Il mio carattere ha un’intollerabile vena di ossessione e una tendenza irrealistica nei confronti del mondo», scrisse Isaak Babel’ ai suoi amici Anna e Semyon Slonim nel dicembre del 1918.
Oggi in Ucraina, il nome di Isaak Emmanuilovic Babel’ è soggetto alle sanzioni della legge sulla decolonizzazione. Secondo la definizione dell’Istituto ucraino della memoria nazionale, la politica imperiale russa nei diversi periodi storici, incluso quello sovietico, mirava all’assimilazione e allo sfruttamento del popolo ucraino, e qualsiasi segno associato a questa condizione deve scomparire dallo spazio pubblico.
A Odessa, città natale dello scrittore, via Babel’ è già stata rinominata e un monumento eretto con i soldi degli abitanti di Odessa da tutto il mondo (962 nomi nella lista dei donatori, tra cui la mia famiglia) è a rischio di demolizione.
Che cosa c’entra Babel’? L’imputazione è Konarmya, L’armata a cavallo, il gran libro che, solo durante la breve vita di Babel’ (1894-1940), ebbe nove edizioni e fu tradotto in molte lingue del mondo. Babel’ lo scrisse dopo aver trascorso diversi mesi nella Prima armata di cavalleria del feldmaresciallo Semën Michajlovic Budënnyj durante la guerra polacco-sovietica, che dal 1919 al 1921 vide contrapposte alla Russia sovietica la Polonia, ricostituita come stato indipendente nel 1918 (un secolo prima, nel 1815, era diventata parte dell’Impero russo), e il governo nazionalista ucraino in esilio. Oggi, a Babel’ viene addebitata quella partecipazione: avrebbe prestato servizio nella Ceka, la prima polizia politica segreta dell’Urss – non è mai stato provato, aveva lavorato per la Ceka come traduttore – e avrebbe cantato le lodi dell’Armata rossa. Il paradosso è che dal 1926, anno in cui fu pubblicata L’armata a cavallo, la cerchia di Budënnyj e dei suoi comandanti si rivoltò contro lo scrittore: egli aveva descritto i cavalieri in modo troppo veritiero e troppo poco lusinghiero, senza nascondere la crudeltà, la violenza, i pogrom e la morte di vittime innocenti nei luoghi attraversati dall’esercito, prima che fosse sanguinosamente sconfitto nella battaglia di Komarów, nell’agosto-settembre 1920. Alla fine, questo odio verso lo scrittore gli costò la vita. Babel’ fu torturato nei sotterranei della Lubjanka e fucilato, il 27 gennaio 1940, nella prigione di Butyrka. Data e luogo della sua morte furono tenuti segreti a sua moglie per 15 anni. Alla fine del 1954, un anno dopo la morte di Stalin, fu ufficialmente scagionato dalle accuse che l’avevano fatto assassinare. Non era facile immaginare che 85 anni dopo sarebbe stato nuovamente accusato.
In breve, ho deciso di andare sulle tracce di Babel’. Ero sorpresa di scoprire che nessuno degli studiosi di letteratura di cui avevo letto le ricerche avesse visitato il mondo pressoché scomparso degli shtetl ebraici, che l’Armata a cavallo attraversava lungo l’Ucraina. Ci sono ancora i cimiteri, ma non c’è nessuno che visiti le pietre ricoperte d’erba, le poche sinagoghe estenuate, a volte conservate come magazzini, perlopiù trasformate in rovine. Guidando da Odessa verso nord, si costeggia la baia che dissolve i suoi confini nella steppa, infinita e piatta, e finalmente la steppa lascia il posto alla foresta. All’inizio ci sono boschetti radi e piantagioni che trattengono l’umidità tra i campi, ma già a nord della regione di Odessa, d’improvviso, nel mezzo della steppa, cresce la foresta di Savransky, e più avanti attraverso l’Ucraina, fino ai Carpazi, le foreste si fanno più scure, più impraticabili, le strade ci passano dentro spesso come in un tunnel di rami. Il manto stradale non permette di guidare l’auto dovunque. Ci sono luoghi che possono essere raggiunti soltanto con un trattore, un Suv o un carro. La foresta pende come una tenda, finché diventa un muro. Così mi ritrovai presto per una selva oscura, e a quell’inizio di percorso è difficile dire se scenderemo attraverso i gironi dell’inferno o cercheremo un paradiso perduto. In yiddish, “shtetl” significava semplicemente una piccola città la cui vita era segnata dalla sua maggioranza ebraica. Nelle conversazioni le persone spesso ricordano: «Tutti nella nostra infanzia parlavano yiddish». Chiedi: e gli ucraini? «Ma loro parlavano yiddish non peggio di noi, e noi parlavamo ucraino e russo non peggio di loro». Il ricordo si è probabilmente arricchito delle descrizioni letterarie. Mia nonna, cresciuta nella città di Balta, aveva un volume di Sholem Aleichem sul comodino accanto al letto. Ricordava, e allo stesso tempo saturava la sua memoria traendo dal libro i dettagli mancanti. L’immagine dello shtetl è un passato distrutto dall’Olocausto, allo stesso tempo bello e triste. Il reinsediamento in Israele o altrove all’estero dagli shtetl e dai ghetti dell’Europa orientale divenne per gli ebrei una salvezza dall’inferno, dove la morte li braccava, e allo stesso tempo un’espulsione da un paradiso, dove la vita ebraica esisteva in tutta la sua pienezza. Gli shtetl vivono nella memoria delle persone, e non in un qualche punto dello spazio fisico. Non solo gli emigranti lo sanno, ma anche i rari ebrei che vivono ancora lì.
