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La resistenza ucraina degli scampoli di lana

L’identità artistica dell’Ucraina è stata cancellata dai sovietici con la persecuzione degli artisti, la distruzione delle opere, la repressione dei movimenti. Ora i russi sono tornati e di nuovo hanno colpito i simboli e gli autori di questa identità, la cui esistenza è intollerabile per Mosca. A Milano arrivano le opere di Lyubov Panchenko e Polina Rayko, manifesto di sopravvivenza

Mykhailo Boychuk, Alla Horska, Ada Rybachuk, Volodymyr Melnychenko, Lyubov Panchenko, Olga Rapay-Markish, Ivan-Valentyn Zadorozhny, Polina Rayko: sono artisti ucraini i cui nomi non vi diranno quasi nulla, non perché non abbiano creato nulla di valore, ma perché sono stati o uccisi o silenziati o oscurati. Assieme ai loro nomi, nel dimenticatoio è finita anche la loro arte. Dall’inizio dell’instaurazione del regime sovietico negli anni Venti, l’arte con una minima ispirazione ucraina è stata bollata come «nazionalista», «quella che non rispetta le norme socialiste», «quella che si scosta dalla linea artistica del partito». L’ombra ingombrante e grigia prima dell’Impero russo sulla letteratura ucraina, poi del regime sovietico su tutta l’arte ucraina ha soffocato, ha mutilato e ha plasmato l’immagine dell’arte ucraina. Studiando la storia dell’arte ucraina, sembra davvero un miracolo che sia arrivata ai giorni nostri.

Mykhailo Boychuk, il fondatore dell’arte monumentale ucraina e della scuola che porta il suo nome, il “boychukismo”, con studi completati a Parigi, Vienna e Cracovia, è stato fucilato nel 1937 assieme a due suoi studenti, accusati di spionaggio e di azioni controrivoluzionarie, in quanto i contadini dei quadri di Boychuk per i servizi segreti sovietici assomigliavano troppo ai santi. Le opere di Boychuk sono state distrutte, solo alcune sono arrivate ai giorni nostri, grazie a una delle sue studentesse, Yaroslava Muzyka, risparmiata dalle purghe staliniane, che le ha nascoste a casa sua, tra due pareti.

Le idee di Boychuk sono state riprese dagli artisti degli anni Sessanta, in quel frangente della storia chiamato anche «Il disgelo di Kruscev». Ispirati alle pagine storiche della Rus’ di Kyiv, al periodo dei cosacchi e al folclore e la natura ucraini, gli artisti danno vita a nuovi stili, che vengono presto definiti “antisovietici” e che arriveranno al pogrom dell’intellighenzia ucraina all’inizio degli anni Settanta. Alla Horska, la più celebre pittrice della sua generazione, l’autrice del Falco a Mariupol, è stata uccisa nel 1970, gli altri sono stati semplicemente silenziati, mandati a lavorare nelle fabbriche come Lyubov Panchenko, che disegnava modelli di vestiti, e Olga Rapay-Markish, che disegnava statuette di ceramica. Il padre di Olga, lo scrittore ebreo Peretz Markish, è stato fucilato nel 1952 accusato di nazionalismo ebraico; nel 1937, quindici anni prima, era stato fucilato il suo patrigno, il linguista ucraino Borys Tkachenko, accusato di nazionalismo ucraino.

Nel 1964, la notte prima dell’inaugurazione, i servizi segreti sovietici distruggono la vetrata dedicata ai 150 anni dalla nascita di Taras Shevchenko, il sommo poeta ucraino, progettata da Alla Horska e i suoi colleghi. Nel 1981 su ordine del partito la parete viene ricoperta di cemento: era lunga duemila metri con 24 elementi disegnati, nel cimitero di Baykove a Kyiv – tredici anni di lavoro di una coppia artistica, Ada Rybachuk e Volodymyr Melnychenko, accusati di non rispettare le norme dell’arte socialista.

Con l’arrivo dell’indipendenza dell’Ucraina dall’Unione sovietica e dopo aver superato la crisi degli anni Novanta, l’arte ucraina entra in una nuova fase, che vuole non soltanto levare le catene e trovare la propria strada, ma anche recuperare le pagine perse. Gli anni dell’indipendenza sono anni di apertura degli archivi, di riscoperta dei nomi sconosciuti perfino per gli ucraini a causa della politica del silenzio. Arrivano le prime mostre personali degli artisti che erano stati silenziati, arrivano nei musei ucraini le opere degli artisti emigrati come Oleksandr Arkhypenko, il fondatore del cubismo in scultura, e di Yakiv Gnizdovsky, le cui grafiche erano appese alle pareti dell’ufficio di John F. Kennedy alla Casa Bianca.

