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Io mi ricordo quando sono stato felice

«Dottoressa scrivi, scrivi cos’è che non va qui e cosa servirebbe». Le detenute raccontano dei figli, e di quanto tempo ci mettono ad asciugarsi i capelli. Il ragazzo che prima non balbettava, quello che ricorda la sua prima bugia e la carezza ruvida del padre. Il dialetto, l’infanzia, la rabbia. Dentro il carcere per respirare aria di libertà

Io mi ricordo quando da piccolo volevo le scarpe della Nike e mia mamma mi diceva no poi alla fine ho convinto papà a prenderle. Io mi ricordo quei rientri pomeridiani alla scuola elementare con i grembiuli blu. Io mi ricordo quelle litigate pazzesche con mio fratello maggiore. Io mi ricordo quando giocavamo tutto il giorno a calcio con i miei amici. Io mi ricordo le prime mie cazzate con i motorini. Io mi ricordo la nascita di mia figlia e io ero carcerato».

È la fine di marzo e il carcere di Lecce è un blocco lungo e bianco sotto il sole, un parallelepipedo con le sbarre nere, il gabbiotto giallo, e Annaluce e Doriana, le prof., mi dicono menomale che fa caldo, che c’è il sole, non sai quanto ha piovuto, non sai quanto ha fatto freddo. Io giro l’Italia e un po’ di Europa da mesi e la pioggia e il maltempo mi precedono, o mi seguono, ultimamente non mi trovo mai nel centro del maltempo. Menomale, perché la vita è già così difficile.

«Mi ricordo che al matrimonio di mia zia Concetta ero molto piccolo avevo 6 anni e ricordo che stavo in un piazzale grande e a un certo punto caddi per terra mi alzai e guardai e riguardai intorno a me, e non riuscivo a conoscere nessuno, c’erano tante persone. Io all’improvviso mi misi a piangere e dopo qualche minuto vidi una mano mi afferrò e quella stessa mano mi asciugò le mie lacrime era una mano ruvida che mi accarezzava era così ruvida in quanto mio Padre era un muratore. Mi sentii perduto in quel momento perché lui mi chiese perché stai piangendo? Io gli dissi una bugia sono caduto! Invece era che guardavo e non vedevo nessuna faccia conosciuta, la mia Prima Bugia, adesso mi mancano le sue mani ruvide che mi accarezzavano il viso nonostante mi davano fastidio. Adesso capisco le sue carezze. Anch’io sono Padre. E purtroppo non le posso più avere quelle carezze perché è morto e non c’è più. Il suo funerale io lo accarezzavo come mi accarezzava lui in questo ricordo».

Bisognerebbe scrivere un articolo ordinato, razionale, dicendo che a fine marzo sono stata a Lecce per il progetto Adottauno scrittore del Salone internazionale del Libro di Torino e lo scrittore sono io e chi mi adotta sono i detenuti e le detenute della casa circondariale della città. Tutto merito di due prof., Annaluce e Doriana, che ogni giorno si chiudono le sbarre alle spalle ed entrano nei corridoi freddi, al neon, di questo posto. Al gabbiotto consegno la mia carta d’identità e mi danno un pass. Lo appunto bene sulla giacca perché ho paura di non uscire più. Lascio il telefono, il marsupio, tutto: chiuso a chiave in un’antina. Non ho più niente. La realtà si chiude alle nostre spalle, una porta dopo l’altra, ho paura di non uscire più. Annaluce e Doriana mi guidano per i corridoi. Murales fatti dai detenuti aprono le porte e i corridoi sul mare, sul cielo, su posti lontani, e ho paura di non uscire più. Il carcere è un posto lontanissimo dal luogo in cui è, dal suo indirizzo, dalla città in cui si trova. Davanti a una guardiola, degli assistenti della polizia penitenziaria e due detenuti in manette. Le manette di oggi sono diverse da quelle che abbiamo sempre conosciuto. I corridoi sono lunghissimi e tortuosi, saliamo e scendiamo scale, salutiamo, salutiamo un sacco, ogni assistente che ci apre la porta, ogni persona che incontriamo, salutano, saluto, salutiamo.

