Lo scorso febbraio una sala conferenze del Parlamento europeo a Bruxelles era piena di psichiatri, psicoterapeuti, ricercatori in neuroscienze. Per l’incontro avevano anche preparato le borse di tela e le tshirt con il logo di una molecola disegnata con lineette e cerchietti; alcuni di loro si conoscevano già, altri fino a quel momento avevano soltanto conversato in chat o in videochiamata. Sembrava di essere al primo giorno di lezione all’università, invece era la presentazione ufficiale di PsychedeliCare, una campagna europea per sostenere la ricerca sulle terapie assistite da psichedelici. Dal 13 gennaio 2025 PsychedeliCare raccoglie firme per una European Citizens’ Initiative (Eci), con l’obiettivo di raccoglierne un milione in un anno. L’Eci è uno strumento di democrazia diretta che serve a chiedere alla Commissione europea di inserire nella propria agenda un tema. Le richieste dei sostenitori di PsychedeliCare sono tre: creare uno standard europeo per come si devono svolgere in modo sicuro ed efficace queste terapie, finanziare la ricerca e cercare di cambiare a livello internazionale la classificazione di queste sostanze.
Negli ultimi decenni la storia di come ci prendiamo cura della nostra salute mentale è stata punteggiata da delusioni e impotenza. È da questa strada desolata che sono riemersi circa vent’anni fa gli studi sulle sostanze psichedeliche. La questione che pongono, però, non è solo di tipo culturale o scientifico. Lsd, psilocibina, Mdma e altri composti simili sono stati classificati nel 1971 dall’Onu come sostanze ad alto rischio per la salute pubblica e perciò soggette a controlli serrati anche solo per il loro studio a fini scientifici. Come portare, dunque, nel mondo reale del diritto, delle proposte di legge con pagine e pagine di premesse e di allegati, regole e definizioni, la speranza di affidare alla ricerca scientifica il compito di trovare nuovi modi per stare meglio?
Una delle persone che in Europa prova a dare una risposta a questa domanda è italiana ed era seduta in prima fila all’incontro di Bruxelles. Carla Giuffrè è una giurista che lavora nella capitale belga da anni, dove si sta specializzando nelle questioni etiche e legali relative alle sperimentazioni cliniche con Lsd, psilocibina, ketamina e composti simili. Si muove con agio e temperanza tra le istituzioni europee e le società scientifiche; per la Psychedelic Society Belgium si è occupata del quadro normativo belga per l’introduzione di queste terapie. La sua è una questione familiare oltre che professionale, la ricerca di una alternativa all’arrendevolezza. «Ciò che mi ha motivato ad avvicinarmi a queste tematiche è stato constatare il fallimento di una serie di terapie tradizionali ma soprattutto l’abbandono che c’è da parte del Sistema sanitario nazionale delle persone care che non sono in grado di continuare a vivere la propria vita in maniera sana». Lo scorso anno Carla è entrata in contatto con Simepsi, la Società italiana di medicina psichedelica, con la quale attualmente collabora. La sua previsione è che per l’Italia ci vorranno almeno altri quindici anni di lavoro prima che ci sia spazio per una via psichedelica al miglioramento della salute mentale. «Ma forse – aggiunge – ce ne vorranno anche di più, perché prima bisogna rimuovere a livello sociale e culturale lo stigma sulla salute mentale».
Al momento l’unico farmaco con effetti psichedelici o simili autorizzato dalla European Medicines Agency (Ema) è uno spray nasale a base di esketamina, messo in commercio dalla Jansenn con il nome Spravato. È una molecola brevettata, quindi il trattamento è molto costoso e viene riservato a pazienti con diagnosi di depressioni resistenti a ogni altro tipo di cura farmacologica. Ma Spravato a parte, per un cittadino dell’Unione europea che vuole tentare una terapia con sostanze psichedeliche, dissociative oppure entactogene generalmente non resta che sperare di rientrare in una delle sperimentazioni in corso presso le università o i centri di ricerca del proprio paese.