Secondo i ricordi della sorella di Babel’, Isaak aveva nascosto alla famiglia la sua partenza per una campagna militare. «Nel tardo autunno del 1920, mio padre fu convocato in redazione – la redazione di YugROST, la filiale meridionale dell’Agenzia telegrafica russa che aveva inviato Babel’ come suo reporter – e là gli fu comunicato che suo figlio era morto. Mio padre ebbe la forza di tenere la notizia per sé… La moglie di mio fratello andò al fronte a cercarlo, ma presto mio fratello tornò… tutto roso dagli insetti, e soffriva di frequenti attacchi d’asma…». Fu assegnato al quartier generale, ma nel giugno del 1920 fu trasferito alla divisione di cavalleria. Per vedere e comprendere tutto. «Quanta forza bisogna avere per essere contemplativi ai nostri giorni», scrisse nel suo diario.
Il racconto La storia della mia colombaia mostra che Babel’ ricordava il pogrom del 1905 da bambino; la famiglia allora viveva a Nikolaev. Non si sa se avesse visto con i propri occhi il saccheggio di negozi, case, officine, l’uccisione delle persone, o se avesse solo sentito parlare di questi orrori dai suoi vecchi, ma il corpo profanato e lacerato del nonno dell’eroe della storia è impresso per sempre nella nostra memoria. E la colomba assassinata, la figura di un mondo schiacciato senza pietà. Per quanto si sia cercato di accusare Babel’ di cinismo, di una vocazione alla descrizione di scene repellenti ed efferate, basta leggerlo per riconoscere, al contrario, un uomo sconvolto dalla crudeltà fin dall’infanzia. Tutta la sua opera è una rivolta contro la violenza e l’ingiustizia, che diventano la norma per l’umanità.
Nel 1920, Isaak Babel’ non poteva sapere dell’avvicinarsi del fascismo, delle successive ondate di antisemitismo, delle nuove, spaventose guerre incombenti, della Shoah. Ma in ogni vero libro c’è un pizzico di lungimiranza. Konarmya è un libro terribile, ma c’è tenerezza, gentilezza, ci sono cose che fanno persino sorridere. Non c’è speranza di salvezza, c’è il coraggio di continuare a vivere, sapendo che il mondo è condannato.
Il mio viaggio è iniziato a Novograd, che fu Zvyagel dalla sua fondazione fino alla spartizione della Polonia. Ora questo nome è tornato alla città. Qui si può ammirare il fiume Sluch (non Zbruch, come a Konarmya, che si trova duecento chilometri più vicino al confine polacco) da un punto di osservazione situato sui resti di una fortezza medievale. Ma questa piattaforma è circondata da tipici edifici a cinque piani dell’èra di Krusciov, non c’è traccia della chiesa cattolica descritta da Babel’, bruciata in un rogo nel 1921, durante un altro pogrom di ebrei, come ce ne furono innumerevoli durante la Guerra civile. A quel tempo, erano soprattutto le truppe di Symon Petljura a uccidere, convinte che gli ebrei sostenessero i bolscevichi. Non una delle ventitré sinagoghe che esistevano in città prima della Rivoluzione d’ottobre è sopravvissuta. Ho fatto conoscenza con lo scrittore ucraino Nikolay Khomich, che vive nel villaggio di Radulino, non lontano da Zvyagel. È un appassionato di storia locale. Si prende premurosamente cura della casa dei suoi nonni, e conserva i loro oggetti domestici. Molte delle mie fotografie mostrano oggetti di questa casa che sono miracolosamente sopravvissuti: una culla, una vecchia macchina da cucire, persino una cornice con farfalle appuntate con degli spilli, di un bambino che cominciò a farne collezione nel 1916. Nel 1920, la fila di insetti si interrompe (chissà se Jonathan Safran Foer l’aveva saputo). In questa stessa collezione ci sono le chiavi di una delle sinagoghe, forse la Grande sinagoga, costruita tra il 1680 e il 1700, anche lei non esiste più. Nel 1930, la sinagoga divenne un gommista e, durante la Seconda guerra mondiale, fu fatta saltare in aria dai nazisti.
