Giovanni Paolo II, Papa intrinsecamente americano, fu una rottura nell’immaginario. Giovanni Paolo II era stato il Papa giovane, il primo Papa televisivo. Globetrotter come si diceva all’epoca, ce lo ricordiamo che sale e scende dagli aerei sorridendo, un romanziere dell’est trasferito a Hollywood. Bello, insolito, eroico perché polacco quindi in fuga dal comunismo. In cerca di una partnership di immaginari tra Chiesa e America per sconfiggere il regime senza Dio.
L’arrivo di Ratzinger cerca di alludere a qualcosa che a inizio secolo ancora non intravediamo. Il bisogno carsico delle masse di un attaccamento viscerale alla religione dopo venticinque anni di ruggente trasformazione economica e cinquanta abbondanti di rivoluzione dei costumi. La Chiesa non vuole più lo slancio del genio individuale, che si è visto in Giovanni Paolo II, ma l’abbraccio del rito, colori da condividere in un momento di fragilità. Il nero, il bianco, l’oro, le sfumature di rosso e di rosa, tra sensuali volute d’incenso.
Poi Ratzinger si è dimesso, chissà quando sapremo esattamente come e perché e per chi. Francesco è arrivato che era già l’età del meme dispiegata. Tutti avevano Facebook da mezzo decennio, siamo alle soglie di Instagram. The Social Network è uscito nel 2010: il film di Fincher mette agli atti quali sono l’accento, la prossemica e le paturnie dei ragazzi bianchi americani che hanno costruito un modello di soft power più pervasivo della televisione. Ma dopo essere nati americani, i social daranno una possibilità a tutto il mondo di creare una grammatica più varia e internazionale: prima era tutto Michael J. Fox adesso facciamo la skin care coreana e balliamo come cinesi.
Francesco nasce grazie alla Silicon Valley e diventa un content creator internazionale che spinge un modello diverso, “antiamericano”, ma siccome lo fa come un divo, è “americano”. La sua uscita in bianco sulla Loggia delle Benedizioni, la scelta di partire in italiano, dicendo Buonasera come fosse Paolo Bonolis, e dopo, negli anni, quella combinazione di facce comiche e facce serissime fatte per essere fotografate, filmate, ingrandite e usate come commento nelle nostre chat, segnalano un controllo estremo delle procedure millimetriche della viralità. È come se volesse fare per lo schermo dello smartphone quel che Giovanni Paolo II ha fatto per lo schermo del televisore quando diceva «volemose bene» (2004), che era già un gesto più internettaro che televisivo. Francesco è un Papa da utenti unici, che ti dà del tu nello schermo come i cuochi romani su TikTok. Non è un Papa che scende dalla scaletta dell’aereo. È un Papa memetico fino all’ultima faccia perplessa, stralunata che regala al cattolico J. D. Vance in visita: l’ultimo slancio virale di un Papa ironico. Il più americano di tutti, in questo senso: individualista, avventuroso, spiazzante. Un Papa influencer, che secondo i fedeli più integralisti non giocava di squadra ma aveva una sua agenda: piacere al mondo, come si può dire infatti di tutti gli influencer. (Non rientra nel perimetro di questo pezzo raccontare il punto di vista di chi pensa che Francesco non fu tecnicamente Papa – parole chiave se volete passare una serata avvincente su Google: “Munus regendi”, “sede impedita”.) Quindi, Leone XIV: nome che ci riporta a prima del Novecento, prima di una Chiesa completamente compromessa col secolo. Leone si affaccia sulla Loggia portando, come Ratzinger, la mozzetta rossa e la stola ricamata. Riprende vari segni eleganti, come per esempio la macchina importante al posto delle utilitarie di Francesco, e sembra proporre un Papa meno influencer. Un Papa completamente devoto alla Chiesa. E questa cosa non è americana. Gli americani hanno presidenti che si fingono John Wayne. Qui il contrario: forse stiamo assistendo alla performance di un Papa che si fa riassorbire dalla Chiesa, usando i simboli più vistosi in modo non personale, come se fosse la Chiesa a indossarli e non lui.
Forse la cosa davvero americana di Prevost è che il suo stendardo dice “in Illo uno unum”, cioè “In Colui che è Uno siamo una cosa sola”, parole di sant’Agostino, che ha ispirato l’ordine religioso di Prevost. Lo stendardo fa pensare al motto americano – attribuito a Virgilio – “E pluribus unum”: da tanti che siamo diventiamo una cosa sola. È la stessa vocazione universalista dell’America ma rimettendo la Chiesa al centro del villaggio (che è un modo di dire francese, come francese è il nome del Papa): infatti, per Prevost si diventa una cosa sola in Cristo. Questa dev’essere la parte che più attira
J.D. Vance, convertitosi da adulto scegliendo Agostino come patrono personale: l’idea di una vocazione universalista che si ancori a qualcosa di forte. La mia fantasia è che Vance, che si sente presidente, stia immaginando un mondo dove gli Stati Uniti, ritirando dal mercato il Sogno Americano™, abbiano bisogno di trovare un altro principio unificatore. I cattolici sono già quasi un quarto degli americani: un papato lungo di un americano né progressista né conservatore, che propone unità potrebbe essere giocato per creare una base contro le culture war, una sorta di nuova maggioranza silenziosa?
