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Le paure che affiorano dalle crepe della realtà

In Riti Privati tre sorelle elaborano la morte del padre tiranno mentre la città affonda. In Pezzi diciassette merli portano delle falangi e un indovinello crudele in un villaggio. Romanzi molto diversi, che condividono un basso tono di inquietudine. Conversazione con Julia Armfield e Giorgia Tribuiani sul perturbante, che dissolve il confine tra reale e immaginario e ci costringe a guardare ciò che preferiremmo non vedere

Iniziamo con uno spoiler, quindi se volete saltate questo primo paragrafo. Riti privati di Julia Armfield finisce con una nevicata che cade morbida ma inesorabile sul mondo. Pezzi di Giorgia Tribuiani invece si apre con una nevicata che copre il villaggio di G., e lo fa sembrare il dorso di un animale addormentato. Questa coincidenza non è ovviamente l’unico motivo per cui Riti Privati e Pezzi sono due romanzi che possono entrare in dialogo. Entrambi trasmettono un basso tono costante di inquietudine, piegano il reale, lo increspano fino ad aprire delle crepe da cui affiora l’elemento del perturbante. (Una tendenza molto felice e persistente nella narrativa contemporanea, si pensi a La vegetariana di Han Kang o a Il buon male di Samantha Schweblin).

Riti privati (Mercurio, traduzione di I. Oddenino) è il secondo romanzo di Julia Armfield, dopo Le nostre mogli negli abissi e, prima ancora, la raccolta di racconti Mantide. È un romanzo di speculative fiction ambientato in una metropoli (e in un mondo) dove piove senza sosta da decenni e le acque e le inondazioni stanno inghiottendo un po’ alla volta tutte le terre emerse. Tre sorelle, Isla, Irene e Agnes, tutte e tre queer, si rivedono, dopo anni, quando muore il padre, un architetto tirannico e crudele che non le ha mai amate, e che ha progettato edifici capaci di sopravvivere al collasso climatico, accessibili solo ai ricchi. Nella casa in cui sono cresciute – una casa di vetro fredda e high tech con dei bracci metallici che la fanno sollevare durante le inondazioni – si ritrovano ad affrontare il dolore, i loro traumi e la relazione che hanno le une con le altre. Nonostante ci siano una setta misteriosa e ricordi violenti che emergono, l’elemento più inquietante si annida nelle relazioni e nella normalizzazione della catastrofe ambientale.

Pezzi (Il Saggiatore) è il quarto romanzo di Giorgia Tribuiani, autrice anche del manuale Scrivere il perturbante. Nel remoto villaggio di G., un giorno arrivano diciassette merli e portano un messaggio inquietante: alcune falangi umane e le regole di un gioco. Ogni giorno, per cinque giorni, arrivano nuovi pezzi di quel corpo. Gli abitanti, conosciuti non per il nome ma per la funzione che hanno nella comunità (la Panettiera, la Cuoca, il Sarto, la Pazza, il Possidente, il Becchino e via dicendo), figure archetipiche, proppiane, si dedicano a risolvere il mistero. E lo fanno con gli strumenti a disposizione di una comunità quale è quella di un paese: segreti, gossip e traumi vengono a galla. Anche qui il perturbante nasce più nei rapporti tra le persone che nei corpi mutilati. Ci siamo incontrate in videochiamata tutte e tre, e siamo partite proprio da quali possibilità narrative, secondo loro, il perturbante permette di aprire.

Per Giorgia Tribuiani permette di raccontare la realtà stessa: «Quella che noi chiamiamo realtà non rappresenta che una porzione del mondo in cui viviamo: i sogni, l’immaginazione, le ossessioni, le allucinazioni, le proiezioni sul futuro sono considerate su un altro piano. Con la narrativa perturbante riusciamo a ridare dignità a questo mondo mentale, e a tutto ciò che pensiamo di conoscere e non conosciamo. Quando, secondo la definizione di Freud, un oggetto familiare rivela improvvisamente un lato sconosciuto, questo cortocircuito ci ricorda d’un tratto quanto poco sappiamo del mondo in cui viviamo: il perturbante ci priva dell’appiglio dell’abitudine, e ci mette di fronte alle più profonde e oscure domande della vita. Ci permette di raccontare l’intangibile e il misterioso». Anche Julia Armfield parte dalla psicanalisi, dall’Unheimliche, radicato nell’idea che un oggetto, o una sensazione, sia insieme familiare ed estraneo: «Scrivo di come ci si sente a vivere oggi, in una sorta di apocalisse climatica. È la sensazione di abitare un universo che riconosciamo e insieme non riconosciamo. Il perturbante è uno strumento utile per raccontare questa dissociazione».

