C’è una ragazza che corre. È minuta, ossuta. Ha un cappuccio calato sul viso, la carestia l’ha spogliata all’estremo, ridotta a un’essenza. Corre sola, in pieno inverno, nella «terribile vastità della natura selvaggia». Indossa un paio di stivali rubati a un giovinetto morto di vaiolo, guanti di pelle e un mantello spesso appartenuti alla sua padrona. Sta scappando, la ragazza. Nata serva in Inghilterra, fugge da un insediamento di coloni inglesi nel Nuovo Mondo, in Virginia. La civiltà è oramai alle sue spalle: anche Bess, la bambina malata di cui si è sempre presa cura e che ha dovuto abbandonare quando un’epidemia ha iniziato a devastare la comunità che ha deciso di rinnegare. I suoi ricordi sono insanguinati, avvelenati d’odio e compassione. Inizia così Nel vasto mondo selvaggio, romanzo della scrittrice statunitense Lauren Groff edito da Bompiani nella splendida traduzione di Tommaso Pincio.
Tre volte finalista al National Book Award, annoverata nell’elenco dei migliori giovani romanzieri americani di Granta nel 2017, Groff torna in Italia con una storia che ci riporta alla notte dei tempi: una ragazza sola cerca di sopravvivere in una terra devastata, popolata da lupi, predatori, coloni scellerati, stupratori. «Gli uomini che potrebbero essere ovunque». La sopravvivenza della ragazza è quella delle sue simili, delle sue antenate e di quelle che verranno. «Il mondo, la ragazza lo sapeva, era peggio che crudele – scrive Groff – Era indifferente».
Conversiamo scrivendo l’una all’altra tra l’Italia e il Canada, precisamente dalla carrozza di un treno che sta portando Groff da Montréal a Québec, direzione un festival del libro. «È un immenso sollievo essere lontano per un po’ dal disastro del mio paese – mi scrive. «Sento una tregua momentanea dalla fine del mondo».
Ho seguito la tua ragazza sin dal primo istante. Mi sono fatta strada insieme a lei sui solchi ghiacciati, tra gli steli di mais morti e già neri come il carbone nella completa devastazione.
«Più veloce, ragazza, si disse»: e noi lo ripetiamo con lei. Dove nasce, dentro di te, il desiderio di raccontare questa fuga?
Questo libro ha molti inizi: quando da bambina rileggevo compulsivamente My Side of The Mountain, un libro che racconta di un bambino che vive in un albero cavo; quando ho riletto Robinson Crusoe da adulta e ho realizzato che era una lucida vivisezione della mente di un uomo inglese dell’epoca di Defoe; quando, all’università, lessi i primi racconti americani di prigionia scritti da donne: rimasi impressionata dalle loro orribili e strazianti sofferenze e allo stesso tempo sconcertata dalla palese propaganda per cui questi racconti venivano usati; infine, nel 2012, quando ho aperto una rivista storica chiamata Smithsonian Magazine e ho letto che nel primo insediamento inglese permanente del Nord America, Jamestown, gli archeologi avevano dissotterrato le ossa di una ragazza di quattordici anni scoprendo prove di macellazione, quindi di cannibalismo.
La tua protagonista sembra subito stringere un patto con il vasto mondo selvaggio a lei ignoto. Un patto feroce, che non lascia spazio né via di fuga: non c’è tempo, lei deve decidere e imparare tutto da sola. Non ha armi né utensili, impara a nutrirsi pescando e cacciando, a governare il fuoco e a curarsi. «Per mia sorella, Sarah» si legge nella tua dedica. Cosa ha significato immaginare questa ragazza e poi correre con lei verso l’ignoto selvaggio mentre scrivevi?
Volevo invertire la narrazione tossica sulle frontiere che ha portato il mio paese alla rovina, quella secondo cui un uomo solitario affronta la natura e gli indigeni come nemici. Così ho messo una giovane donna, minuta e analfabeta, al centro del mio libro. Ho provato una grande gioia nell’inserire con astuzia dettagli sulla Londra elisabettiana – William Shakespeare fa un cameo anonimo – e col tempo, attraverso la forza della vita della ragazza e il modo in cui reagisce alle esigenze del mondo in cui viaggia, la sua personalità mi è diventata chiara. Volevo anche che questo libro fosse, in un certo senso, una testimonianza dell’incredibile forza e ferocia di mia sorella minore. È un’atleta, ha gareggiato due volte alle Olimpiadi nel triathlon e ora partecipa – e vince – agli Ironman. Mi ha sempre lasciato perplessa il fatto che questa persona che mi somiglia così tanto sotto molti aspetti abbia scelto una vita di dolore fisico: ho messo una ragazza nei boschi, in un certo senso, per vivere accanto a mia sorella senza dovermi allenare come lei.
