A tutti è capitato di dire di un animale domestico: gli manca solo la parola. Sono chiacchiere da area cani, ma anche una semi verità. Gli animali hanno sentimenti e sofisticati apparati comunicativi per esprimerli – non hanno affatto bisogno della parola. Carl Safina è un biologo che ha dedicato quarant’anni a studiare la vita e la cultura degli animali non umani, e a raccontarla in libri lirici e delicati, pubblicati in Italia da Adelphi. A studiare il ruolo dell’empatia, della compassione, dell’amore, così come del linguaggio e dei rapporti sociali. Condividiamo tutti gli stessi bisogni primari: prenderci cura dei nostri piccoli, trovare cibo, riparo, sopravvivere. Ma anche aiutare chi è in difficoltà, ritrovare gli affetti, i legami familiari, la curiosità nei più giovani. Safina ha osservato le tecniche di caccia delle orche della Patagonia, il lutto degli elefanti di Tsavo Est, le famiglie di lupi di Yellowstone, le strategie di accoppiamento di alcuni uccelli tropicali, le rotte delle tartarughe Liuto, protagoniste del Viaggio della tartaruga, ottocento pagine appassionanti e commoventi sulle tartarughe marine più grandi, antiche (e belle) del mondo.
Nel suo ultimo libro, Alfie & Me (uscirà in Italia sempre per Adelphi), Safina racconta della vita di un gufo, che qualche anno fa ha trovato nel portico di casa sua, a Long Island, appena nato e ferito. Assieme alla sua compagna se ne è preso cura e il gufo, che poi hanno scoperto essere una femmina e hanno chiamato Alfie, è entrato a far parte della loro famiglia. Presto ha imparato a volare, si è stabilita sull’acero del loro giardino, si è trovata un compagno e si è fatta la sua propria famiglia, conservando un posto in quella che l’aveva adottata. È da qui che inizia questa nostra conversazione.
In Alfie & Me ha osservato un singolo esemplare, un individuo – e la sua vita interiore. Che differenza c’è con lo studiare gli animali in gruppo, a distanza? Qual è il suo metodo?
Non ho studiato Alfie con un metodo scientifico classico, o per ragioni classiche. Di solito si studiano gruppi più che singoli esemplari, per raccogliere dati: si misurano e contano cose come il numero medio di uova, la media tra le uova deposte e quelle covate, il numero di giovani per nidiata che sopravvivono fino all’età di volo, la dimensione media dei territori, cose così. Con Alfie ho osservato lei e la sua famiglia, preso appunti “narrativi”, un po’ come Jane Goodall faceva con gli scimpanzé. Con Alfie non c’è stata una raccolta di dati scientifica, solo l’opportunità di conoscere a fondo un gufo e la sua famiglia. Se mi fossi messo a osservare con metodo scientifico i suoi comportamenti e quelli del suo compagno e dei suoi figli, mi sarei perso la cosa più interessante, cioè che Alfie è un individuo, e che agisce sempre in modo un po’ inaspettato, un po’ diverso. Per esempio, il suo primo compagno aveva un carattere molto diverso rispetto a quello con cui sta da due anni. Ma soprattutto mi interessava la capacità di Alfie di relazionarsi con noi, umani che conosceva e di cui si fidava, e con i cani della famiglia, che conosceva e di cui si fidava, mentre al contrario era terrorizzata dai cani sconosciuti. Mi interessava che, dopo essere stata allevata da noi, si comportava normalmente con un compagno selvatico, ha allevato i propri piccoli in modo selvatico, ma quotidianamente veniva a trovarci e con noi è restata domestica, per così dire. Oggi Alfie ha sei anni, ha nidificato cinque volte e ha appena lasciato andare nel bosco il suo quindicesimo figlio. È una storia meravigliosa di vita e successo, che inizia con una piccola gufetta trovata appena nata e praticamente morta.
Nel periodo in cui scriveva Alfie & Me ragionava molto sul perché noi occidentali siamo così disconnessi dalla natura. Nel libro porta esempi di diverse culture native e non occidentali. Una cosa importante che ha imparato dalle culture native?