«Dottoressa scrivi, scrivi cos’è che non va qui e cosa servirebbe».

Una ventina di ragazzi, giovani uomini, uomini adulti, uomini un po’ in là con gli anni sono seduti in cerchio attorno a me. Dietro di loro c’è la grata che dà sull’esterno e oltre la grata un verde incolto, e oggi dobbiamo gridare perché c’è qualcuno che sta ripulendo il prato, fuori, o facendo dei lavori, non lo so. Un ragazzo non sta mai seduto, va verso la finestra, torna, un altro mi guarda coi suoi occhi azzurri, due occhi azzurri giganteschi, sai quando si dice, due occhi buoni, ma sembra un luogo comune, un cliché, dirlo qui. Scrivi dottoressa, scrivo.

Non va la sanità
Non va l’inserimento rieducativo
Ci vorrebbe un percorso formativo più pratico, che prepari per il mondo fuori
Ci vorrebbero corsi professionalizzanti Non va lo spazio nelle celle, l’acqua è fredda (anche se qui si apre una discussione, prima, dicono, era ancora peggio)
Non va il sovraffollamento
Ci vorrebbe un vero percorso psicologico C’è poco personale di polizia penitenziaria
Il rispetto, prima i detenuti avevano rispetto gli uni degli altri, adesso no, adesso sei solo Mancano il rispetto e l’educazione. Adesso fanno i reati e non si vogliono fare la galera (scrivo solo quello che dicono loro)
Si chiama istituto penitenziario perché devi penare (scrivo solo quello che dicono loro)
La popolazione è più bassa di età, perché nel carcere minorile si sta male.

State scrivendo tutto, dottoressa? Dottoressa scrivete un libro su di noi. Molti hanno in mano il mio libro, Chiara, io glielo autografo e loro mi chiedono di dove sono.

Bari.

Di che quartiere? Japigia.

Si illuminano tre o quattro paia d’occhi. Siamo a Lecce. Ci sono anche detenuti della mia città. Del mio quartiere.

Che via, dottoressa, se lo volete dire? Sopra Tarantini, dico io, come dicevo negli anni Novanta.

Ah sì davanti alla chiesa. Sì lì.

Si illuminano e confabulano sorridendo tra loro perché il mio non è mai stato un buon quartiere. Parlano in dialetto stretto. Il mio dialetto che da tanto tempo io non sento più. Alcuni di loro vengono dalle mie stesse strade.

Ci andavate a Caldarola 45, voi, dottoressa?

No che non ci andavo, se no non tornavo più indietro.

Ridono.

Il femminile ha più restrizioni e meno detenute. Non hanno il mio libro, perché ha la copertina rigida e viene considerato un oggetto contundente.

Le donne possono stare insieme solo quando fanno delle attività perché, in questo periodo – mesi e mesi – il resto del tempo sono chiuse. Vuol dire ognuna nella propria cella, con le compagne di cella e nessun altro. Gli uomini invece possono andare a trovarsi l’un l’altro.

«Per due pomeriggi abbiamo vissuto un’esperienza positiva incontrando la scrittrice Antonella. È una persona molto socievole, io mi sono ritrovata in lei su alcuni aspetti della mia vita. Per questo sto preparando un lavoro, cioè sto scrivendo la mia biografia che le farò arrivare».

Alcune detenute sono al corso di canto e verranno più tardi, siamo in biblioteca e le sentiamo cantare. Non mi ricordo cosa cantano. I figli. Quasi tutte hanno figli lasciati fuori di qui. Raccontano dei figli. Si riempiono gli occhi di lacrime per i figli. C’è una ragazza coi capelli lunghissimi, lucidissimi. Quanto ci metti ad asciugarli, chiedo, ore? Venti minuti, dice. Mi fanno vedere delle fotografie. Come sei dimagrita, dico (perché io invece sono ingrassata), se vi mettete, dottoressa, potete dimagrire pure voi.