Da una parte c’è la tua ragazza senza nome, o meglio senza alcun nome vero se non quelli che gli altri le attribuiscono, e dall’altra ci sono “gli uomini”: «…perché il pensiero di quei due uomini risvegliò in lei quello di altri uomini nascosti là fuori che la aspettavano». E poi: «anche un uomo buono era più letale del peggiore degli orsi»; «un orso selvatico sarebbe stato ben più spietato e brutale, come ogni altra cosa in quella terra oscura. Avrebbe attaccato con una ferocia di proporzioni inimmaginabili. E gli uomini erano anche peggio». È una minaccia potente quella che sentiamo dalle tue parole, una moltitudine innominata ma universale che attraversa spazi, epoche: gli uomini di allora e quelli di oggi…
Volevo contrastare l’idea prevalente e francamente suprematista bianca secondo cui i nemici dei coloni europei erano la natura e le popolazioni indigene: i veri nemici erano gli europei stessi e la violenza che alberga nel cuore degli uomini. Non credo che sia assente nemmeno nelle donne, ma il testosterone è una droga terribile. Se i nostri politici fossero madri o svolgessero professioni codificate al femminile come maestre d’asilo e bibliotecarie, saremmo molto più organizzati e molto meno selvaggi di quanto lo siamo oggi.
Nel tuo vasto mondo selvaggio non sono solo gli uomini a cercare di prendere il sopravvento, ma soprattutto la natura. E ci riesce: «…e sebbene li immaginasse come gli occhi ostili degli uomini, erano in realtà gli occhi della foresta che osservava questa nuova creatura con il respiro affannoso». È un’immagine luminosa e potente con cui fai desiderare ai lettori un mondo incontaminato. Soprattutto, sembri voler farci sentire piccoli e umili di fronte alla natura selvaggia e a ciò che fortunatamente non possiamo controllare. È stata per te, nel corso della tua vita, una sorta di epifania, una rivelazione, o è una presa di coscienza fin dalla giovinezza?
Ho avuto una lenta e crescente epifania, lontana dalle convinzioni della mia infanzia che mi sono state trasmesse dalla religione, secondo cui l’uomo è la creatura più vicina a Dio. Non credo più in questa gerarchia: credo che sia invece la radice dell’apocalisse ambientale che stiamo vivendo. Se solo ci considerassimo un unico filo, uguale ma non migliore del resto della natura – uguali alla balena, al colibrì, all’ameba – ci prenderemmo cura della Terra, invece di imporci su di lei. Libri come The Overstory di Richard Powers e Braiding Sweetgrass di Robin Wall Kimmerer sono stati essenziali per me in questa nuova comprensione.
La rabbia femminile, la libera espressione della propria rabbia in quanto donna, è da sempre un tema a te caro. La ritroviamo nella tua protagonista, la sentiamo sulla nostra pelle, ma c’è in lei anche una compassione universale, la pietas degli antichi: penso a quando contempla per un attimo il mezzo pesce che giace ai suoi piedi, a quando sente una fitta al cuore dopo aver scelto di uccidere l’anatra femmina perché più piccola da trasportare e sfinita dalla deposizione delle uova. Mentre assistiamo ad avanguardie spesso folli nel campo della tecnologia viviamo con il costante senso di fragilità dovuto a una devastazione sempre più imminente causata dal cambiamento climatico: pensi che sia quella pietas che potrebbe salvarci?
Credo che la misericordia e la compassione – quella empatia così profonda che sentiamo nel nostro corpo, manifestata come pietas – siano le uniche cose che tengono a freno l’ambizione e la violenza dilaganti nell’essere umano. La rabbia non è sempre distruttiva come un incendio boschivo: può essere chiarificatrice come un laser chirurgico se usata nel modo giusto.