Nel libro di memorie Zvil, il nome ebraico di Zvyagel, raccolto dagli ebrei sopravvissuti che fuggirono verso la Terra promessa, si racconta una leggenda sull’artista che dipinse gli interni della sinagoga. Alte colonne sostenevano una cupola blu, figurata con le costellazioni e i segni zodiacali delle 12 tribù di Israele. In una delle lunette era raffigurato un pescatore. Per secoli si è creduto che fosse l’autoritratto dell’artista. Lui, terminato il lavoro, era così esausto che rimase impigliato nelle corde che lo sorreggevano, e cercando di liberarsene cadde, e morì. Un’incarnazione vivente, e morente, della violazione del comandamento «Non farti idoli né immagini…». Forse è per questo che mio nonno, ebreo, diceva: per parlare con Dio, mi basta un pezzo di cielo azzurro sopra la testa.
Invece a Berestecko, nell’oblast’ di Volinia, ho visto i resti della Chiesa della Santissima Trinità, costruita in stile barocco dai polacchi nel 1711. «Il tempio era pieno di luce, pieno di raggi danzanti, di colonne d’aria, d’una specie di fresca gaiezza. Come potrò dimenticare il quadro appeso nella cappella di destra, ch’era di mano di Apolek?», scrisse Babel’. È impossibile accedervi, è in uno stato di abbandono. Toglie il fiato la sua altezza e, nonostante il declino, la maestosità. La chiesa aveva otto altari ed era decorata da dipinti: una copia di Murillo, quadri di Jozef Prechtl e dell’italiano Cormaroni (che sembra non aver avuto un nome proprio). Forse è stato il suo dipinto a ispirare lo scrittore?
«A un tratto dondolò la cortina di velluto dell’altare, e sussultando, strisciò via da una parte. Nel fondo della nicchia che se ne scoprì, sullo sfondo del cielo attraversato da nubi correva una figurina barbuta, in mantelletto arancione, scalza, con la bocca straziata e sanguinante. Un urlo rauco ci lacerò l’udito… Io vedevo nell’uomo dal mantelletto arancione un perseguitato dall’odio raggiunto dai suoi persecutori. Egli distese il braccio per parare il colpo e dal braccio il sangue gli scaturì in un fiotto purpureo. Il cosacchino che mi stava accanto dette un urlo, e si precipitò in fuga a testa bassa. Ma non ce n’era motivo, perché la figura nella nicchia non era altri che un Gesù Cristo – la più straordinaria figurazione divina che ho veduto in vita mia». Nel 1921, la chiesa fu saccheggiata, ma le funzioni continuarono fino al 1941. L’organo, le sculture e il battistero in marmo bianco furono distrutti durante la Seconda guerra mondiale.
In alto sul muro è visibile un oggetto estraneo nero. È un proiettile rimasto incastrato qui dalla Seconda guerra mondiale, e non è mai esploso. È strano che sia ancora lì. Durante l’èra sovietica, il tempio fungeva da magazzino per il grano. Dopo il 1939, non vi si tennero più funzioni religiose. Una targa è affissa sulle rovine della chiesa con la scritta: «Monumento architettonico e urbanistico. Protetto dallo stato. Il danneggiamento è punito a norma di legge».
E ancora una strana sensazione: anche in una città così piccola si intrecciano storie di nazioni che percorrono strade diverse senza incrociarsi. A Berestecko, la toponomastica dei primi anni del XX secolo è ancora in uso. Per esempio, la strada lungo il fiume si chiamava Wielkopolska, “Grande Polonia”, perché lì vivevano i polacchi.
«…Io contemplavo dalla finestra la proprietà dei conti di Racibor: praterie e piantagioni di luppolo, velate dai nastri cangianti del tramonto. Un tempo viveva in questo castello una contessa novantenne, impazzita, e suo figlio viveva con lei…».
Nel 1795, Jozef Vincenty Plater e sua moglie Catherine divennero proprietari di Berestecko (fu lei a invitare il pittore Cormaroni); nel 1802 iniziò la costruzione del loro palazzo, con un portico e quattro colonne toscane sulla facciata principale e una finestra a bovindo sul retro, con vista sul parco. L’edificio storico fu adibito a quartier generale per gli eserciti in diverse epoche. L’armata di Budënnyj si fermò qui. Durante l’occupazione nazista, qui si trovava l’ufficio del comandante. Dietro il palazzo, proprio in quella tenuta, «velati dai nastri cangianti del tramonto», furono fucilati prima 15 comunisti, consegnati dagli abitanti del luogo. Poi furono uccisi centinaia di ebrei, e fu sterminato un intero accampamento di rom che aveva la sventura di trovarsi lì vicino. Tuttavia, in epoca sovietica, venivano menzionati solo i 15 comunisti assassinati; il memoriale sul luogo degli omicidi vale solo a ricordare loro. La memoria degli omicidi di massa è ancora conservata solo nelle conversazioni personali. E non si può entrare nel parco: ora il palazzo è un ospedale psichiatrico.
