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La netta differenza tra beatitudine e condanna

Nemmeno Epicuro voleva davvero convincervi a stare soli, ma alla vostra compagnia io preferisco la mia. Elogio della solitudine piena di gente e dell’assenza di mani altrui da stringere nel sonno. Virginia Woolf sapeva di cosa stiamo parlando, e anche Vito Corleone
di Guia Soncini
illustrazioni di Makkox

Dice Yasmina Reza che accettiamo che la vita sia una faccenda di solitudine fintantoché c’è un futuro. Dice la vecchia crudele di Bridgerton che puoi stare sola solamente se hai un passato in cui ti sei tolta tutte le soddisfazioni. Diceva Luciano De Crescenzo che la solitudine non è uno stato d’animo, è un accrescitivo: se stai bene e sei da solo stai benissimo, se stai male e sei da solo stai malissimo. Dice Laura Pausini che Marco se n’è andato e non ritorna più. Dice Miguel Bosé che soli non siamo neanche quando soffriamo (si vede che non ha mai avuto l’emicrania). Diceva il padre di Natalia Ginzburg che voialtri non avete vita interiore. Dice una mia amica che la mia vita è un perpetuo rimpianto per non aver fatto il classico e non poter quindi dire Láthe biósas senza mettermi a ridere.

Sono tutte verità relative, verità a modo loro; tranne l’ultima, che è una verità assoluta: ogni volta che voglio legittimare culturalmente la mia convinzione che qualunque cosa tu possa fare in compagnia te la godrai di più se la fai da sola, io provo a citare Epicuro, ma mi sembra sempre che Láthe biósas sia il nome d’un formaggio magro, e alla fine soprassiedo. Maledetta convinzione che al linguistico avrei appreso le lingue vive e non avrei mai più sbagliato ad accentare il francese.

Il mio amico M. è stato scapolo fino a sessant’anni, poi gli è venuta la crisi di mezz’età (di due terzi d’età: la crisi, come tutto, è slittata in avanti, e le frasi fatte non si sono ancora adeguate). Da quando si è sposato, ho il terrore che anche a me venga la paura di morire sola, una paura che per ora guardo con un certo divertimento. Ogni volta che qualcuno muore a sorpresa, il rammarico più diffuso è: poverino, è morto da solo. E io ogni volta chiedo invano di spiegarmi questo scenario per me inimmaginabile in cui tu sei in casa, ti viene un infarto, e nei trenta secondi o trenta minuti o persino trenta ore che ci metti a morire il tuo pensiero non è “porco cazzo non ho finito di scrivere il Grande Romanzo Italiano”, non è “porca puttana Eva non ho mai tolto la mia prima moglie dal testamento”, non è “Gesù piccino picciò non ho cancellato la cronologia di Google”; no, il tuo pensiero è: come vorrei che ci fosse qualcuno che mi guarda morire. Ma dev’essere qualcuno di affezionato, che soffra ben bene: se ti guarda morire un estraneo, sei meno appagato.

Ogni volta che chiedo di cosa stiano parlando quando sospirano che Tizio, poverino, è morto da solo, M. mi dice: cosa vuoi saperne tu, che pensi di essere Epicuro. Si dev’essere sparsa la voce che non ho fatto le scuole alte, maledetti pettegoli. Poiché quello che crediamo di sapere degli altri è sempre roba che immaginiamo e proiettiamo, e che dice qualcosa di noi e non di loro, io credo che M. si sia messo in casa un’estranea (la definizione che dava del matrimonio Alberto Sordi, e che a oggi mi pare imbattuta in precisione) perché gli è venuta la paura di morire solo; e M. crede che non possa esser vero che io sto benissimo da sola: m’invita a pranzo a casa loro, e dopo due minuti che urlano da una stanza all’altra per dirsi le cose io inizio a chiedermi dopo quanto potrò andarmene senza sembrare persino più maleducata del solito.

Da giovane ho avuto un flirt con uno che, quando davo mostra del mio bruttissimo carattere, diceva: guarda che così non ti sposi.