A proposito di rabbia, c’è una scena molto potente e coraggiosa: le donne Powhatan, le indigene «in quei tempi senza Dio», uccidono un soldato della prima ondata di coloni che aveva violentato una delle loro ragazze. Dopo averlo circondato in silenzio, lo zittiscono con un cappio, lo legano nudo come un bambino, gli danno fuoco ai piedi e lo scuoiano con gusci d’ostrica affilati, tagliandogli le palpebre «per costringerlo a guardare quello che gli stavano facendo». Cosa ha suscitato in te la scrittura di questa scena e quale pensi che sia la sua eco nel nostro presente in cui la rabbia femminile è di nuovo scarnificata, tematizzata, giustificata?
Ho trovato prove di una scena molto simile a questa nei resoconti di prima mano di Jamestown, ma ovviamente era raccontata dal punto di vista dei coloni come prova di una barbarie, in contrapposizione all’evidenza del male profondo che gli stessi coloni avevano portato con sé e imposto alla popolazione del luogo. Ho capito subito che quella scena sarebbe finita nel mio libro.
Ci sono però anche barlumi di sorellanza in queste tue terre selvagge. Penso al personaggio della padrona, che stringe con la ragazza una sorellanza silenziosa, fatta di piccoli gesti, ma che alla fine tradisce, o meglio rivela l’amara verità come una vecchia saggia, usando la lingua come un pugnale. È la stessa donna che in quelle terre desolate, dopo aver pianto in ginocchio sul ghiaccio, mangia il cervello della figlia appena morta. «Hai sofferto», dice alla protagonista dopo aver saputo che suo figlio l’ha violentata insieme a un gruppo di amici, «ma ti sia di conforto sapere che hai sofferto ciò che una donna soffre ogni giorno. Non pensare nemmeno per un attimo che io stessa non abbia conosciuto quel destino». È come se volesse dirci: veniamo tutte da lì, tutte cadremo lì, tutte finiremo lì…
La padrona è un essere umano complesso, una donna che ha sofferto molto. Non è abbastanza forte da resistere a quel dolore per conto di altre persone. È egoista e avida, e allo stesso tempo è l’unica madre che la ragazza abbia mai avuto. Anche le donne sono imperfette: in questo senso c’è bisogno di molto impegno per resistere alle narrazioni dannose che la civiltà occidentale ci impone.
In questa infinita devastazione ho sentito anche un forte senso materno, una riflessione sulla maternità che torna all’ancestrale senza essere totalitaria né reazionaria. Penso alla tua frase: «Perché era indubbio che le madri, avendo già perso la loro libertà dando alla luce un figlio, essendo legate alla terra a causa di quel tenero corpicino che ora dovevano proteggere per sempre, fossero le uniche a comprendere il delicato equilibrio tra il prezzo della libertà e il prezzo della vita dei loro figli».
Credo che abbiamo interpretato male la Genesi per così tanto tempo da esserci avvelenate: invece di dominio, che a mio avviso è nutrimento, come la maternità, abbiamo trafficato in dominazione. Abbiamo affrontato il mondo con la forza, non con l’amore. Il crollo della gerarchia secondo cui gli esseri umani sono i più vicini a Dio sta riscrivendo la nostra relazione, sta introducendo una visione più materna nel modo in cui trattiamo il mondo.
Nel tuo romanzo c’è soprattutto una ragazza nel tempo perduto e selvaggio della giovinezza: cosa pensi delle ragazze di oggi, in particolare in America? Proprio nella tua terra natale, la Florida, è entrata in vigore una delle normative più dure sulla regolamentazione dell’aborto.
Provo dolore per le ragazze in Florida e per tutte le ragazze americane. Gli viene ripetuto più e più volte che non sono padrone del proprio corpo, che sono solo macchine per fare figli. I progressi che le donne hanno fatto negli ultimi duecento anni vengono spazzati via dall’avidità degli uomini. Sono furiosa, devastata. Siamo state messe alle strette, e ora è il momento di combattere.
«Vorrei essere di nuovo una ragazza, per metà selvaggia e coraggiosa, e libera… Perché sono così cambiata?». Le parole di Catherine in Cime Tempestose sono risuonate in me leggendo le tue pagine. Cos’è per te la natura selvaggia oggi?