Tuttavia la scorsa estate si sono registrate tre novità per l’accesso alle terapie. La Repubblica Ceca ha autorizzato l’uso terapeutico della psilocibina, il composto contenuto nei funghi con effetti allucinogeni. In Germania la stessa sostanza è stata consentita in un programma specifico per alcune terapie in casi di depressione farmacoresistente. E l’Italia a luglio ha dato il via al primo studio clinico con la psilocibina, finanziato con i fondi del Pnrr e coordinato dall’Istituto superiore di sanità. Finora nel nostro paese su queste sostanze ci sono stati solo studi preclinici, vale a dire senza il coinvolgimento di pazienti.
In Italia l’interesse per il potenziale terapeutico degli psichedelici viaggia a due velocità diverse: parte della classe culturale e di quella scientifica si sono accostate al tema – con vari gradi di entusiasmo e di cautela – mentre la politica, salvo eccezioni, è disinteressata alla salute mentale come tema di salute pubblica, ricerche psichedeliche incluse. Théo Giubilei, l’attivista francese che ha dato il via all’iniziativa PsychedeliCare, dice che in Italia, analogamente alla Francia, nonostante «i governi siano un po’ meno inclini a muoversi rapidamente rispetto ad altri paesi», le persone «sono molto motivate, perché si tratta di pazienti, professionisti, psichiatri, psicologi che vedono i bisogni e vogliono delle soluzioni per loro stessi, per i pazienti o per i loro familiari».
In un certo senso, procedere con lentezza però potrebbe non essere un problema, almeno secondo Matteo Buonarroti, medico e cofondatore di Simepsi. Secondo lui, non ha importanza chi arriva primo in questi studi, l’importante è mettere sempre al primo posto la responsabilità clinica nei confronti dei pazienti. «Non abbiamo creato Simepsi con l’idea di velocizzare l’integrazione delle terapie psichedeliche nel Sistema sanitario nazionale, anzi paradossalmente l’abbiamo creata proprio per tentare di rallentarla da un certo punto di vista, perché le cose non devono essere fatte con una logica di primato, devono essere fatte bene», dice. Buonarroti si è avvicinato a questo ambito di ricerca, con due anni di formazione a Berlino presso la non profit Mind Foundation, motivato dall’interesse intellettuale e professionale nei confronti dello studio della coscienza. «Gli psichedelici – dice – hanno sia degli effetti farmacologici sia degli effetti psicologici prorompenti potenzialmente utili a un percorso terapeutico di cambiamento». Prima dell’autorizzazione concessa quest’estate allo studio clinico con la psilocibina, in Italia questi effetti di cui parla Buonarroti sono stati analizzati, come abbiamo detto, soltanto negli studi preclinici. Uno dei farmacologi che si sta dedicando a queste ricerche si chiama Danilo De Gregorio e insegna all’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano. «Noi farmacologi amiamo complicarci la vita», dice, mentre spiega che il suo interesse scientifico è comprendere i meccanismi molecolari, cioè come le sostanze funzionano, individuando quali sono le aree cerebrali coinvolte. Dal suo punto di vista, l’Lsd è una molecola interessante perché è detta in gergo “promiscua”: non ha soltanto un target, un bersaglio farmacologico, ma è versatile ed è in grado di interagire con più recettori presenti all’interno del cervello. De Gregorio ha studiato l’effetto dell’Lsd nella riduzione del comportamento ansioso e al momento lo stesso composto è in esame per il trattamento della dipendenza da alcol. In questo caso nei laboratori di Milano hanno messo su un modello preclinico sperimentale, con l’utilizzo quindi non di pazienti ma di roditori. I primi dati sono interessanti: «Abbiamo osservato – racconta il farmacologo – che una singola somministrazione di Lsd è in grado di ridurre il consumo di alcol, modulando alcune aree del cervello che sono particolarmente coinvolte per la neurobiologia delle dipendenze patologiche». All’estero gli studi clinici per l’utilizzo di Lsd sia nel trattamento del disturbo d’ansia sia nel trattamento della dipendenza patologica da alcol sono molto avanti, hanno raggiunto la fase III, l’ultimo decisivo step prima di chiedere l’autorizzazione di una terapia agli enti regolatori per i farmaci. Per quel che riguarda l’avanzamento della ricerca sugli psichedelici in Italia si dice fiducioso, nonostante i progressi siano stati finora lenti.