È la battuta che più mi sono arrubbata nella vita adulta. Ogni volta che qualcuno mi dà una rispostaccia, dico: guarda che così non ti sposi. Quattro quinti dei miei interlocutori, da una statistica elaborata da un istituto costituito e diretto da me nel mio tinello, rispondono sbarrando gli occhi: ma io sono già sposato. Non è solo che non capiscono le battute (quello è un dramma troppo doloroso per discuterne): è che proiettano tutto il panico che qualcuno li possa credere gente che nessuno ha voluto, non essendo in grado di pensare a sé stessi come gente che è lei a non aver voluto estranei in casa. Quand’ero piccola, e con le parole ci divertiva più esser crudeli che essere sterili, le zitelle si chiamavano “rimastone”, i piatti desolati che nessuno ha voluto al buffet, gli avanzi, quelle che quando s’interrompe la musica non hanno la sedia. Nella mia famiglia, la rimastona era la zia A. Le altre stavano a dieta preoccupate di restare seduttive; la zia A. staccava il grasso dal prosciutto e poi mangiava solo quello, lasciando il magro. Mia madre entrava nella propria camera da letto di soppiatto, quando le veniva sonno: mio padre già dormiva, e guai a disturbarlo; la zia A. stava a letto ore con la luce accesa a fare i cruciverba. A me la rimastona pareva avere una vita assai più soddisfacente della coniugata.

Il non essere padroni del proprio letto, in particolare, m’è sempre parso un vero sopruso. Ci ho messo anni ad ammetterlo, ma non mi sgrido troppo perché vedo gente che in una vita intera ancora non ha smesso di pregare all’altare del dormire insieme. Appena si parla d’una qualche coppia di ricchi e famosi, c’è sempre qualche saperlalunghista che dice che non si amano davvero, che è un matrimonio di copertura, che è tutto finito – e lui come lo sa? Quei due hanno camere separate, nota col tono con cui Poirot svela l’assassino. Ogni volta resto lì, con l’espressione intelligente della mucca di fronte al treno, a chiedermi se davvero ci siano adulti convinti che avere una sola camera da letto sia segno d’amore grande e non d’appartamento piccolo. È difficile fare una classifica dei più imbecilli tra quelli con cui hai intrattenuto commerci sessuali, ma io ricordo sempre con grande tenerezza per la me stessa d’allora un tizio del quale non riesco a ricordare il nome; ricordo però il momento-Corleone in cui io – Michael, evidentemente – capii che quello lì era proprio Fredo: un irrecuperabile scemo cui sarai pure affezionato ma bisogna trovare il modo di liberarsene. Il momento fu quello in cui questo tizio – che tanto vale chiamare appunto Fredo – mi disse che lui sapeva come riconoscere il grande amore: è quello al quale tieni la mano nel sonno. (Certo, lui era Fredo, ma pure io che allora esitai più di cinque secondi prima di rimettermi le mutande e fuggire, pure io tanto sveglia non ero. D’altra parte anche Michael ci mette un po’ prima di diventare Michael).

Trovo ridicoli tutti quelli che raccontano cosa gli serve per scrivere, la tal stanza, il tal orario, la tal tazza di tè. L’unica volta che ho annuito forte, leggendo cosa serve a Tizio per scrivere, è stata la volta in cui Tizio era Aaron Sorkin, il più capace tra gli sceneggiatori americani viventi. Dice Sorkin che lui non può scrivere se in casa c’è qualcuno. Io, se in casa c’è qualcuno, non posso fare niente. Naturalmente non posso scrivere, di sicuro non posso dormire, e da qualche tempo – dal giorno in cui una conoscente mi ha messo un dito sul touchscreen sbagliandomi una mossa e facendomi perdere la partita – non posso neanche giocare ai pallini. L’inferno sono gli altri, diceva quello che saggiamente continuava a darsi del lei con quella con cui intratteneva commerci sessuali da cinquant’anni.

Tra l’altro il secolo in cui Sartre e de Beauvoir potevano non tenersi la mano nel sonno essendo tuttavia una coppia è stato l’ultimo secolo in cui si poteva stare soli. Adesso abbiamo solitudini piene di gente, continue notifiche, chat di classe dei figli o del lavoro nostro in cui chiunque vuole la nostra attenzione, ex compagni di classe che una volta avremmo serenamente perso di vista e adesso ci chiedono l’amicizia su Facebook, un assedio di sconosciuti che vogliono compagnia, che vogliono distrarsi dal terrore di restare con la meno auspicabile delle compagnie: loro stessi.