La periferia della città è ancora chiamata Rynchina dagli abitanti locali, la tenuta della nobile famiglia Rynchinsky. Qui sono stati conservati edifici risalenti all’inizio del XX secolo. Nelle vicinanze sorgeva un cimitero ebraico e, proprio nell’angolo più remoto, si trova un altro luogo di strage, di oltre tremila ebrei. Appassionati della storia locale stanno ripulendo l’area attorno al modesto monumento alle vittime, liberandola da erbacce e rifiuti. Una discarica spontanea fuori città, sul posto dell’esecuzione di massa della popolazione ebraica l’8 settembre 1942, sorse nei primi anni dopo la liberazione, e solo all’inizio degli anni 90, grazie all’impegno di alcuni cittadini, scomparve. Era purtroppo una pratica comune: gettare i rifiuti direttamente nei luoghi di sepoltura. I tedeschi pavimentarono una strada al posto della sterrata che conduceva alla tenuta Rynchinsky, che fungeva da magazzino alimentare. Utilizzarono come materiale da costruzione le lastre tolte al cimitero ebraico. La gente del posto ricorda ancora quella strada di lapidi, con le sue iscrizioni in yiddish. Per quarant’anni, la gente ha guidato e camminato sulle lapidi iscritte. Solo alla fine degli anni 80, ancora sotto l’Urss, furono ricoperte. Non rimosse, solo ricoperte da uno strato di asfalto. La gente guida ancora sulle lapidi.
«O Brody. Le mummie delle tue passioni strangolate alitavano su me il loro invincibile veleno. Io sentivo già il freddo mortale delle tue orbite, costellate di lacrime rapprese. Ed ecco che un traballante galoppo mi trasporta via dalle pietre scheggiate delle tue sinagoghe».
La mia strada attraversava Leshnev, i campi sui quali si svolsero feroci battaglie, fino a Brody, la città che otto secoli fa, nel 1241, fu incendiata dalle truppe di Khan Batu, ma poi rinacque. Nel 1629 Brody divenne proprietà dell’atamano dal cognome “parlante” Aleksander Koniecpolski (“Fine della Polonia”), che iniziò la costruzione della fortezza (1630-1635), invitando a tal fine l’architetto veneziano Andrea dell’Acqua e il francese Guillaume Levasseur de Beauplan. In tutta la Confederazione polacco-lituana, questo fu l’esempio perfetto di città-fortezza. Nello stesso periodo iniziarono ad arrivare in città armeni, ebrei, fiamminghi, turchi e greci. Grazie all’arrivo dei coloni, a Brody cominciò a svilupparsi la produzione di tessuti e tappeti. Comparvero le prime manifatture, la città crebbe e si arricchì. Nel 1648, l’esercito di Bohdan Chmel’nyc’kyj incendiò la città, ma non riuscì mai a conquistare la fortezza. Pochi anni dopo, i tartari tentarono di espugnarla, ma invano. Nella prima metà del XVIII secolo, Brody fu devastata dall’esercito russo e un incendio distrusse nuovamente il centro della città. Ma, come una fenice, Brody fu ricostruita, questa volta da mercanti ebrei. La storia è affascinante e lunga. Brody fu descritta, con il suo caratteristico umorismo, da Balzac, che si fermò qui durante il suo viaggio verso Berdichev. Ma oggi solo le rovine ricordano il glorioso passato. Come se si ritraessero nello sviluppo urbano, in attesa del momento in cui venti e umidità permetteranno ai nuovi residenti, con la coscienza pulita, di erigere grattacieli al loro posto. La grandiosa sinagoga, crollata in alcune parti, non accoglierà mai più fedeli. Brody era la città in cui si incontravano e scontravano movimenti religiosi – il centro del chassidismo, ma i chassidim venivano talvolta espulsi. La sinagoga Brodsky a Odessa, in stile moresco, fu appunto costruita da persone di Brody. Vi fu installato il primo organo sinagogale dell’Impero russo, e divenne famosa per le voci di celebri cantori. Ma il concetto stesso di una sinagoga “corale”, dove si canta, era stato inizialmente accolto con ostilità a Odessa. Forse la famiglia di Babel’ la visitò. Probabilmente: vivevano nello stesso isolato. Senza dubbio, lui a Brody non poté fare a meno di visitare la sinagoga.
Una visita, ora, a un antico cimitero ebraico ricoperto da un’erba alta più di una persona, e un forte rammarico: senza conoscere l’ebraico è impossibile decifrare le iscrizioni e i rilievi sulle alte lapidi. Un mondo magico di strani uccelli, leoni, cervi, incisi sulle matzevot… e all’improvviso un gregge di pecore, grigie, che da lontano sembravano pietre vive, visibili tra i monumenti. Voglio scattare una foto e mi lancio all’inseguimento delle pecore, a un certo punto abbasso lo sguardo e scopro che a un centimetro dalla mia gamba c’è un serpente. Lui mi è passato accanto indifferente, ma io ero spaventata. Torno indietro con molta cautela attraverso il campo infinito – sterminato. «…Un campo terribile, disseminato di corpi fatti a pezzi, crudeltà disumana, ferite incredibili, teschi rotti, giovani corpi bianchi e nudi che brillavano al sole, quaderni sparsi, fogli di carta, taccuini di soldati, Vangeli…» – Babel’ annota nel diario, il 3 agosto 1920, le conseguenze della battaglia per Brody.