La cosa più importante che i nativi hanno intuito, cosa poi confermata dalla scienza occidentale, è che la vita, il mondo fisico e il cosmo formano una rete di relazioni in cui siamo inseriti e di cui facciamo parte. Ovunque nel mondo durante la maggior parte della storia dell’umanità (e ancora oggi in alcuni luoghi in cui ci si affida a valori culturali molto antichi), le persone concepivano la natura e il mondo fisico come sacro e intero – in Europa fino al diffondersi del Cristianesimo. Nella visione del mondo degli antichi, questo conteneva in sé le cose più sacre, sante e spirituali. In quella dei moderni, è il contrario. Le religioni abramitiche hanno concentrato l’attenzione fuori da questo pianeta, guardando alla morte, al paradiso e alla “salvezza”. Hanno ereditato Platone e la sua svalutazione della vita terrena. E anche Aristotele, che con la Scala Naturae ci ha convinto che il mondo esiste per noi esseri umani, al vertice della gerarchia delle creature viventi. Questa svalutazione si riflette nell’economia globalizzata, in cui un albero non ha valore fino a quando non è tagliato, e l’inquinamento è gratuito per chi inquina. Abbiamo deciso di non rispettare la Terra, è per questo che c’è stata questa accelerazione dei problemi ambientali.
Poi gli esseri umani cercano di rimediare ai loro danni. Nel Viaggio della Tartaruga racconta che le Tartarughe Kemp erano seriamente a rischio d’estinzione, e ora grazie all’intervento umano – lo stesso che le ha messe in pericolo – non lo sono più. In alcune spiagge per proteggere le uova di tartaruga dai procioni predatori, si ricoprono i nidi di habanero. C’è un limite all’intervento umano?
Non credo che ci sia un limite. Ci sono equilibri da ricercare. Abbiamo superato i limiti del pianeta, dobbiamo tornare rapidamente all’equilibrio e continuare a riequilibrarci nel corso dei prossimi due secoli. Il mondo dei viventi ha subìto perdite ingenti. Dalla prima Giornata della Terra nel 1970 – poco più di cinquant’anni fa – si stima che ci sia stato un declino del settanta per cento delle popolazione complessiva della fauna selvatica globale, che abbiamo perso un terzo degli uccelli del Nord America, è universalmente nota l’“apocalisse degli insetti”, le foreste subiscono incendi come mai prima, e le barriere coralline sono in condizioni pessime. Abbiamo bisogno di quanti più interventi positivi possiamo.
Come i programmi di reinserimento nella natura. Quanto in questi casi bisogna tenere conto della cultura (l’insieme delle abilità che apprendiamo socialmente, secondo Safina) e del carattere di un singolo individuo?
Quando una popolazione selvatica scompare, tutto il suo patrimonio culturale si perde: cosa è cibo, dove è il cibo, dove è la fonte d’acqua, cosa è pericolo, dove è meglio non andare, dove ci si sposta d’estate o quando arriva il freddo e il cibo non si trova, quali sono le rotte migratorie. Alcune specie (chiaramente non tutte) tramandano queste informazioni da una generazione all’altra, gli anziani ai giovani. Nei programmi di reintroduzione e ripopolamento della fauna selvatica, spesso singoli individui sono rimessi in libertà in un luogo dove non ci sono anziani con dell’esperienza, della cultura. In tentativi diversi e con specie diverse, dai pappagalli alle pecore selvatiche, il tasso di mortalità dei singoli individui reintrodotti è molto alto, perché non hanno nessuno da cui imparare. Tentativi dispendiosi da un punto di vista di tempo e di denaro, falliti miseramente.
A proposito di individui, di carattere: il Washington Post ha pubblicato uno studio sui delfini nella Baia di Sarasota in cui i delfini sono definiti degli stronzi. Che ne pensa, gli animali non umani possono essere stronzi?
Di solito crediamo che gli animali siano inferiori a noi. Perché dovremmo aspettarci che siano migliori di noi? Ma, per risponderle in modo diretto: dipende dalla tua definizione di “stronzo”. I delfini sono mammiferi che vivono in branco, come noi, e possiamo riconoscere in loro alcuni nostri stessi comportamenti non simpatici. I maschi possono essere aggressivi l’uno con l’altro, con gruppi di altri maschi, e con le femmine. Quindi se la stronzaggine è un comportamento comune tra gli esseri umani, allora suppongo che lo sia anche tra i delfini.