In questa nuova effervescenza, alimentata dalla voglia di affermare la propria identità artistica, il regime, questa volta russo, è tornato di nuovo a cancellare l’arte ucraina. Nel marzo del 2022, un missile russo distrugge il museo della pittrice Mariya Prymachenko a Ivankiv; il maggio successivo un missile russo distrugge il museo del filosofo ucraino Hryhorii Skovoroda nel paesino di Skovorodynivka, nei pressi di Kharkiv; nella primavera del 2022, durante l’assedio di Mariupol, un missile distrugge il mosaico Il Falco di Alla Horska; il centro storico di Odessa, patrimonio culturale Unesco, in parte costruito dagli architetti italiani Giovanni Frapolli e Francesco Boffo, è stato danneggiato da un attacco russo nel luglio del 2023.

Resistere all’invasione russa significa anche proteggere tutto il patrimonio artistico ucraino, le nostre radici, la nostra cultura, la storia sulla quale si basa il nostro presente e pure il nostro futuro, minacciato da una guerra d’invasione. L’arte ucraina, unica e originale, è la personificazione della storia ucraina. Raccontare l’arte ucraina, raccontare la storia e i nomi degli artisti diventa un atto di sopravvivenza, di manifestazione della vita che vince sulla morte ormai da dieci anni, dall’inizio dell’aggressione militare russa. Per dieci giorni a novembre, a Milano allo Spazio Brera, si aprirà una pagina nuova della storia dell’arte ucraina: grazie alla dedizione dell’Ukrainian Institute, verranno esposti per la prima volta all’estero i collage della pittrice ucraina Lyubov Panchenko (1938-2022): alcuni suoi quadri sono andati perduti nell’attacco russo a Bucha e l’artista stessa, che aveva ottantaquattro anni, non è sopravvissuta all’occupazione russa della sua città, ed è morta in ospedale il 30 aprile del 2022 per denutrizione e sfinimento.

Lyubov Panchenko appartiene alla generazione degli artisti degli anni Sessanta: abile pittrice non aveva a disposizione i soldi per comprarsi i colori, per questo raccoglie gli scarti di lana rimasti dopo la cucitura dei cappotti nella fabbrica in cui lavora, e comincia a creare dei collage attaccandoli al cartone pressato. L’occhio della pittrice crea delle linee sottili, ombre e luci, espressioni dei personaggi dei quadri solo grazie a stoffa, colla e forbici. Lo sguardo unico e l’approccio moderno, dovuti anche all’atmosfera di quei tempi, ritraggono la bellezza della natura ucraina, la sensibilità delle donne e della maternità, sempre con elementi tradizionali ucraini. Panchenko passa gli anni sovietici in mezzo a molte difficoltà anche perché aveva fatto parte del Club della gioventù creativa, chiuso e represso dal regime sovietico. Solo dopo il 1991, Lyubov Panchenko ha potuto inaugurare la sua prima mostra privata nella capitale ucraina.

Alla mostra di Milano, che si intitola I colori spenti, partecipa anche un’altra pittrice, la cui arte, al contrario di quella sopravvissuta di Panchenko, non potrà essere presentata fisicamente: è andata distrutta nell’inondazione seguita all’esplosione della diga di Kakhovka, nel giugno del 2023. Il mondo di Polina Rayko (1928-2004), popolato da animali fantastici, angeli e gufi disegnati sulle pareti di casa sua, è stato scrostato dall’acqua e dal fango che hanno sommerso la sua casa a Oleshky.

Due donne, la cui arte e la cui sorte è stata segnata dalle politiche di Mosca, arrivano a Milano come manifesto della resistenza artistica ucraina, ieri, oggi e domani. L’arte ucraina è viva ora più che mai, nelle sue diverse forme è il promemoria di ciò che siamo, e di ciò che vogliamo rimanere.

Yaryna Grusha (Yampil, Ucraina, 1986) è autrice, traduttrice. Insegna Lingua e letteratura ucraina alle università di Milano e Bologna. Sta curando la traduzione del libro postumo della giornalista Victoria Amelina, che uscirà per Guanda a febbraio 2025.