E, come aggravante, gente che, neanche fosse Troisi, ci dice che dobbiamo uscire a toccare esseri umani, che quello dentro al telefono non è un mondo reale, che dobbiamo stare all’aria aperta e sputacchiare particelle sui nostri conoscenti, mica mandar loro un vocale su Whatsapp nel quale promettiamo di vederci presto. Chissà se anche quando installarono i telefoni nelle case delle nostre nonne qualcuno diceva che smettendo di scrivere lettere si perdeva il contatto umano. Chissà se quando hanno inventato le lettere qualcuno ha detto che a non presentarsi a casa della gente cui volevi dire qualcosa ci si disumanizzava.

Ciclicamente, qualcuna (sono, chissà perché, sempre donne) scrive che è andata da sola al ristorante e ha scoperto che è una cosa molto strana. Ora, io sono probabilmente un caso clinico e non faccio statistica: la presenza di altre persone al mio tavolo del ristorante m’impedisce la mia attività preferita, cioè origliare quelli dei tavoli a fianco e le loro stupidissime conversazioni che sono prezioso materiale letterario; andare al ristorante con qualcuno è un ripiego rispetto a quella prima scelta che è andare al ristorante da sola. Sono un caso clinico e non pretendo che vi piaccia mangiare da sole (anche se avete tutte fatto il classico e insomma quanto Epicuro sprecato). Però vi assicuro, dopo decenni di ristoranti in solitudine, che a nessun cameriere, ristoratore, altro cliente, a nessuno al mondo importa che tu sia sola.

Il kit del piccolo psicologo sta su uno scaffale in alto ed è pure impolverato, quindi non dirò che gli sguardi che immagini negli altri sono una proiezione del tuo disagio di mangiare da sola e sentirti la rimastona, e anche un po’ una proiezione dell’abisso che scruti quando t’affacci sulla tua mancata vita interiore e sulla tua incapacità di farti compagnia. Posso però cercare di rendermi utile ricordandoti che, fossi con qualcuno, guardereste comunque ognuno il proprio telefono, e che quindi puoi fare in solitudine la stessa cosa che faresti in compagnia: mettere dei like. Altri ti direbbero di portarti un libro, ma io e te sappiamo che il libro giacerebbe intonso sul tavolo mentre tu scrolli il display di quel telefono pieno di estranei che ti guastano la solitudine.

Láthe biósas, direi se a sedici anni fossi stata più da sola a studiare e meno fuori dal Burghy a limonare (scusa, Yasmina, ma aderisco alla scuola interpretativa Bridgerton: se sto così bene da sola è perché mi sono tolta tutti gli sfizi per tempo). Stare soli è la perfezione, guastata dalla compagnia che c’imponiamo di cercare perché siamo deboli, siamo meschini, siamo condizionati dai film e dalla letteratura che ci hanno convinti che la massima ambizione non sia dormire in diagonale ma tenersi la mano nel sonno (ogni volta che scrivo questa frase vorrei correre a farmi un idromassaggio d’amuchina).

A questo punto in genere arriva qualcuno – più fesso di quella che pensa che al ristorante la guardino interrogandosi sulla sua solitudine, più fesso di quello che vuole tenerti la mano nel sonno, persino più fesso di chi fa la distinzione tra la vita vera e il telefono – che, con l’aria di chi ti sta svelando una verità illuminante, ti dice che spesso si è da soli anche in compagnia; un’affermazione cui l’unica risposta sensata sarebbe: “ma magari”. Poiché l’italiano è una lingua povera, “soli” è solo “soli”, e quindi la distinzione non la puoi fare all’interno dello stesso concetto, non puoi rendere la differenza tra alone, essere soli con accezione neutra, e lonely, esserlo con accezione desolata e involontaria. La differenza tra la beatitudine e la condanna. E infatti Solo di Baglioni dice quella cosa lì, della solitudine in compagnia. Ma mica la solitudine dell’io narrante desolato perché una anni fa lo ha lasciato e lui ancora ci pensa: la solitudine della poveracrista che l’ha sostituita, quella che probabilmente gli tiene la mano nel sonno “e se adesso suono le canzoni, quelle stesse che tu amavi tanto, lei si siede accanto a me, sorride, pensa che le abbia dedicate a lei”. Chissà se la poracrista è come se la immagina l’io narrante di Baglioni, ignara e contenta; o se è tale il sollievo di non essere la zitella al pranzo di Natale, di non essere quella cui le zie chiedono quand’è che si trova un bravo ragazzo, se tale è il condizionamento sociale che, pur consapevole che l’io narrante di Baglioni ama la ex, è disposta a tenerselo pur di non essere la rimastona alla quale in albergo chiedono quando arrivi suo marito e alla quale tocchi dire che la stanza matrimoniale l’ha prenotata per sé sola.

