Nell’umida controra invernale di Bruxelles le vetrine di rue d’Aerschot sono quasi tutte deserte, le trousse con i pennelli e i trucchi lasciate semiaperte sugli sgabelli da bar rivolti verso il marciapiede. In poche eccezioni sono occupati da donne svestite che svogliatamente guardano lo schermo dello smartphone, fumano una sigaretta e non fanno caso a chi cammina dall’altra parte del vetro, agli operai che riparano la strada, a chi porta le borse della spesa. A loro volta i passanti non le notano più di tanto, non ci sono turisti, nessuno gira in gruppo per l’addio al celibato dell’amico.
Sul lato opposto alle vetrine nelle quali si offrono servizi sessuali notte e giorno corrono i binari della stazione nord. Schaerbeek è un’area di Bruxelles nota per la presenza di queste attività ma non è un’attrazione come il distretto a luci rosse di Amsterdam.
I locali con gli sgabelli in vetrina sembrano più dei centri estetici di periferia. La parallela di rue d’Aerschot, rue de Brabant, è l’arteria di un quartiere multietnico che non si è arricchito, con le bancarelle dei negozi che espongono ciabatte di gomma, pantofole, valigie, giocattoli di plastica, tappeti, tute, fiori finti.
Dal 2022 chi affitta gli spazi per offrire sesso a pagamento non commette più reato. Quell’anno il Belgio è diventato il primo paese in Europa a decriminalizzare la prostituzione. Nel dicembre 2024 è diventato il primo al mondo a varare una legge che fissa le condizioni alle quali i lavoratori e le lavoratrici sessuali che svolgono atti fisici possono essere assunti con un regolare contratto da sex worker. «Prima di questa legge l’unico modo per essere registrati come sex worker era da lavoratore autonomo ma, come sappiamo, il lavoratore autonomo non è ben tutelato, qualsiasi sia il tipo di lavoro», racconta Marianne.
Incontro lei e Daan in un ufficio al piano terra di un palazzo che si trova quasi alla fine della lunghissima rue d’Aerschot. È la sede di Utsopi, l’unione belga dei lavoratori e delle lavoratrici sessuali, un’organizzazione politica che si occupa dei diritti dei sex worker, rinsaldando i rapporti all’interno della comunità, dialogando con le istituzioni nazionali e locali e con il resto della società. Un sindacato composto solo da persone che svolgono o hanno svolto lavori sessuali. Marianne e Daan sono i responsabili delle questioni politiche e di rappresentanza. Spiegano che il cambiamento principale consiste nel fatto che, mentre prima in alcuni posti i sex worker erano lavoratori dipendenti ma i loro contratti venivano registrati sotto altre voci, per esempio come cameriera, adesso si può essere assunti come sex worker e ricevere le protezioni specifiche previste dalla nuova legge. Nel testo sono previste tutele per la salute fisica e mentale e la sicurezza personale, oltre a permessi per malattia, congedi di maternità, previdenza e le altre condizioni tipiche dei lavoratori dipendenti.
La risposta alla questione della presenza della prostituzione nelle società è far diventare il lavoro sessuale un mestiere impiegatizio? Gli stessi rappresentanti di Utsopi mettono le mani avanti e spiegano che non può esistere una soluzione unica valida per tutti. «Sarebbe riduttivo», dicono, non esiste un solo tipo di persona che fa questo lavoro, le situazioni sono molte e diverse tra loro. «Alcuni di noi preferiscono essere impiegati, altri non essere registrati affatto e lavorare in nero. Alcuni lo scelgono, altri no». All’inizio della nostra conversazione ho chiesto a Daan e Marianne chi è il, la sex worker belga: mi hanno risposto che un identikit è impossibile. Rapportarsi a questa realtà con idee stereotipate è fallimentare, in quanto «ci sono persone che vivono in situazioni davvero precarie, altre invece molto privilegiate e tutto quel che si trova nel mezzo». «Ma è anche vero – aggiunge Daan – che una larga maggioranza di sex worker finisce per diventarlo perché non ha molta scelta. Questa è spesso la conseguenza di una mancanza di opportunità».
