Joyce diceva che Trieste è una città fatta apposta per la letteratura, intendendo probabilmente che le sue strade e il vociare tra i vicoli della città vecchia, il dialetto del porto mescolato alle lingue ibride dei confini, gli erano d’ispirazione – specialmente certi androni di via dei Capitelli, dove si poteva trovare rifugio con amori a poco prezzo. Io però prendo la sua dichiarazione alla lettera e ora che mi appresto a tornare a Trieste in questi giorni sospesi tra una fine e un inizio d’anno, mi assicuro un bagaglio letterario. Un conforto o una fuga, senza dubbio una buona scusa.
A San Pietroburgo ci sono stata una sola volta, un autunno di molti anni fa, con un amico che parlava russo e mi portò a vedere lo Smol’nyj, il quartier generale dei bolscevichi durante la rivoluzione, fuggendo di nascosto da una guida zarista in anticipo sui tempi. Da allora mi è rimasta una nostalgia tormentosa per la città, per la sua aria azzurrina così simile a quella dei miei luoghi a est. Sul comodino ho un vecchio classico, Solomon Volkov, San Pietroburgo, Storia di una capitale culturale. È un libro capace di alimentare il mito che aleggia attorno a Piter, un mito fatto di poesia, su tutti Puškin e Achmatova, anime della città o della Russia. Ma anche la musica, tantissima musica. E anche se, fra tutti i poeti, più di ogni altro mi è caro il giovane Esenin – che a trent’anni morì nella stanza numero 5 dell’albergo Angleterre di Pietroburgo, forse suicida o forse ucciso da agenti polizieschi e segreti – ho preso con me un piccolo libro di Anna Achmatova. Si intitola Stormo bianco, tra le pagine c’è una poesia che leggo e rileggo «non scordare la tua cara amica / nell’Eden che hai creato per i suoi occhi / per me che spaccio una merce rarissima / e vendo il tuo tenerissimo amore».
Il tempo silenzioso delle vacanze è per me anche un lusso di letture antiche, autori letti in un’età giovanile in cui non ero in grado di comprendere nulla se non l’intuizione della loro grandezza. In una libreria di Milano una sera mi ha salvato dallo sconforto ritrovare un angolo con vecchi Coralli Einaudi, una collana che per me ha significato molto, fino a un certo punto. «Michel è solo. Veramente lo è sempre stato. Salvo forse nella prima infanzia…». Non si può non portarsi subito a casa un romanzo che inizia così. Quoi? L’éternité non l’avevo mai letto, forse negli anni in cui leggevo Memorie di Adriano o L’opera al nero mi spaventavano quelle parole francesi, forse era per via della domanda, oppure mi interessava poco l’eternità.
Mi illudo di avere tempo, ho con me anche La valle dell’Eden e un vecchio saggio di Baudrillard sull’America. So che invece dovrei aggiungere dei podcast, ce ne sono di bellissimi, dicono. O almeno mettere in programma qualche serie tv che mi renda più adatta alle conversazioni mondane. Però mi struggo per il poco tempo e la tentazione dei molti libri… Ieri però ho iniziato una serie tv, si chiama Kleo, stasera ne guarderò un’altra puntata e poi un’altra, cederò anch’io. In fondo, è pur sempre una storia dalla DDR.