«Mi ricordo che ho avuto un’infanzia e un’adolescenza molto felici, trascorse con gli affetti più cari. Ogni domenica, soprattutto, era stupendo andare a trovare mia nonna materna, mia zia, sorella della mamma, che viveva con lei, e le tante cugine e cugini, una vera squadra di calcio. C’era una rete e giocavamo a pallavolo. Erano gli anni in cui in tv trasmettevano il cartone animato di Mila e Shiro ed era uno spasso poter avere l’illusione di riprodurre le loro imprese sportive. Eppure, all’epoca, davo per scontata tanta gioia e spensieratezza e il mio più grande desiderio era diventare subito adulta. Ora, col senno di poi e poi e con l’acquisita maturità e le tante disavventure che ho affrontato, dico a me stessa con rammarico che avrei dovuto godermi al massimo quella splendida fase della vita».

Coi detenuti mangiamo dei pasticciotti e dei pizzi presi dal forno del carcere, li ha comprati Annaluce che è magrissima e sorridente e lei e i ragazzi discutono a lungo del referendum. Non è stato facile far arrivare i pasticciotti qui. Annaluce ce l’ha fatta. Un applauso.

Aspettate.

Ho un problema.

Non so come chiamarli. Le donne, gli uomini che ho davanti. Qui, in queste pagine, non so come chiamarli. Non vorrei chiamarli sempre detenuti e detenute. Cosa devo dire? Alunni? Femmine? Maschi? Come? Hanno troppe età diverse per chiamarli uomini, donne, ragazzi, ragazze.

Una detenuta trans mi racconta la storia della sua vita pazzesca, quando esco la cerco su internet.

Come devo chiamarli?

Lo chiedo a Giulio, mentre scrivo questo pezzo.

Mi dice: scrivi che non sai come chiamarli.

I ragazzi, gli uomini discutono a lungo con Annaluce sul referendum. Sì. No. Tu cos’hai votato, mi chiedono. Io perdo, sotto i colpi della loro conoscenza nel dettaglio di tutta la politica, argomentano uno per uno ogni quesito del referendum, e io mi giro verso Doriana, che è più timida, sorride sempre, chiediamo a un ragazzo magro, tu vuoi raccontarci un tuo ricordo, e lui si ricorda delle cose tristissime e bellissime e prima di quelle cose bruttissime “non balbettavo dottoressa”, e il ragazzo che va avanti e indietro magrissimo e non si ferma mai ci fa vedere, nel suo dialetto stretto, come muore un ragazzo sparato al cuore per un Rolex. «Siamo usciti in quattro dottoressa, e siamo tornati in tre». Immagino Annaluce e Doriana, qui, chiavi dopo chiavi dopo chiavi, giorno dopo giorno, fa freddo, d’inverno, ci vuole una tenacia.

È molto difficile schivare i cliché, i luoghi comuni, il sole a strisce, ma quello che penso lo devo pur dire.

Una detenuta dai capelli nerissimi tiene banco, ride, legge l’incipit del mio romanzo come fosse una scena di sesso – e in effetti se si cambia qualche parola può sembrarlo, fa ridere –, e poi entriamo in un vortice di racconti di sé e una giovane donna ha degli occhi bellissimi da cui non riesco a distogliere i miei, e una ragazza parla lenta del suo uomo, anche lui in carcere, e le altre le dicono che lui la sfrutta, non la ama, lei piange, si siede con le gambe incrociate sulla sedia, in quello che quando eravamo piccole si chiamava stile indiano, e poi mi chiedono cosa ti ricordi tu.

Io dopo che loro mi hanno detto tutto non posso non dire niente. Dico cosa mi ricordo. Divento rossa, mi viene da piangere. Mi guardano. Quando mi salutano, mi abbracciano, tu ti meriti di essere felice, hai spezzato le catene, dicono. Io le sento certe cose, dice lei, coi capelli nerissimi. Sii fiera di te.

Di me?

Il giorno prima lei non c’era, il giorno prima la detenuta trans – è sbagliato chiamarla così? Non ho proprio idea di come usare le parole – ci ha raccontato la sua vita. Il secondo giorno non viene. Laurea in Psicologia, una puntatina in seminario, film. È andata dal dermatologo perché l’aveva chiesto da mesi e finalmente le hanno dato l’appuntamento.