È ancora troppo presto per un bilancio completo degli effetti delle nuove regole ma Daan riferisce un caso che gli è capitato di prendere in esame un paio di settimane prima, che spiega come già alcuni effetti della decriminalizzazione del 2022 si stiano manifestando. È stato contattato da una sex worker di Gand, una persona transgender che stava per sottoporsi a un’operazione chirurgica per il cambio di sesso. Al momento era assunta come massaggiatrice e in quanto tale dopo due mesi di convalescenza il medico le avrebbe dato il permesso di tornare a lavorare, ma essendo in realtà una lavoratrice sessuale aveva bisogno di più tempo e la sua compagnia assicuratrice avrebbe dovuto saperlo per estendere la copertura. Su suggerimento di Daan questa persona ha chiamato gli assicuratori, ha provato a spiegare come stavano realmente le cose e in maniera molto pragmatica la situazione è stata risolta. «È incredibile come solo quattro anni fa un esito del genere sarebbe stato inimmaginabile», dice, sottolineando come la decriminalizzazione abbia contribuito ad allentare agli occhi delle altre persone il pregiudizio che sottende l’equazione tra lavoratore sessuale e criminale.
L’idea stessa che il sesso a pagamento possa essere definito un lavoro è respinta con forza, però, da qualcuno che si oppone completamente al modello belga. Non si tratta di un movimento bigotto nato in seno all’ultradestra europea o di una setta di fanatici religiosi.
«In Cap International, siccome riconosciamo la prostituzione come una forma di violenza contro le donne, non utilizziamo il termine sex worker poiché per noi è un termine ideologico che mira a promuovere un certo approccio alla prostituzione». Héma Sibi è la direttrice esecutiva di Cap, la Coalizione per l’abolizione della prostituzione, una federazione di trentacinque associazioni nate dal basso e guidate da persone che si sono tirate fuori dal giro della prostituzione, che operano in ventotto paesi aiutando in diversi modi le donne vittime di sfruttamento sessuale. «Quando diciamo che è un lavoro – continua Héma – non parliamo della violenza. Non parliamo di come i compratori di sesso stuprano, di come i compratori di sesso abusano delle donne. Non parliamo di come i papponi trafficano e sfruttano le donne». Che cosa dire, allora, delle persone che si definiscono sex worker? Il punto di vista di Héma è che la maggioranza delle donne nel sistema della prostituzione è sfruttata, quindi «una minoranza può descriversi sex worker, e lo rispettiamo, ma noi crediamo che le leggi debbano proteggere la maggioranza».
Secondo Cap la legge varata a dicembre a Bruxelles è una battuta d’arresto per i diritti di chi si prostituisce e di tutte le donne, perché attribuisce l’autorità di un datore di lavoro a degli sfruttatori. Un modello alternativo esisterebbe ed è quello abolizionista, detto anche di decriminalizzazione parziale: da una parte creare delle vie d’uscita dalla condizione di sfruttamento per le vittime, dall’altra provare a stroncare la domanda di sesso a pagamento. Di conseguenza, considerare come criminali i proprietari dei bordelli, gli sfruttatori e i compratori di servizi sessuali, non chi li offre. Héma porta come esempio la legislazione in vigore in Francia, che prevede l’utilizzo dei beni confiscati ai trafficanti per finanziare i percorsi di uscita dallo sfruttamento delle donne che si prostituiscono.