Su Odessa ogni notte piovevano missili e droni. A un certo punto mi è sembrato che qui, nell’Ucraina centrale, dove, fortunatamente, ci sono molti meno allarmi antiaerei e i razzi volano molto meno spesso, stessi perdendo tempo. Qui l’unica cosa che impediva alla gente di dimenticare la guerra in corso erano le file di tombe dei soldati caduti, nei cimiteri all’ingresso di ogni villaggio o città. Troppe tombe, sullo sfondo di strade quasi deserte. E volti molto giovani nei ritratti.
È difficile pensare alle tragedie del passato, vedendo il dolore di oggi intorno a me. E sono tornata a Odessa, per pensare e sviluppare le pellicole.
Sulla via del ritorno è accaduto un episodio divertente. Babel’ descrive il dipinto della chiesa: «I santi qui salivano al patibolo con un’aria pittoresca da cantanti italiani e le nere chiome dei carnefici lustravano come la barba di Oloferne. Proprio nel sancta sanctorum lì io scorsi la sacrilega figura di Giovanni, dovuta all’empio e inebriante pennello di Apolek. Nella figurazione il Battista era bello dell’equivoca e dubitante bellezza per cui le concubine sperperano gli ultimi resti del loro onore e una magnifica vita». Nel villaggio di Parkhomovka, non lontano da Kyiv, c’è una chiesa ortodossa del 1903, le cui facciate furono decorate dal famoso artista Nikolaj Rerich. Per due anni non vollero consacrarla – al posto delle immagini canoniche, una sintesi architettonica di elementi gotici, forme di culto asiatiche e pagane. Il tempio è rivestito di immagini di fuoco, martello, frecce, grano germogliato, serpenti, uva, solchi di terra arata, abete, gallo e persino una svastica – indiana. Tutto ciò non diede pace alle autorità ecclesiastiche. Ma la chiesa Parkhomovskaya fu comunque consacrata.
Ci sono due mosaici sulla facciata, uno dei quali, il volto di Gesù, è molto simile a quello per cui «le concubine dei re sperperano gli ultimi resti del loro onore». Sono stata fortunata quando con Afina, la mia cagnolina, ero in piedi davanti al tempio, ed è apparso un sacerdote – in pantaloncini corti e una polo rosa. Ha aperto le porte, mi ha permesso di entrare e, quando ha saputo che ero di Odessa, si è imbarazzato, si è agitato e mi ha chiesto se potevo portare un regalo a una sua vecchia amica. Mi ha consegnato un’icona, un pane riccamente decorato, e io mi sono offerta di fotografarlo.
«In pantaloncini corti e scarpe da ginnastica? No, impossibile», si è tolto le scarpe, è corso a piedi nudi all’altare per cambiarsi e si è fermato come san Francesco sulla porta, scalzo, con una tunica grigia e con Afina.
E la signora a cui ho portato il pane e l’icona ha confessato di non aver aspettato il ritorno del suo compagno di classe dall’esercito, e di essersi sposata. Chi avrebbe mai pensato che sarebbe diventato prete… e che avrebbe passato tutta la vita a cercare un’occasione per compiacerla in qualche modo… E la voce di questo prete tremava quando ho chiamato per riferire che il pacco era stato consegnato. «E che aspetto aveva?», gli è sfuggito dalle labbra.
L’amore non finisce mai. Isaak Emmanuilovic sembrava sorridermi dietro la spalla. Solo un mese dopo, ero di nuovo in viaggio verso nord, questa volta con due giovani donne del Museo dell’Olocausto di Odessa. Proprio il primo giorno, nel pomeriggio, ci siamo ritrovate a Tulchin, nell’oblast’ di Vinnycja, e là, mentre compravano il caffè, le ragazze hanno visto una signora anziana seduta su una panchina. Di nome Sarah, come si è scoperto, era una delle tre prigioniere sopravvissute del ghetto di Tulchin. Nel 1941 aveva 6 anni. Sarah si è rifiutata di farsi fotografare e non ho potuto insistere. Tulchin è stata ricostruita da tempo, la fabbrica dove venivano ammassati gli ebrei ha cambiato aspetto dopo la guerra… Ci ha chiesto: a
Odessa cucinano il matzo?
«No, da molto tempo lo importano confezionato da Israele».
«Eh… dopo la guerra, per quanto severamente le autorità ci punissero, noi cucinavamo il matzo di nascosto! Proprio come i bolscevichi stampavano volantini di nascosto prima della rivoluzione, così i miei vecchi cucinavano il matzo – e ha riso – C’era una casa, tutti consegnavano la farina, davano una mazzetta al poliziotto perché non andasse lì! La portavano a casa in federe o in sacchetti puliti!… Tra i vicini, anche dopo la guerra, molto più tardi, c’era chi pensava che ci fosse sangue di bambini lì dentro, si rifiutava di assaggiarlo. Glielo insegnavano in chiesa. Io dico: chi ti ha detto che c’era sangue lì dentro? Non è vero. E in risposta: io vado in chiesa, so tutto… Hai sentito del caso Beltzer? No? Poi hanno dimostrato che era falso comunque. Già ai tempi dello zar si dimostrò che non era vero. Ma se una persona crede, come puoi convincerla?».