In entrambi i romanzi il perturbante non coincide con il soprannaturale. Nasce piuttosto dall’incrinatura del reale, ed entrambe mettono in discussione il confine tra reale e fantastico. Per Julia Armfield, «ragionando in termini di genere è facile diventare snob e suggerire che la letteratura è tanto più “vera” quanto più realistica. Tutti i generi prendono continuamente in prestito gli uni dagli altri. Mi interessa piuttosto usare ciò che mi sembra più vero, e per me questo significa fare infiltrare horror e fantascienza».

Tribuiani non crede che esista una distinzione netta, tra reale e fantastico: «Per Lovecraft il fantastico non rompe le leggi di natura, ma è un’estensione della realtà, una possibilità del reale. Come la pioggia perenne di Riti Privati, che potrebbe benissimo accadere, solo per abitudine pensiamo che non accadrà. Il perturbante dissolve il confine tra reale e immaginario e, a differenza dell’horror, continua ad abitare il lettore anche dopo la fine del libro». Armfield aggiunge che sono anche il riconoscimento e l’identificazione ad aumentare quel senso di inquietudine che resta appiccicato.

In Riti Privati l’angoscia è suscitata anche dalla metropoli che produce alienazione, in Pezzi dal villaggio di G. e dalla comunità, angusta e soffocante. Sebbene siano due forme opposte della vita collettiva, in entrambe è il contesto sociale a determinare il destino dei personaggi. Tribuiani sottolinea come il perturbante costringe le persone a funzionare in modo diverso dal solito, a “fare clic”: «Qualcuno impazzisce, qualcuno si dispera. Volevo analizzare lo scarto tra le reazioni intime, anche oscure, dei personaggi e l’immagine che la comunità ha dell’individuo. Da qui la scelta di chiamare i personaggi con i loro ruoli sociali. Di fronte alla paura cercano di rompere le loro gabbie, emergono i loro demoni e finiscono per trasformare la comunità dall’interno».

Armfield, invece, racconta prima di tutto una società divisa dalle classi. «È una cosa molto inglese. Ci sono due voci: quella delle sorelle, alle prese con il padre e la famiglia, cose molto private insomma, e quella della città. Mi serviva una voce più ampia, innanzitutto per dare un po’ di respiro al lettore da questo dramma claustrofobico, e poi mi interessava mostrare come, persino durante una catastrofe, il privilegio e la sicurezza economica continuino a proteggerti. È anche un romanzo sull’architettura e sul welfare, su come le infrastrutture distribuiscano protezione in modo diseguale, anche in uno scenario quasi apocalittico. Ognuno vive il perturbante in modo personale, volevo esplorare questa distanza con punti di vista diversi».

Quella metropoli sta letteralmente affondando. Si salvano solo i ricchi, che possono permettersi di spostarsi nelle zone e negli edifici progettati per adattarsi al nuovo clima. Sempre più in alto, mentre la gente è ammassata in casermoni e convive con inondazioni, black out e scarsità di risorse. Nella fiction contemporanea il perturbante nasce da condizioni materiali estreme come povertà, disuguaglianza, cambiamento climatico? «Uno degli aspetti più inquietanti», dice Armfield, «è l’incapacità di reagire agli eventi nel modo appropriato. Chiamiamolo approccio anti-Lovecraft: i personaggi non reagiscono, perché è impossibile reagire continuamente e veramente alle catastrofi, finiremmo tutti per impazzire. Ti comporti come se tutto fosse normale, e le cose diventano ancora più inquietanti. È un aspetto del capitalismo: come società non siamo in grado di reagire adeguatamente alla crisi climatica, alle atrocità, a ogni genocidio, a tutto, perché dobbiamo andare a lavorare. Viviamo in tempi folli come se fossero normali. È qualcosa di nuovo. Se il Covid ci ha insegnato qualcosa, è che qualunque cosa può diventare normale. Ci abituiamo molto in fretta. Abbiamo una straordinaria capacità di adattamento, ma è anche una forma di apatia: non ci concediamo lo spazio per reagire». Più che nell’evento estremo, il perturbante abita nella rapidità con cui impariamo a conviverci.

