L’ingresso del centro di salute sociale Ribaucare è nel cortile di un palazzo di mattoni rossi con le finestre a bovindo, affacciato sull’ampio Boulevard Leopold II nel quartiere di Molenbeek a Bruxelles. Questa zona dieci anni fa è stata dipinta dalla stampa internazionale come l’epicentro del fondamentalismo islamico in Europa, alcuni autori degli attentati di Parigi del 13 novembre 2015 erano partiti da qui. Il politico olandese di estrema destra Geert Wilders definì Molenbeek «la Striscia di Gaza dell’Europa occidentale».
Oggi è un quartiere stratificato, multiculturale, dove alcune aree se la cavano decisamente meglio di altre. Un ragazzo con la maglia a righe bianche e nere e la barba da hipster si affaccia alla finestra di un palazzo vicino per fumare, nel bar poco distante alcuni giovani consumano tè con le foglie di menta. «Molenbeek non è ancora molto gentrificata. Più in là c’è un grande ostello piuttosto sofisticato, poi un museo, alcuni bar. Ma se ti addentri trovi la Molenbeek tradizionale», racconta Stéphane Heymans, presidente di Ribaucare. Spiega che la scelta di dove aprire il centro è stata meditata: non distante dalla metro, in equilibrio tra la parte più ricca e quella più povera del quartiere. L’ideale tuttavia sarebbe stato un palazzo nelle strade interne, l’affaccio dell’ingresso su Boulevard Leopold II può far sentire esposto chi va in cerca di cure. Lo stradone è uno dei confini invisibili di questo quartiere, dove esiste un forte senso di territorialità. «Alcune persone dall’altro lato della strada non sanno nemmeno che noi stiamo lavorando qui, perché c’è il Boulevard e la gente non lo attraversa», racconta Stéphane.
Ci sediamo a parlare al tavolo della sala ricreativa di Ribaucare, addobbata con bandierine colorate e file di luci decorative. In questa stanza al lunedì sera c’è lezione di ginnastica; negli altri giorni ci sono corsi di yoga, di informatica, di cucina, di lingua francese. All’ingresso ho incrociato un papà che spingeva un passeggino e al piano di sopra vengono accolte persone con problemi di dipendenza da stupefacenti, soprattutto crack. Nel centro lavorano 45 persone e ogni anno sono offerti 15 mila consulti a persone di ogni strato sociale; il 30 per cento delle richieste per i medici di base arriva da migranti senza documenti regolari e da richiedenti asilo. Dietro un unico ingresso ci sono gli specialisti per medicina generale, pediatria, psicologia, trattamento delle dipendenze, pianificazione familiare ma anche mediatori culturali e mediatori del debito, che aiutano a far fronte alle difficoltà economiche di chi non riesce a pagare l’affitto.
«L’idea è di aprire la porta a ogni richiesta, anche solo di sedersi e bere un caffè», dice il presidente del centro. Non è semplice gestire una varietà di persone che vivono situazioni diverse. Me lo conferma Stéphane, raccontando cosa sta succedendo negli ultimi tempi a Molenbeek per l’aumento dei consumatori di crack, la droga dei poveri, e i problemi che si possono creare in una sala d’aspetto.
«Quando hai una famiglia che va dal dottore se c’è un tossicodipendente che si comporta in modo strano, che vuole vedere il medico molto velocemente, che non ha pazienza di aspettare, che può diventare aggressivo con le persone, poi può succedere che la famiglia non vorrà più tornare». Il traffico di droga a Bruxelles è un problema sociale e di ordine pubblico non da poco: due giorni prima dell’intervista con Stéphane alla fermata Clémenceau della metropolitana due uomini armati di kalashnikov hanno sparato in aria e poi sono fuggiti nei tunnel; qualche giorno dopo le rappresaglie legate allo spaccio si sono ripetute e un uomo è morto. Qui, inoltre, i consulti per la salute mentale in generale, non solo quella di chi ha problemi di dipendenze, sono uno dei servizi più richiesti. L’unico psicologo del centro deve barcamenarsi con una lunga lista d’attesa di pazienti, fino a quando non potranno permettersi di assumere un altro professionista.
Stéphane è un economista, non un medico. Prima lavorava con Médecins du Monde per i progetti in Belgio, poi l’ong internazionale ha dato l’impulso alla nascita di Ribaucare, nel 2021, con i soldi dei fondi europei per la regione di Bruxelles. Similmente all’Italia, le prime linee della sanità belga sono sguarnite e in molte zone non ci sono abbastanza medici di base. Il sistema sanitario è molto dispersivo, difficile da navigare per chi già vive delle difficoltà sociali. Il problema da risolvere nel quartiere era non solo aumentare l’offerta, mettendo più medici, ma anche semplificarla, riunendo in un unico edificio diverse risposte alle esigenze delle persone. Chi entra cercando un pediatra per il figlio finisce per iscriversi anche al corso di informatica e trovare lavoro. Qui ci si occupa di salute fisica, mentale e sociale.