«Ciao, in questo scritto vi racconterò una parte dell’infanzia del mio amico. Lui si chiama Anly» sto interpretando la scrittura, forse ho capito male, «vive a Napoli; precisamente a un quartiere più bello di essa (quartieri Spagnoli). Sfortunatamente non ha avuto un’infanzia normale come tutti gli altri ragazzi, però nella sua “sfortuna” ha trovato la fortuna di conoscere la tempesta della vita. Provai ad avere un’infanzia normale pur sapendo di vivere in un altro contesto di vita ma ho capito che crescendo con il tempo bisogna essere “Qualcuno” altrimenti non sei “Nessuno”. Come raccontavo prima, l’infanzia del mio amico non posso nemmeno descriverla (è come diciamo noi mali estremi: estremi rimedi!)».

Dottoressa, ma questo è l’ultimo giorno?

«Buongiorno, partecipando a questa bellissima esperienza fatta con la scrittrice Antonella Lattanzi, posso dire che ho scoperto cosa significa leggere un libro, infatti lei mi ha ispirato a leggere… il libro della scrittrice intitolato Chiara, talmente mi ha appassionato lo ho letto tutto in soli 4 giorni. Una storia bellissima e appassionante. È il mio primo libro letto, dopo la scuola in tutta la mia vita e posso aggiungere che non sarà l’ultimo… Ho avuto una bellissima impressione su di lei visto che sono poche oppure meglio dire rare queste persone così umili che vengono a trovarci in questo contesto, in questi due giorni con lei ho respirato aria di libertà. La cosa che mi ha colpito di lei è che come è arrivata si è presentata e ci ha stretto la mano a tutti quanti e quando ci siamo salutati ci ha abbracciato a tutti… Un gesto bellissimo, sinceramente non me lo aspettavo un abbraccio… Da quell’abbraccio si vede la persona che è, molto umile e che non giudica per quello che abbiamo commesso. Spero che non sia l’ultimo incontro, queste iniziative fanno bene al cuore ed entra un po’ di luce su di noi visto che stare qui è tutto NERO e GRIGIO… Spero di rivedervi».

Che faccio, lo metto questo ultimo scritto? Sembra un gesto egocentrico. Forse è meglio di no, non lo metto. Ma poi è proprio meglio di sì. A volte mettere l’io vuol dire togliere l’ego. Togli Antonella Lattanzi, metti una persona dall’esterno che abbia qualcosa da dire. Togli Chiara e metti un altro libro, o un film. Tieni la stretta di mano, e l’abbraccio, e la luce dentro il NERO e GRIGIO.

Si chiama penitenziario perché devi penare.

Hai spezzato la catena.

Mi hanno tolto due denti, per questo sto così, un po’ stonata, dottoressa.

Non mi chiamate dottoressa, chiamatemi Antonella.

Non mi prendere in giro perché ti chiamo dottoressa, se mi vuoi prendere in giro prendimi in giro, io ti chiamo dottoressa.

«Io mi ricordo della mia infanzia modesta ma felice. Ci sono ricordi poco felici, ma preferisco non ricordare».

«Io mi ricordo quando una sera andai a prenderla al lavoro. Al ritorno abbiamo forato una gomma, uno scoppio così forte che quasi uscivamo di strada. Io mi ricordo il giorno della mia sentenza in Cassazione. Io mi ricordo che qualcuno una volta mi disse: nella vita tutto inizia e tutto finisce. Io ricordo il nostro addio. Gli addii nella realtà non sono smielati come quelli dei film. Io mi ricordo un mercoledì scorso, giorno di colloqui. A un certo punto nell’angolo opposto della sala noto una mano che conosco a memoria salutarmi. Era lei».

Antonella Lattanzi (Bari, 1979), scrittrice e sceneggiatrice. I suoi ultimi libri sono “Devozione” (Einaudi, 2010), “Prima che tu mi tradisca” (Einaudi, 2013), “Una storia nera” (Mondadori, 2017), “Questo giorno che incombe” (HarperCollins, 2021) e “Salvarsi”, (Einaudi, Quanti, 2021). Il suo ultimo racconto è nell’antologia “Willie lo Strambo” (Sperling & Kupfer), ora in libreria.