L’idea di abolire la prostituzione, contenuta nel nome della federazione, potrebbe essere considerata massimalista ma a Cap International sono abituati a questa obiezione, che liquidano rispondendo che il loro approccio è lavorare per creare le condizioni affinché una persona non debba scegliere tra la povertà e la violenza. «Le diciannovemila donne che sosteniamo – rimarca Héma – ci dicono che fare sesso con degli sconosciuti in modo ripetitivo, quando non provi desiderio, quando sei psicologicamente, fisicamente, socialmente, economicamente costretta a fare sesso con loro è una forma di violenza. Noi vediamo l’impatto che ha sulla loro salute».
Daan di Utsopi aveva invece detto che uno dei principali vantaggi della legge belga sui contratti di lavoro per sex worker riguarda proprio la salute. «Le infezioni sessualmente trasmissibili sono riconosciute come malattie professionali», ha sottolineato, quindi il governo belga provvede ai permessi per malattia, ai controlli e ai trattamenti, così come accade per chi lavora nel settore edile e si rompe un braccio sul lavoro. La decriminalizzazione stessa, secondo Daan, porta a una riduzione del rischio di contrarre infezioni, perché implica un aumento dei controlli. Non si tratta solo di salute pubblica: posto che i fattori economici e sociali che spingono verso l’esistenza del lavoro sessuale restano in piedi, non decriminalizzare equivale a far finire ogni aspetto di questo fenomeno fuori dai radar, incluso lo sfruttamento. Organizzazioni del terzo settore e le stesse forze dell’ordine avrebbero maggiore difficoltà nell’intercettare chi ha bisogno di essere aiutato.
Le nuove regole hanno portato Utsopi a tenere seminari per medici, poliziotti, personale amministrativo e professionisti per sensibilizzarli sul sex work, per aiutarli a rapportarsi con questa parte riemersa della società. «Ovviamente è ancora difficile farlo, ma meno di quanto lo fosse qualche anno fa perché la mentalità e il modo collettivo di vedere i sex worker sta cambiando, anche grazie alla legge», raccontano Daan e Marianne: «Dalla nostra prospettiva, noi lavoriamo in modo pragmatico. Qualunque cosa tu possa pensare della sessualità, del vendere servizi sessuali, è un fatto che alcune persone debbano sopravvivere economicamente e scelgano di fare del sex work per riuscirci. Alcune odiano questa attività, altre la trovano una professione soddisfacente. Esiste ogni tipo di realtà, ma tutti hanno bisogno di sicurezza e tutti hanno bisogno di vedersi riconosciuti dei diritti». Mi raccontano una storia recente, nella quale hanno preso parte in tribunale: un uomo aveva annullato il pagamento elettronico dopo aver ricevuto la prestazione sessuale da parte di una donna. L’uomo è in prigione, con una condanna per stupro, perché la legge per la decriminalizzazione ha fatto riconoscere che la donna aveva acconsentito al sesso solo a condizione del pagamento, senza transazione è diventata una violenza sessuale.
Tutti, indipendentemente dal modello legislativo che reputano preferibile, sono concordi nel condannare lo sfruttamento sessuale. Ma Héma non ci sta a considerare accettabile la prostituzione come un lavoro e questo porta il suo ragionamento verso una direzione che per lei è logica: «Non esistono desideri sessuali talmente insopprimibili che la società debba organizzarsi per soddisfarli». La nostra conversazione da remoto, io in Italia e lei in Francia, si è tenuta solo qualche giorno prima della notte degli Oscar, prima che la comunità dei sex worker venisse ringraziata dal regista Sean Baker e dall’attrice Mikey Madison nei discorsi di accettazione per i premi vinti con il film Anora, la storia di una spogliarellista. «Lo so che nella società di oggi, nei media mainstream, sui social media, è molto più trendy parlare di sex work. In qualche modo ci consente di chiudere gli occhi davanti allo sfruttamento», riflette Héma. Qualcuno potrebbe sostenere esattamente l’opposto, e il che cosa fare con la prostituzione rimarrebbe comunque un tema così frammentato che entrambi potrebbero convincerci e non convincerci allo stesso modo, nello stesso momento.