Qualsiasi luogo in cui gli esseri umani si confrontano con la propria piccolezza e mortalità. La natura selvaggia può essere il cosmo, lo spazio grigio e protetto del lutto dopo la morte di una persona cara; può essere interiore, o esteriore. La sfida dell’essere vivi è rimanere attivi e coscienti di fronte alla grande gloria e alla sorprendente brevità della vita. In America siamo così intorpiditi dalla disinformazione, dal fatto che i nostri media siano posseduti da miliardari che cercano solo di aumentare le loro orde di denaro, da un’idea smisurata delle nostre vite, da un egoismo guidato dalla narrazione, che non ci confrontiamo nemmeno più con le idee esistenziali. Siamo persi nella foresta e riusciamo a vedere solo i nostri piedi.
Mentre il suo viaggio volge al termine la tua ragazza decide che «si sarebbe data un nome nuovo, nato dalla sua lotta in quella nuova terra». Ma poi la febbre e l’estenuante cammino cancellano l’idea dalla sua mente. Carla Lonzi nel 1971 esortava le donne scrivendo «Io sono io, io dico io». Nella rinuncia della tua ragazza c’è anche la continua lotta per l’identità femminile, al di là dello spazio e del tempo?
Direi di sì. C’è un potere enorme nel dare un nome; basti pensare alla Genesi nella Bibbia. Dare un nome serve a prendere potere, a conferire potere, a delineare dove risiede il potere. Quando diamo un nome a un bambino, diciamo: «Questo bambino ci appartiene». La ragazza prende potere su sé stessa alla fine del libro, ma, più profondamente, forse ne rifiuta completamente l’idea scegliendo, forse, di vivere senza nessuna forza.
L’assetto politico degli Stati Uniti del 2023, l’anno in cui è uscito Nel vasto mondo selvaggio, è diverso dal nostro presente. Il passato che racconti sembra riaffiorare, e con le assonanze che letteratura sa creare anche oggi il tuo paese sembra vivere in un’epoca di sopravvivenza.
Ho visto l’oggi arrivare da molto lontano; ho visto la violenza ribollire contro i vulnerabili, la violenza che i ricchi e i potenti sentono di avere il diritto di mettere in atto. Segretamente sono una survivalista, ho esortato tutte le persone che conosco – che sono unanimemente istruite, gentili e pacifiche – a prepararsi a un periodo di grandi sconvolgimenti. Non c’è nessuna soddisfazione nel vedere che tutto ciò si sta davvero avverando nel mio paese. È la prova di un estremo impoverimento collettivo dell’anima.
L’anno scorso hai aperto la libreria The Lynx a Gainesville, in Florida, dove è entrato in vigore il divieto di diffusione di opere considerate scomode e persino censurabili. Cosa è successo dall’apertura?
Lo scorso anno 4.561 titoli sono stati vietati nello stato della Florida, nelle scuole pubbliche e nelle biblioteche pubbliche, che devono adeguarsi perché ricevono denaro pubblico. Come disse Heinrich Heine nel 1829, «nei luoghi dove i libri sono proibiti, un giorno gli uomini bruceranno la gente»: in seguito i nazisti gli diedero ragione, bruciando proprio i suoi libri. The Lynx è una libreria privata e indipendente che vuole essere un luogo di resistenza all’interno del mondo degli affari tanto amato dai repubblicani. Possiamo vendere e celebrare i libri proibiti perché non accettiamo denaro pubblico. Abbiamo un’ala no profit che ha distribuito libri per un valore di oltre 40 mila dollari dallo scorso maggio. Questa libreria è una grande benedizione, un amplificatore di comunità. Stiamo lavorando duramente per fare ancora di più.
Hai scritto online: «Il mondo sta bruciando; le persone più crudeli ci stanno portando via cose senza alcun motivo se non quello di rendere le nostre vite più facili e più belle. Mi aggrappo a barlumi di luce ovunque li trovi». Dove sono, ora, i tuoi barlumi di luce?
Oggi li ho trovati nel risvegliarmi da un sonno profondo in una splendida camera d’albergo dopo alcune notti d’insonnia; nell’osservare la campagna del Québec che scorreva davanti ai miei occhi, fuori dalla finestra; nella nuova amicizia appena nata con l’editor canadese; nella mia tregua dell’essere in Canada e non in Florida; nel sapere che per ogni crudeltà intenzionale e per ogni atto di avidità gli uomini che stanno rovinando il mio paese stanno rovinando anche la loro stessa anima. Penso spesso a Dante in questi giorni: sto costruendo il mio Inferno per loro. È una grande soddisfazione, anche se continuano a sfuggire senza conseguenze. Penso ai miei splendidi figli: sono un barlume così luminoso che a volte faccio fatica a vedere il resto del mondo.