A poco a poco capisco che aveva confuso i nomi: non Beltzer, ma Beilis, il caso Beilis. Ascoltando, mi sono ricordata della piccola sinagoga di Odessa, in Peresyp, dove mio nonno mi portava con sé negli anni 70 per comprare la matzah, di nascosto, la sera. Era davvero impacchettata in federe da cuscino. E il racconto di mia nonna sul rabbino Joseph Diment. Lo aveva incontrato durante la guerra, lui era stato evacuato in Asia centrale. E lei lavorò lì come medico per un breve periodo, in un ospedale di evacuazione. Tornato nel 1944, quando Odessa fu liberata, il rabbino iniziò il suo servizio apertamente nella sinagoga all’angolo tra le vie Bazarnaya e Pushkinskaya, nel centro della città. Subito dopo la guerra la sinagoga fu chiusa, i locali vennero trasformati in una palestra e la casa di preghiera ebraica fu spostata più lontano dal centro, a Peresyp, in un edificio distrutto. Il rabbino Diment riuscì a raccogliere fondi per le riparazioni, restaurò la sinagoga e il panificio della matzah. Poco prima della morte di Stalin, il 6 marzo 1953, Diment fu arrestato con l’accusa di attività controrivoluzionaria, e la comunità ebraica di Odessa rimase senza rabbino per decenni. Dopo la morte del tiranno, nel maggio 1953, fu condannato a dieci anni di campo di concentramento, e però venne rilasciato con un’amnistia a luglio. Ma la sua salute era pregiudicata dalle torture e dalle percosse, e non poté più servire in sinagoga. Fu allora che divenne paziente di mia nonna. Un paio di settimane fa, un missile russo è atterrato vicino a questa sinagoga chiusa e abbandonata da tempo. Ora della sinagoga è rimasto solo un muro.
Sarah interrompe i miei pensieri: «Se hai nervi saldi, vai a Pechora. Ma solo se riesci a sopportarlo. Lì c’era un campo di sterminio, un vero inferno. Vedrete i fossati dove venivano gettati i corpi, non sono ancora ricoperti dalla vegetazione».
Saliamo in macchina e senza indugio ci dirigiamo alla volta di Pechora. Sono poco più di venti chilometri. Ho consultato la Wikipedia ucraina. L’articolo sul villaggio parla di un bellissimo parco. Non una parola sul campo.
Un piccolo villaggio sul Bug meridionale, il fiume fa un’ansa vicino alla foresta e scogliere di granito si innalzano fino al parco, circondato da una possente recinzione, più alta di un uomo: l’ex tenuta della famiglia Potocki. La tenuta non sopravvisse: fu incendiata durante la guerra civile, al suo posto, all’inizio degli anni Trenta, fu costruito un sanatorio per la tubercolosi.
Nel dicembre 1941, l’amministrazione dell’occupazione romena trasformò la tenuta in un campo di concentramento per gli ebrei. Il parco era circondato da un muro di granito, in alcuni punti alto fino a 2 metri, e i cancelli erano sorvegliati da poliziotti coi cani. Di fronte ai cancelli si trovava la gendarmeria romena. In ogni stanza stavano dalle 30 alle 40 persone, sistemate fin sui pianerottoli, in estensioni simili a baracche, senza finestre né porte. Furono gli stessi prigionieri a inventare il nome del campo: “Dead Loop”. Esistono due interpretazioni della sua origine: topografica – il campo era circondato da una recinzione su tutti i lati e a nord era bloccato dal fiume, il Bug meridionale; emotiva – era un luogo di morte lenta, un cappio che inesorabilmente si stringe attorno al collo. I locali erano privi di riscaldamento, illuminazione e acqua. Iniziarono epidemie di tifo e dissenteria e, dopo un po’, il tasso di mortalità raggiunse le 200-300 persone al giorno. Gli abitanti del villaggio – ucraini, russi, polacchi – passando vicino alla recinzione lanciavano cibo: barbabietole, patate, cipolle o pezzi di pane. Ma questi tentativi finivano male: le guardie del campo e la polizia li picchiavano brutalmente o li uccidevano. Distruggevano o calpestavano i resti di cibo davanti ai prigionieri. Quando cercavano di procurarsi dell’acqua, i prigionieri finivano sotto il fuoco delle guardie della zona di occupazione tedesca nel villaggio di Sokolets, sull’altra sponda del Bug meridionale. Bambini e adolescenti, orfani per lo più, a volte fuggivano nei ghetti delle vicine Tomashpol, Tulchin, nei villaggi di Krasnoe o Gorodkovka. Contadini nascondevano questi bambini, rischiando la vita. Molti nomi sono andati perduti, ma i ricordi spesso includono la frase: «Non saremmo sopravvissuti senza l’aiuto di persone di diverse nazionalità».