Nella definizione di salute dell’Organizzazione mondiale per la Sanità sono menzionate tre dimensioni: fisica, mentale e sociale. Quella fisica è la più evidente, può anche sconfinare nell’ossessione dello stare in forma a tutti i costi. La dimensione mentale è da pochi anni entrata nel discorso pubblico anche italiano, talvolta in modo superficiale. La terza dimensione resta ancora un oggetto misterioso. La definizione di salute sociale che viene data in sede internazionale è l’adeguata quantità e qualità di relazioni in un determinato contesto che incontrano il bisogno dell’individuo di coltivare una connessione umana significativa. Curare le connessioni sociali non è una preoccupazione anacronistica, considerando che i sistemi sanitari europei sono in affanno e che dall’altra parte dell’Atlantico si è affermata l’agenda neotrumpiana del Make America Health Again con massicci tagli alle agenzie che si occupano di salute pubblica. Quest’anno, a febbraio, per la prima volta il tema della salute sociale è stato trattato nella riunione del consiglio esecutivo dell’Oms. La copertina della rivista americana The Atlantic dello stesso mese era dedicata a un’inchiesta dal titolo The anti-social century, sull’impoverimento delle relazioni interpersonali della società americana, arrivando a collegare la decadenza delle reti sociali al declino della democrazia. Ma come contribuisce la salute sociale alla salute fisica e mentale delle persone? Non è possibile immaginare la salute di una persona come un sistema isolato dalle variabili sociali, economiche, politiche che influiscono sulla vita di quella persona. La ricchezza delle connessioni significative con gli altri è uno dei fattori; alcuni altri sono facilmente immaginabili: reddito, istruzione, condizioni di lavoro, situazione abitativa.
Anche a Ponticelli, quartiere della zona est di Napoli, c’è un esempio di centro nel quale sono offerte cure che vanno oltre la salute fisica e mentale. L’ambulatorio fa parte del Programma Italia di Emergency, ha aperto nel 2015 e dallo scorso anno ospita un progetto sulle cure primarie con due medici di medicina generale dell’Asl locale. Nel 2024 sono state accolte oltre duemila persone. Più del 20 per cento degli accessi è di italiani; spesso sono abitanti del quartiere, habitué con cui si è stretto un rapporto nel corso degli anni. I pazienti hanno libero accesso per farsi misurare la pressione o venire informati su come tenere a bada il diabete, farsi medicare e togliere i punti – evitando di affollare i pronto soccorso già in sofferenza – ma anche per colloqui psicologici e per accedere a uno sportello sociale che li aiuta con pratiche amministrative, li indirizza per la ricerca del lavoro o di un alloggio. Ancora non ci sono corsi dedicati alla socializzazione, come accade a Molenbeek, ma Tetyana Zolotarova, la coordinatrice dell’ambulatorio, non esclude che in futuro non si riesca a organizzare qualcosa di questo tipo. Tetayna descrive Ponticelli come un quartiere disagiato da più punti di vista, mal collegato con i mezzi di trasporto pubblici, tanto che da anni hanno istituito un servizio di navetta gratuito che collega l’ambulatorio con via Firenze, una strada trafficata nei pressi della stazione ferroviaria Garibaldi. L’idea di aprire uno sportello sociale non è nata casualmente: «Lavorando con i pazienti con problemi sanitari spesso emergono altri problemi, perché un bisogno non cammina mai da solo». La sede dell’ambulatorio è curata anche dal punto di vista estetico e nella sala d’attesa al posto di avere file di singole sedie ci sono lunghe panche, che inducono alla prossimità fisica tra persone diverse tra loro. E anche qui, la porta per entrare è una sola. Marco Latrecchina, coordinatore dei progetti sociali di Emergency racconta che Ponticelli è solo uno degli esempi di aree delle grandi città italiane ed europee dove il bisogno non è limitato alla prestazione medica, ma è una necessità di vivere spazi accoglienti nei quali le persone possano essere ascoltate e conoscersi. «Lo vediamo anche altrove, a Venezia, a Milano: le grandi città stanno diventando dei luoghi sempre più difficili da abitare soprattutto per le persone in condizioni di fragilità». Tra i fattori che mi cita ci sono il fenomeno del turismo sproporzionato, l’aumento del costo della vita e soprattutto la diminuzione dei luoghi aperti in cui non è richiesto di consumare qualcosa per poter stare insieme. «Questa cosa – aggiunge – ha un impatto diretto sicuramente sulle reti sociali ma anche sulla salute individuale e collettiva delle persone, se la vediamo non solo come l’assenza di malattie ma anche come la possibilità di vivere una vita dignitosa».
A Ponticelli come a Molenbeek, il concetto alla base degli spazi dedicati alla salute in tutte le sue dimensioni è lo stesso, intuitivo e minimalista. Varcare un’unica soglia d’ingresso per prendersi cura dell’individuo nella sua interezza, non solo del diabete o dell’aborto farmacologico che ha chiesto di praticare o dei disturbi ossessivo-compulsivi, della rata del mutuo da rinegoziare, della dipendenza dal crack, della difficoltà nel fare conoscenza con persone della propria età, della sua solitudine.