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La falena fredda sul cuore, maledizione e protezione

Nel memoir Il mio rifugio e la mia tempesta di Arundhati Roy, la traiettoria di scrittrice e quella di figlia sono due linee veloci che si muovono parallele e si intersecano con dolore. La sua scrittura è un organismo pulsante in equilibrio tra l’odiare il posto da cui si viene e non poterne farne a meno, senza cedere alla tentazione di trovare un capro espiatorio. «Farai meglio la prossima volta», e va bene così

È sciatto, mi diceva, e strappava il foglio protocollo in due con un gesto rapido e spietato. Si vede che ci hai messo poco impegno e poca testa, che volevi finire in fretta.

Mentre me lo diceva mia madre non era arrabbiata. Si arrabbiava spesso e d’improvviso, era capace di non parlarmi per giorni, settimane, mesi interi, ma mai in quelle occasioni. Era, piuttosto, risoluta.

Per lei si trattava di un dato di fatto: quello che le avevo appena dato da leggere, il tema che avevo impiegato un intero pomeriggio a scrivere e che avrei dovuto consegnare alla maestra il giorno dopo, non era buono abbastanza. «E lo sai», mi diceva.

Riprendevo i lembi del mio foglio strappato e mi rimettevo china sulla scrivania, ricominciavo con le lacrime in gola, saltando la merenda, lo sport, ignorando le amiche che mi chiamavano per giocare in cortile.

Era capace di strapparmelo anche una seconda volta, o di segnare a penna intere parti che le sembravano ricopiate da libri che lei stessa mi aveva comprato al centro commerciale. Avevo otto anni. Fregarla era impossibile. Non so se quei fogli strappati si siano rivelati un bene o un male per i miei successivi tentativi di scrittura. Sicuramente non sono mai stata del tutto in grado di liberarmi dall’intimo terrore di poter essere umiliata, di risultare ridicola, e per anni ho pensato fosse meglio non provare mai, piuttosto che sbagliare.

Però su una cosa mia madre aveva ragione: io lo sapevo che potevo fare di più, e lo sapeva anche lei.

Nel memoir Il mio rifugio e la mia tempesta, scritto subito dopo la morte di sua madre, Arundhati Roy parla di una falena fredda che le si posa sul cuore tutte le volte in cui sua madre la fa sentire piccola, inadeguata, sola.

Impossibile slegare la sua traiettoria di scrittrice da quella di figlia, nel romanzo sono due linee veloci che a volte si muovono parallele e con dolore si intersecano, per poi distanziarsi all’improvviso e tornare vicine, quasi sovrapposte.

La signora Roy (Arundhati la chiama sempre così nel romanzo, mai “mia madre”) è una donna forte e risoluta, rivoluzionaria, preside di una scuola progressista in un’India profondamente patriarcale. Insegna alle sue alunne e alunni cosa vuol dire l’indipendenza, il rispetto di sé e degli altri, la capacità di autodeterminarsi. È amata e rispettata, considerata un esempio di integrità morale.

È lei ad aver insegnato ad Arundhati a scrivere. Non solo in senso pratico, ma anche a un livello più profondo. Perché la signora Roy è incredibilmente arrabbiata, e crudele con i suoi figli. È gelosa della loro felicità, non si fa scrupoli a insultarli, colpirli con le parole che sa scaveranno la ferita più profonda. Non esita, per un litigio di poca importanza, a far scendere Arundhati dalla macchina, lasciarla seduta sul ciglio della strada in un punto in mezzo al nulla nella regione del Kerala, tornare a riprenderla dopo cinque ore come se niente fosse successo, rientrare a casa in silenzio.

Scappare in un’altra città appena può, mettere numerosi chilometri tra sé e il suo luogo d’origine, è l’unica opzione che Arundhati sa di avere, a diciott’anni. Andarsene via anche se non ha soldi, vivere di espedienti, fare tutto ciò che occorre per lasciarsi indietro la depressione che rischia di braccarla e incatenarla a sé, e anche tutto l’amore che prova per quella madre forte e terribile. Una prigionia da cui non sarà mai totalmente libera e che sorprende Arundhati anche nel giorno del funerale della signora Roy, quando il fratello, egualmente vittima di vessazioni e soprusi, non piange, non fa finta di essere triste, mentre lei è distrutta.

«Se riuscissi meglio a capire me stessa», scrive, «forse capirei molto meglio anche il mondo e di sicuro il mio paese, dove tutta questa gente sembra idolatrare chi la opprime e accetta con riconoscenza di essere controllata e di farsi dire cosa fare, cosa mangiare, persino cosa pensare. C’è qualcosa di contorto in tutto questo, qualcosa di inspiegabile che ha a che fare con la condizione umana. Ma forse ci sono questioni che devono restare irrisolte, misteriose».