Le femmine di delfino non fanno molti figli. La mamma si porta un cucciolo malato sulla schiena per giorni, per aiutarlo a respirare, seguita in corteo dalle altre femmine. È facile empatizzare con questo comportamento. Ma quali conseguenze ha proiettare categorie umane di pensiero, emozioni, carattere, affetto, sulla comprensione degli animali non umani?
Non dovremmo proiettare. Dovremmo osservare. L’errore che commettiamo sempre, almeno dai tempi di Cartesio, è insistere sul fatto che gli animali non provano empatia, non hanno personalità, non possono ragionare e prendere decisioni, non piangono i loro morti, né pensano o soffrono. Se si osserva senza pregiudizi, come d’altronde è stato fatto in centinaia di studi negli ultimi trent’anni, si vede che in varia misura molti animali hanno alcune o tutte queste capacità. La maggior parte di noi è abituato solo a cani e gatti: ci accorgiamo che hanno personalità e desideri, ma questo è vero per moltissime specie selvatiche. Cosa ci sorprende? Condividiamo tutti lo stesso patrimonio genetico. Siamo parenti biologici. I sistemi nervosi degli animali non umani funzionano in modo simile ai nostri, condividiamo gli stessi neurotrasmettitori, e gli ormoni che creano le reazioni chimiche dell’umore e degli stimoli. Siamo la grande famiglia dei viventi. Non siamo uguali, ma le differenze sono una questione di intensità piuttosto che di qualità.
Anna Breytenbach lavora sulla comunicazione intuitiva e telepatica con gli animali. Ne ha mai fatto esperienza?
Intuitiva, sì: per esempio con i nostri cani comunichiamo leggendo i segnali più sottili. L’ho sperimentato anche con altri animali con cui ho vissuto, perché, non avendo il nostro tipo di linguaggio, sono eccellenti lettori di sottigliezze e possiamo imparare a condividerne alcune con loro. Ma la telepatia, no, non l’ho mai sperimentata. E quindi resto un po’ scettico al riguardo.
Recentemente sono entrata in contatto con la comunità di Tamera in Portogallo. Si definiscono un “healing biotope”, e praticano la cooperazione con tutti gli esseri viventi con cui condividono la terra. Lei scrive che sulle coste della Florida le persone spengono le luci delle loro case sulla spiaggia per permettere alle tartarughe di orientarsi più facilmente e trovare l’oceano. Questa è cooperazione? Come potremmo praticare la cooperazione nella nostra quotidianità? In città?
Lei la chiama cooperazione. Io direi piuttosto che possiamo cercare la coesistenza. Possiamo cercare di vivere con dignità, pace, e gentilezza in un mondo rinnovato, prospero e ricco di vita. Aspirare a questo può portarci ad agire a tutti i livelli, tra gli esseri umani e tra gli esseri umani e gli altri animali. È la cosa migliore e più alta di cui sono capaci le nostre menti e le nostre azioni. Parlando strettamente di vita urbana, non avendo la terra, dobbiamo estrarre le risorse da altrove. Oppure soffermiamoci su quello che mangiamo: vogliamo acquistare prodotti coltivati senza pesticidi, vogliamo ridurre o eliminare la carne, guidare con veicoli efficienti, diventare autonomi da un punto di vista idrico ed energetico, voteremo per candidati che supportano iniziative “verdi”, parchi e santuari naturali? Cose così.
Ha un animale guida?
Non nel senso che c’è un animale che mi guida. Non credo negli animali guida, o negli angeli custodi, o che, se ci fossero, io sarei abbastanza importante per loro (non avrebbero di meglio da fare?). Ma ci sono delle creature i cui comportamenti, abilità e bellezza hanno certamente suscitato in me un’attenzione speciale e hanno ispirato e sostenuto il mio lavoro per aiutarmi ad andare avanti e farlo riverberare nel mondo. Tre giganti, per me, sono i falchi pellegrini, i tonni rossi e gli squali mako. Poi ci sono gli elefanti, creature straordinarie che hanno bisogno della nostra compassione. Potremmo dire che nel lavoro di conservazione delle specie che ho svolto, loro hanno ispirato me a essere una sorta di animale guida per loro. Ma per favore non ditelo ad Alfie. Lei è il mio piccolo spirito speciale.