A proposito di risposte collettive adeguate, la struttura dei due romanzi riflette un’attenzione alla dimensione corale, collettiva. Sono storie polifoniche, distribuiscono lo sguardo. In Riti Privati la storia è portata avanti dalla prospettiva delle tre sorelle (e dalle loro partner, e dalla città), in Pezzi dai membri dell’intera comunità. Se il perturbante ribalta l’idea di un’identità stabile, anche la voce narrante perde un centro unico. E forse viene naturale affidare esperienze come il lutto, il trauma e la violenza a una pluralità di coscienze. Per Giorgia Tribuiani la dimensione corale amplifica la reazione, perché «ogni personaggio non risponde solo a ciò che accade, ma anche al modo in cui reagiscono gli altri. Questo può generare un’escalation di paura e violenza, come nel paese di Dogville o nella città di Salem. Inoltre ognuno reagisce diversamente a uno stesso stimolo: il perturbante diventa così uno specchio. Jerzy Kosinski in Oltre il Giardino scrive che “la vita è uno stato mentale”, volevo che il villaggio fosse un mosaico di stati mentali».

Armfield guarda al ruolo della memoria nell’elaborazione di un trauma. «Mi interessava raccontare tre sorelle che condividono traumi familiari molto simili. Si pensa che vivere la stessa esperienza finisca inevitabilmente per unire, ma spesso accade il contrario: il trauma ti isola, perché ognuno conserva ricordi diversi e un modo diverso di affrontare quello che è successo. È questo che trovo perturbante, che tre persone possano conservare versioni radicalmente diverse dello stesso evento. E che il punto di vista di qualcun altro su ciò che hai vissuto possa risultare così destabilizzante. Per questo era importante che le loro voci fossero costantemente in dialogo».

E loro, con chi sono in dialogo? Con quali scrittrici e scrittori? Julia fa notare che la libreria alle spalle di Giorgia è occupata interamente dai libroni di Stephen King, che anche lei adora: «Amo il suo sentimentalismo. Spesso è frainteso come uno scrittore pulp e di consumo, ma è profondamente romantico e interessato alle persone. È ossessionato dalla casa come luogo dell’incubo, dall’idea che non sia impossibile tornarci davvero». Per Giorgia è stato il primo amore, ed è allo stesso modo debitrice del realismo magico italiano: Ortese, Landolfi, Bontempelli, Buzzati. «I miei merli, che non sono propriamente uccelli, sono antropomorfi, grandi come bambini, cambiano dimensione a seconda dello sguardo dell’osservatore, sono ispirati all’Iguana di Anna Maria Ortese, alla sua ambiguità. Per il lavoro sull’oralità c’è la tradizione folkloristica italiana, per quello sulla moltiplicazione delle voci l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, Mentre morivo di Faulkner e Rosso Floyd di Mari».

Per Riti privati invece Armfield ha tratto ispirazione soprattutto dal cinema folk horror inglese: «C’è una sorta di trilogia, straordinaria: Il grande Inquisitore, poi The Wicker Man, e La pelle di Satana. In pratica sono racconti incentrati sull’orrore e il rapporto con la terra, le persone, l’ambiente. E poi c’è stata l’influenza dei film d’azione sull’Apocalisse tipo Armageddon o Deep Impact, e Take Shelter o Melancholia. In questo sottogenere c’è un’ossessione per la famiglia nucleare: madre, padre, figlio, cane, bunker. Volevo osservare quel modello da una prospettiva queer. Che cosa succede se la famiglia non è il luogo sicuro, e magari non vuoi salvarla?». Ci sono anche chiari riferimenti a Re Lear. Anche se non ha mai visto quell’altro capolavoro che è Succession. «Alla fine c’entra sempre la famiglia. E un padre terribile». A Tribuiani il padre di Riti Privati, Stephen Carmichael, ha ricordato il documentarista di Casa di foglie di Mark Z. Danielewski, e James Incandenza di Infinite Jest di David Foster Wallace: personaggi extra ordinari. Armfield sorride: voleva proprio scrivere un personaggio capace di occupare una stanza anche da assente. «Che cosa interessante, i padri». Da quel padre onnipotente che voleva dominare la natura, il discorso scivola appunto verso la natura, l’ultimo grande elemento che accomuna i loro romanzi. Entrambe mettono in discussione l’illusione di poterla comprendere o addomesticare, illusione che il perturbante mette a nudo. «La natura rappresenta proprio quel cortocircuito della conoscenza che noi pensiamo di avere degli eventi quando invece del mondo sappiamo davvero molto poco o nulla», dice Tribuiani. Per Armfield questo è inquietante ma allo stesso tempo dà speranza: «La natura, nonostante tutto, continua a esistere secondo le proprie leggi e a fare quello che vuole. Ciò che per noi può sembrare terribile, alla fine vuol dire semplicemente che è la natura ad avere l’ultima parola. È come se avessimo guardato il nostro riflesso nel modo sbagliato, convincendoci di essere noi il centro dell’immagine. Ma non è così».

Livia Chiriatti (Roma, 1995) è assistente editoriale del Foglio Review.