(Lo so che alla stanza per sé vi è venuta in mente Virginia Woolf, lo so che state pensando che in effetti quando alle donne era socialmente prescritto avere gente intorno il problema che si ponevano era quello di avere un posto senza gente tra le scatole e quindi forse sì, la solitudine è un’ambizione e non una condanna: sapevo che ci sareste arrivati, ho sempre avuto fiducia in voi, non ho mai pensato foste Fredo, giuro).

Che poi nessuno era più solo di Vito Corleone, costretto a fare erede il figlio isterico perché gli altri figli erano uno più scemo dell’altro. La solitudine del capo, la solitudine dell’atleta che taglia il traguardo, la solitudine della donna di successo al cui consorte smette di tirare appena lei comincia a guadagnare più di lui, la solitudine del genio incompreso, la solitudine della mamma che prende il cappuccino con le altre mamme fuori da scuola e quelle vogliono parlare solo di come ha osato la maestra non dire bravissimo al loro piccolo imperatore e lei vorrebbe parlare del nuovo libro di Yasmina Reza, la solitudine di quella che sta a dieta tutta la vita fantasticando di reincontrare quello che non la volle al liceo e di farlo pentire e poi quando lo reincontra lui è serenamente ingrassato e altrettanto serenamente lieto di rivederla e pronto a dimenticarsi di lei dopo un minuto. Marco se n’è andato e non ritorna più, e tu non hai più sedici anni e una canzone struggente da scriverci su.

Però non vorrei scambiaste queste mie righe per un tentativo di fare proseliti. Sospetto che neanche Epicuro volesse davvero convincervi a stare da soli. Sarebbe come convincervi ad andare alle Eolie a giugno: se poi ci andiamo tutti si affollano come ad agosto, e diventa un problema per noi felici poche che anche le vacanze preferiamo farle da sole. Non tengo a che la solitudine diventi un’opzione di maggioranza, giuro. Né a sentirmi compresa quando vi dico che preferisco la mia compagnia alla vostra: potete continuare a guardarmi pensando che serva un appartamento solo per il mio ego, altro che stanza tutta per me. Non voglio la vostra approvazione per il mio non aver fatto figli (Emanuele Salce racconta che, a sei anni, il marito di sua madre, un certo Vittorio Gassman, gli diceva: “Non hai una conversazione interessante, ne sei consapevole?”; non sto a dirvi come Vittorio Gassman sia l’unico personaggio pubblico al quale io abbia sempre voluto somigliare). Non voglio neanche che troviamo un punto d’incontro tra il vostro fare le vocette al cane e il mio ritenere un subFredo chiunque si metta in casa un animale (caso di estraneo che unisce al non avere una conversazione interessante il non diventare mai abbastanza adulto da pagarti la badante). Vorrei solo chiedervi: non è che m’insegnate a pronunciare Láthe biósas? Poi, appena ho imparato, torniamo ognuno a casa propria: io e la mia vita interiore a dormire in diagonale, e voi a dormire col cane, tenendogli la zampa nel sonno.

Guia Soncini (Bologna, 1972), scrittrice. Ha pubblicato, tra gli altri, «I mariti delle altre» (Rizzoli, 2013, Premio Forte dei Marmi), «L’era della suscettibilità» (Marsilio, 2021) e «L’economia del sé» (Marsilio, 2022). Il suo ultimo libro è «Questi sono i 50» (Marsilio, 2023).