«Credo che arriveremo comunque a una buona sperimentazione clinica. L’interesse c’è, ci vorrà il tempo necessario», conclude. Sono pochi, finora, dunque gli psichiatri, psicologi, psicoterapeuti italiani che hanno lavorato direttamente nelle terapie assistite con gli psichedelici o le sostanze analoghe, e quelli che hanno maturato questa esperienza lo hanno fatto all’estero.
Tra il 2023 e il 2024 lo psichiatra Lorenzo Casati ha lavorato a New York in un centro medico universitario nel Bronx, dove svolgeva progetti di ricerca nell’area dei disturbi del neurosviluppo con le persone del quartiere, perlopiù appartenenti a gruppi socialmente svantaggiati. Parallelamente collaborava con una clinica privata per la salute mentale sulle Fifth Avenue a Manhattan, affaccio su Central Park e clientela facoltosa. Qui ha partecipato alle fasi di arruolamento dei pazienti per il trial clinico della società Compass sulla somministrazione di una terapia assista da psilocibina ai pazienti con depressione resistente ai farmaci. Dopo la fase di test, valutazioni, controlli medici e colloqui con gli psicoterapeuti, i pazienti ammessi allo studio clinico ricevevano la prima somministrazione in una stanza arredata in modo protocollare, identico per ogni centro nel mondo dove si è svolto il trial. L’effetto era quello «di una camera d’albergo accogliente», racconta Casati: un letto, quadri alle pareti con paesaggi molto rilassanti, piante, morbide coperte bianche, una radio vintage e una playlist fornita dall’azienda con musica ambient. Alla fine di ogni sessione di otto ore, Casati attendeva i pazienti per una sessione di valutazione. Lui descrive l’effetto della sostanza sulle persone come se permettesse loro «di percepire i propri processi mentali, le proprie abitudini di pensiero, i propri pensieri ricorsivi, i dubbi» e di vederli «all’interno di una più vasta area che è la nostra psiche e quindi poterli riposizionare, ridiscutere, rivalutare. Con una prospettiva nuova, riorganizzare l’esperienza psichica».
Casati – oggi rientrato in Italia, dove lavora nell’unità per i disturbi della nutrizione o alimentazione dell’ospedale Fatebenefratelli Sacco di Milano – nonostante il riconoscimento della potenza di queste sostanze, mantiene un atteggiamento critico nei confronti del loro utilizzo in alcuni casi, come nel trattamento delle depressioni. Il problema a monte che evidenzia è nell’inquadramento stesso dei pazienti, nella loro diagnosi. «La depressione resistente al trattamento è resistente al trattamento per un motivo; se questo è un motivo genetico, magari la sostanza farà il suo lavoro e riuscirà a sbrogliare i fili. Ma se quella depressione è resistente perché c’è assieme a questa depressione una patologia della personalità. Qualunque farmaco fallirà, perché non basta risolvere il sintomo depressivo; bisognerebbe riorganizzare la personalità, intesa come quella modalità di relazione con sé stessi, con gli altri, con il mondo, con un’intensa, lunga e costante psicoterapia, che – intanto – non è rimborsata dal Sistema sanitario nazionale».
Giuffrè, Buonarroti, De Gregorio e Casati sono tutti coetanei o quasi, hanno un’età compresa tra i trenta e quarant’anni. Non si espongono sui media o sui social, ma la loro è la foto di gruppo di un’Italia che si interroga sui limiti e le possibilità non solo di queste sostanze a lungo proibite, ma soprattutto della ricerca di qualcosa di diverso nella cura della salute mentale delle persone care, loro e nostre.