Sono trascorsi 80 anni dalla tragedia, ma il numero esatto dei prigionieri nel “Dead Loop” non è ancora stato stabilito. Secondo stime approssimative, il campo «ospitava» dalle 30 mila alle 50 mila persone. Moltissimi morirono assassinati di fame, di sete, di intemperie, di inedia, di malattia: per loro non si spese nemmeno il prezzo di un proiettile, o di un mattatoio industriale. Erano ebrei provenienti dagli insediamenti di Tulchin, Bratslav, Špikov, Yurovka, Rogizna, Trostjanec, Ladyžyn, Mogilev-Podolskij, Šargorod… Dopo la guerra, molti luoghi in cui furono uccisi gli ebrei vennero dimenticati, il governo sovietico taceva sulla tragedia dell’Olocausto: non ci doveva essere altro crimine se non quelli contro il popolo sovietico. Il campo di Pechora non fece eccezione. Ora che la tenuta di Potocki è un sanatorio, tutto è rimasto uguale a com’era nel campo di concentramento. Davanti all’ingresso c’è una fontana con un animale simile a un orso al centro. I ricordi dicono di centinaia di neonati che morirono su questa scultura, con la testa fracassata. Ma decora il parco. E tutte le altre sculture sono al loro posto. L’unica testimonianza di sofferenza e di morte di massa è una sobria targa commemorativa sul cancello del parco.
Ho chiesto ai residenti locali: dove sono i fossati di cui parlava Sarah?
«Da qualche parte dietro la scuola», ha detto uno, «da qualche parte nella foresta», ha detto un altro. Si stava già avvicinando il crepuscolo. La terza donna ha cercato prima di indicare, dritto davanti a noi, a destra, a sinistra della casa del guardaboschi, ma noi l’abbiamo implorata: guidaci, mostraceli!
E lei è salita in macchina, siamo andate verso la foresta e ci siamo addentrate lungo il sentiero.
Abbiamo camminato circa tre chilometri, quando all’improvviso si è aperta una radura tra gli alberi, uno spazio dove non c’erano piante. Solo trincee, irregolari, come se non fossero passati 80 anni, ricoperte solo in alcuni punti dalla vegetazione…
È difficile dire a parole la vista di questa terra lacerata, come se si muovesse. Come se non siano passati ottant’anni dai massacri, ma solo pochi mesi. Forse perché la donna che ci ha accompagnato, una polacca di nome Valentina, non trattiene le lacrime. Perché sul monumento fatto in casa con i nomi di tanti bambini, tra gli innumerevoli caduti, c’è una macchinina giocattolo.
Una dozzina di monumenti fatti in casa, targhe di epoche diverse, piantate nel terreno, con qualche nome sopra.
Nonostante il divieto, hanno scritto i nomi dei loro cari defunti. Al centro c’è una lapide commemorativa, installata negli anni Settanta, con una testa femminile scolpita, dall’espressione non tanto lugubre quanto pietrificata dall’orrore. Più tardi, tornata a Odessa, ho letto delle difficoltà incontrate dalle persone che realizzavano questi cartelli commemorativi, a proprie spese, per collocarli segretamente nella foresta. Alla fine degli anni 80, il capo dell’Unione degli ex prigionieri minorenni del ghetto di Tulchin, Mikhail Bartik, anche lui sopravvissuto da bambino al Ciclo della morte e che lì perse i suoi, iniziò a impegnarsi affinché gli ebrei di Tulchin e delle zone circostanti, che erano passati per il ghetto e il campo di concentramento di Pechora, fossero riconosciuti come vittime dell’Olocausto, e iniziò a compilare elenchi delle vittime della Shoah nel distretto di Tulchin. E un elenco dei Giusti che avevano salvato persone condannate a morte. Tutti questi documenti sono ora conservati dallo Yad Vashem.
Ci trovavamo a Shargorod, uno shtetl leggendario che ha conservato una sinagogafortezza costruita nel 1580, così imponente che le gallerie sotterranee sottostanti consentono il passaggio agevole di un cavaliere. Non ci sono più ebrei qui dall’inizio degli anni 90, sebbene la Seconda guerra mondiale non avesse influito fatalmente sul loro numero. All’epoca, la corruzione ebbe la meglio sul male: le autorità romene chiusero un occhio sul ghetto ebraico, riscuotendo tributi in denaro. La città commerciale di confine aveva legami troppo stretti con gli ebrei che vivevano negli shtetl romeni e con i romeni stessi. Lo stesso incredibile quadro si ritrova nel vicino villaggio di Džurin.
Il ghetto di Džurin, da cui, naturalmente, venivano deportati i prigionieri per i lavori forzati e per il campo di concentramento di Pechora, è ancora una rara eccezione. Quasi tutti i suoi ebrei sono rimasti in vita.