In questo silenzio potenziale, la differenza con Ratzinger mi sembra cruciale. Lui metteva in scena un ritorno al passato. Guardate i paramenti, guardate la serietà, guardate lo spessore intellettuale! Prevost invece mi pare stia cercando di rappresentare un silenzio della performance, un vuoto, un abisso, una vastità raggelante: il futuro non scritto in cui la Chiesa può essere libera di essere ciò che le pare, invece che ciò che vuole dettarle il secolo, o, come dicono i cattolici americanizzati dall’alt right, “l’agenda mainstream”.
Davanti al narcisismo di massa provocato dagli schermi, Prevost fa la cosa che gli psicologi consigliano di fare a chi bazzica narcisisti patologici, cioè smette di sbracciarsi e gesticolare e attirare l’attenzione, si banalizza in qualche modo, smette di essere reattivo. Francesco era reattivo. Ai gesti drammatici del mondo ipermediatico opponeva i suoi. Prevost propone un linguaggio che ai fedeli appare estremamente codificato, ma che all’esterno appare quasi invisibile: il rito e i colori sì, ma per scomparirci dentro. I rosa, gli sbuffi di cotone bianco inamidato sì, ma in un modo che non appaia né compiaciuto né altezzoso.
Più che americano, è un Papa giapponese: non dice, allude. Fa dei movimenti studiati che in chi sa rivelano la sua intenzione di saldarsi con la Chiesa; e in chi non sa mettono quel senso di paura che, secondo gli psicologi, i narcisisti provano davanti a chi smette di comportarsi con loro in modo reattivo.
Questo comportamento incute un vero timore del futuro. Tratta il futuro come qualcosa di misterioso, in cui i cattolici possono immaginarsi una Chiesa che naviga come una nave nella notte in mare aperto. Una nave che diventa altrettanto misteriosa e massiccia del mare nero in cui si inoltra. Con un approccio di questo tipo si può smettere di inseguire. Ci si può rifare un’aura.
L’aura che vedo nella Chiesa l’ho scoperta tramite i nonni materni. Devoti e modernisti: «Sai, cattolici molto seri, coltissimi» (mia madre). Nonno teneva delle catechesi da solo nella sua parrocchia e nonna era “adoratrice eucaristica”.
Mio nonno era soprattutto ingegnere e amava il progresso. Negli anni Novanta, se durante le mezze stagioni mi sentivo debole, mia madre andava in farmacia a comprare il Meritene, una polvere gialla ricostituente che mangiavo a cucchiaiate e mi si appiccicava sul palato. Viene dall’America, l’aveva scoperto mio nonno. Il Meritene nella mia testa accorciava la distanza che c’era tra i miei anni Ottanta e il Dopoguerra in cui era nata mia madre. L’ansia di mangiare, la guerra. L’arrivo degli americani che portano la manna industriale. Mio nonno ingegnere aveva lavorato alle centrali idroelettriche, pensava in termini di energia. Questo cibo da astronauti per me era il Sogno americano.
Dai miei nonni poi c’era anche un’altra versione del cibo. Mia nonna «faceva parte delle adoratrici eucaristiche legate a un ordine di suore spagnolo che aveva come carisma l’adorazione perpetua notte e giorno». (WhatsApp di mia madre). «Facevo compagnia a Gesù», mi diceva nonna, cioè all’ostia benedetta nel tabernacolo. Cattolica fervente fino all’esistenzialismo, la ricordo quasi novantenne sulla poltrona col telecomandino per lo schienale, sembrava un bassorilievo su una chiesa barocca che contempla l’umanità da qualche secolo.
Questo è il mio investimento personale nell’America da una parte e nella Chiesa cattolica dall’altra. Due forme di cibo per salvare una famiglia nata dalla devastazione di metà Novecento. Tecnologia, ingegneria e Kennedy da una parte; i Concili e i sacramenti dall’altra. Poco dopo la mia nascita (1977) è finito il terrorismo ed è arrivato Giovanni Paolo II. «Eravamo stufi di sentire i proiettili per strada». Giovanni Paolo II unisce definitivamente la Chiesa e l’America nella lotta al comunismo. Forse lo sconfigge da solo con le sue mani, il comunismo. In casa sembrava tutto connesso. Anche perché il Papa era della stessa generazione dei miei nonni, e aveva gli stessi lineamenti gentili e il portamento umile e distinto. La Chiesa modera il consumismo, l’America modera il conservatorismo. Mi accorgo solo ora di quanto fossimo kennediani – certo, cattolici americani.
Mi ritorna in mente oggi che penso spesso a cosa stia cercando il cattolico non kennediano della Casa Bianca, quello, per capirci, che ha umiliato Zelensky davanti alle telecamere. Vance è la prima figura importante della politica americana a non avere l’aria americana, a non sembrare un natural. Ha lo sguardo da bambola negli horror, e forse si sente presidente in pectore di un’America che deve affacciarsi su un futuro dove non si può più promettere il Sogno, o la manna. Dove non si può promettere il Meritene urbi et orbi.
Forse vuole allearsi con chi invece del Meritene propone quell’altro tipo di cibo, l’eucaristia? Distribuita da una gigantesca nave che sta riprendendo la navigazione nella notte del futuro senza più fermarsi a fare l’inchino a chi non è a bordo?