Per quanto doloroso, è l’ambiguità l’insegnamento necessario che la signora Roy impartisce a sua figlia, saper abitare i luoghi grigi dove le cose sono come appaiono, ma anche il loro contrario, imparare a fare i conti con lo sconcerto che proviene dal mutamento dell’amore più profondo in odio inaspettato, la sensazione di non poter mai dire: mia madre è così, le cose stanno in questo modo.

Se all’inizio Arundhati sceglie per sé la carriera di architetta (d’altronde costruire, mettere insieme, ampliare gli spazi abitati è ciò che ha fatto sua madre per una vita intera, ingrandendo sempre di più la scuola), e a lungo si occupa di cinema e sceneggiature, è la scrittura di romanzi alla fine l’unica via perseguibile.

Per farlo mette in pratica un altro insegnamento terribile e proficuo trasmesso dalla signora Roy. La necessità di costruirsi una casa e abitarci da sola, essere pronta a rinunciare a tutto, anche all’amore dell’uomo della sua vita, pur di rimanere nelle condizioni necessarie perché la scrittura sgorghi, perché la sua vita coincida esattamente con le sue parole. Sa di non poter più guardarsi indietro, straziante è il momento nel libro in cui realizza che in casa di sua madre, quel luogo che accoglie tutti, non c’è più spazio per lei, che anche l’architettura emotiva è mutata, per non renderle più possibile il ritorno.

Quindi tutto ciò che le rimane da fare è scrivere. Impiega quattro anni per ultimare Il dio delle piccole cose, il romanzo che le cambierà la vita.

Nel giro di poco tempo vince il Booker Prize, il libro vende moltissime copie, diventa ricca, celebre, il suo mondo di bambina sola e terrorizzata si amplia all’improvviso, e questo comporta un distacco netto e inevitabile da tutto ciò che è stata prima.

Impossibile che la signora Roy accolga con gioia il cambiamento. Quando al mercato una donna le chiede se è proprio lei la madre della famosa scrittrice, «è stato come se mi avesse schiaffeggiato», racconta senza apparente rimorso.

«Mi ha insegnato a pensare», scrive Roy, «poi si è infuriata per ciò che pensavo. Mi ha insegnato a essere libera e ha inveito contro la mia libertà. Mi ha insegnato a scrivere e si è risentita per la scrittrice che sono diventata».

Non c’è niente che per Arundhati giustifichi davvero il comportamento di sua madre, questo per il lettore è chiaro dopo poche pagine. Non è una scusa la sua infanzia infelice, né un’attenuante la scarsità dei mezzi, la costrizione ad agire in modo pratico in un mondo spietato, soprattutto per le donne sole con figli. L’autrice non è disposta a mettere il proprio dolore da parte, quei centotrentasette anni che si sente addosso, ma non vuole neanche trasformare la signora Roy in un mostro, renderla il capro espiatorio di un male grande quanto l’esistenza intera.

È un punto di vista difficile da mantenere per tutta la durata del memoir, quello di chi odia profondamente il posto da dove viene e allo stesso tempo non potrebbe farne a meno, il racconto di una madre che insulta e rinnega, ripudia la figlia, e poi si presenta alla sua porta con una macchina da scrivere.

Ma Arundhati riesce nell’incastro, questo organismo pulsante composto da lei stessa, la signora Roy, l’India, in quella che è forse l’unica evoluzione letteraria possibile nel provare a inquadrare il rapporto con i propri genitori in modo nuovo.

Non l’assoluta colpevolizzazione, il rifiuto, la fuga, ma la consapevolezza che la falena migra di cuore in cuore, di generazione in generazione, e c’è da prendersene cura, da accoglierla come maledizione e protezione insieme, un lepidottero da osservare mentre stiracchia le ali, senza scacciarlo via.

Quando muore la signora Roy, il lutto della figlia è anche narrativo: è morto il personaggio principale delle sue storie, il motore della narrazione, la spinta a chiedersi perché.

Mia madre non ha letto più niente di mio, da quei giorni di temi alle elementari. Mentre provavo a scrivere il mio primo libro, è a lei che pensavo continuamente.

«È buono per essere una prima prova, farai meglio la prossima volta», mi ha scritto in un messaggio il giorno in cui il libro è uscito.

«Il fatto che ci sia il suo nome su una copertina, mi sembra un sogno incredibile», ha detto tra le lacrime a mio padre quando ha ricevuto la prima copia.

Accarezzo la mia falena fredda sul cuore e penso che entrambe le cose sono vere, che va bene così.

Greta Olivo (Roma, 1993), scrittrice. Il suo primo romanzo, «Spilli», è appena uscito per Einaudi.