È uno strano fenomeno che negli ultimi cento anni l’Olocausto sia stata l’impressione più vivida nella vita di questo villaggio. Ne parlano come se fosse ieri. Una bella insegnante di chimica di una scuola di villaggio, Ivanna, ha girato un film sul ghetto, ha raccolto i ricordi degli anziani e, quando ci siamo incontrate, ci ha suggerito di andare a trovare chi ricordava qualcosa. Ci siamo imbattute in una simpatica coppia di anziani, ucraini, che parlavano con l’accento di Odessa-Privoz, il mercato che è l’anima cittadina. Nella famiglia, oltre ai loro figli, è cresciuta una bambina ebrea. L’unica cosa che la distingueva dai piccoli ucraini era la testa rasata e il velo. Quando i romeni chiedevano perché la bambina fosse rasata, rispondevano: pidocchi. Dei bellissimi riccioli sono cresciuti per la prima volta dopo la liberazione dai fascisti. Il fondamento su cui si tengono queste persone è la solidarietà.
«Nel nostro villaggio nessuno consegnava gli ebrei, non esisteva una cosa del genere!».
Il mio amico Misha Poizner, che ha dedicato tutta la sua vita all’occupazione di Odessa, non ci credeva. Sua madre ha attraversato il ghetto di Gorodkovka, un villaggio situato in questa regione. È sopravvissuta per miracolo.
Voglio crederci. Credo che ci possa essere solidarietà in una piccola comunità. E, soprattutto, le persone vogliono credere nei legami che la violenza non ha potuto distruggere, che questa unificazione ha dato loro la forza di continuare a vivere, di crescere i figli insieme, di ricostruire il villaggio dopo la guerra. A differenza dei villaggi e delle città, dove gli ex poliziotti, al servizio dei fascisti, tornavano dopo la prigionia e continuavano a vivere accanto alle loro ex vittime, portando i nipoti nella stessa scuola. Nella memoria degli abitanti di Dzhurin, la bontà è diventata un senso di sé: in questo villaggio ognuno è uno di loro, «né greco né ebreo». Come vivere senza la speranza nella provvidenza di Dio, in un miracolo, nella possibilità della vittoria del bene?
Siamo tornati indietro passando per Gorodkovka. Volevo mettere delle pietre sulla tomba del nonno di Misha, Pesya, che era sepolto lì. Non ci sono riuscita.
Il cimitero, piuttosto grande, era ricoperto di luppolo e uva selvatica, come una ragnatela. Le piante non ti lasciano passare, non ti permettono di fare un solo passo più addentro.
Un’immagine triste. Memoria e coscienza sono così ricoperte d’erba se non vengono risvegliate da qualcuno, come da uno scrittore di corporatura non eroica, un uomo miope con gli occhiali. Quando gli scrittori intorno a lui facevano a gara per scrivere romanzi eroici gonfi di ottimismo, lui scriveva racconti onesti, come la voce di un testimone, e concisi, come parabole dell’Antico Testamento, in ognuno dei quali costringe a guardare da vicino un uomo, da un lato distorto dalla propria crudeltà, dall’altro torturato dalla crudeltà di qualcun altro. Non per il successo, ma per la coscienza, Konarmiya è uno dei libri più importanti del XX secolo.
Invece di concludere, lasciatemi raccontarvi qualcosa di più personale. Mia madre, studentessa di storia dell’arte all’Università di Leningrado, nel 1964 stava preparando il suo diploma sulla grafica degli anni 20, e le fu permesso di accedere al reparto riviste del deposito speciale della Biblioteca pubblica Saltykov-Šcedrin. Naturalmente questo era il “primo cerchio” del deposito speciale; ce n’erano altri, dove le persone venivano ammesse, probabilmente, solo con il permesso del Kgb. Non sfruttare l’opportunità per prendere visione dei registri nascosti sarebbe stato imperdonabile. E mio padre ebbe un’idea: cercare nelle riviste i racconti di Babel’ che non erano inclusi nella prima raccolta dello scrittore, pubblicata postuma nel 1957. Mio padre corrispondeva con la vedova di Isaak Emmanuilovic, Antonina Pirozhkova, e riceveva da lei diversi racconti tratti dalle “opere tarde” di Babel’, tra cui Kolyvushk, Froim Grach, Il mio primo onorario, Gapa Guzhva… Ogni giorno, mentre lavorava alla sua tesi, mia madre copiava, fino al punto e alla virgola, racconti sconosciuti di Babel’ trovati in vecchie riviste. Poi tutte queste pagine furono ribattute a macchina in cinque copie; i miei genitori conoscevano un rilegatore di fiducia, a cui affidarono queste preziose pagine.
Così, nel 1964, dopo la pubblicazione della prima raccolta postuma di Babel’ nell’Urss nel 1957, un volume samizdat fu pubblicato a Odessa. In una tiratura di cinque copie. Una è rimasta nella nostra biblioteca, una è stata donata alla vedova dello scrittore, il destino delle altre mi è sconosciuto. Ma la cosa principale mi è rimasta nella memoria: i libri devono vivere, i nomi degli scrittori devono essere ricordati e conosciuti.
Questo è il tipo di letteratura di cui ha scritto Osip Mandel’štam ne La quarta prosa: «Divido tutte le opere della letteratura mondiale in quelle autorizzate e quelle scritte senza permesso. Le prime sono feccia, le seconde sono aria rubata».
Aria rubata. Queste parole non invecchiano e stanno bene addosso ai racconti di Isaak Babel’.