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L’esercitazione nucleare

“Lunga vita all’Unione Sovietica”. Bisognava restare zitti, la compagna maestra captava tutto il nostro disprezzo. Il fazzoletto rosso bruciava il collo, la maschera antigas puzzava. Crescere marciando e prepararsi a un attacco atomico. Bratislava, anni Ottanta

Sapevo che era il giorno dell’esercitazione quando la compagna maestra insieme al compagno bidello portavano in classe la grande cassa verde. Lì dentro c’erano le maschere antigas. Ci scambiavamo occhiate fra di noi, qualcuno storceva il naso, ci veniva da ridere ma non ridevamo. La compagna maestra ci faceva mettere in piedi vicino ai banchi, con la schiena dritta e il mento su, come si addiceva ai fieri pionieri che eravamo, e lei camminando tra noi, ci raccontava degli Imperialisti spietati che ammazzavano gli operai di fame. Noi non saremmo finiti così, di noi si occupava lo Stato Socialista, si prendeva cura dei nostri bisogni, e qui la compagna maestra si girava verso la bacheca in fondo alla classe e la indicava con il palmo. Aspettava finché tutti guardassimo e se qualcuno si distraeva, lei strillava il suo nome. Sulla bacheca erano appuntati slogan come “Lunga vita all’Unione Sovietica – la più grande garanzia di pace nel mondo!”, oppure “Grazie al Partito per il materiale scolastico!”. All’inizio dell’anno avevamo avuto quaderni, libri di testo, matite, penne, gomme, righelli, li avevamo trovati sui nostri banchi, pronti per essere usati, per noi. Io odiavo i quadernini verdi, di un verde acqua sbiancato e anonimo, erano sottili con le pagine quasi trasparenti e lisce. Mi parevano brutti ancora prima di scriverci con la mia calligrafia sgraziata. La maestra viola in faccia, riprendeva a camminare tra i banchi, alcuni di noi erano già alti e lei era bassa ma la sua voce ci sovrastava tutti. Mio padre diceva che era una krava e mia madre lo ammoniva: non darle della vacca davanti alla bambina. Mi dovevo concentrare per scacciare la parola di mio padre dalla testa mentre la compagna maestra mi girava attorno, lei captava tutto, il disprezzo, il nostro ribollire dentro. Allora noi rimanevamo zitti, era molto importante rimanere zitti. Era una delle prime cose che avevo imparato.

Avevo cinque anni quando ho capito che non si dice comunista. Si dice compagno. Compagni erano tutti gli adulti tranne mamma e papà che erano solo mamma e papà. Adulti parenti erano zio o zia, come zio Dušan o zia Magda, i nonni erano nonni. E poi c’erano i comunisti ma non bisognava dirlo. Mai. Se i grandi si zittivano, io drizzavo le orecchie e mi guardavo attorno, sapevo che da qualche parte doveva esserci un comunista e bisognava stare attenti, molto attenti. Ero una bambina timorosa e avevo sempre paura dell’ira dei grandi. I grandi si arrabbiavano facilmente, bastava una parola sbagliata, un gesto improprio e attorno a me esplodevano parole.

Per non far esplodere la compagna maestra noi rimanevamo zitti finché lei ci distribuiva le maschere antigas. “Questa è un’esercitazione nel caso di un attacco nucleare”, diceva. A nove anni ero convinta che la guerra sarebbe iniziata di lì a poco. La mattina mi svegliavo e guardavo fuori dalla finestra per vedere se c’erano di nuovo i carri armati. Di nuovo perché era successo a mio padre e io ero convinta che sarebbe potuto succedere anche a me.

Le maschere antigas erano verde-marroni. Bisognava prenderne una, allargare gli elastici, ficcarci dentro la testa, portare gli elastici dietro e lasciarli. Le maschere erano troppo grandi, puzzavano da far venire la nausea. Mi sembrava di avere la faccia fino alle ginocchia per quanto tiravano giù. Guardavo attraverso le finestrelle sporche i miei amici, ma vedevo solo sagome di plastica. Ci mettevamo in fila indiana per uscire dalla classe, io dietro a Peter. Lui poi mi faceva i segni con le mani dietro la schiena e io indovinavo cosa mi voleva dire. Un giorno ha puntato gli indici verso il basso. Non avevo bisogno che facesse di più, ho subito capito. Le sue scarpe, erano le vere Adidas, con strisce rosse. Le ho guardate quasi per tutta l’esercitazione, anche attraverso i vetri impiastricciati erano belle. Suo zio era un musicista, suonava il violino in Lúˇcnica e spesso era in tournée in occidente. Dicevamo sempre così, l’occidente, non era importante se Francia, Inghilterra, Olanda o Spagna, per noi l’occidente, una sola parola, significava il paradiso, il posto dove tutti avrebbero voluto essere. Beh lui ci andava spesso, con la compagnia che si esibiva con i balli e i canti popolari slovacchi nei teatri di Parigi, di Londra, suonava il suo violino e sorrideva. Parlava inglese e quando dopo lo spettacolo gli chiedevano come era vivere in Cecoslovacchia, sorrideva ancora di più e rispondeva “it’s ok”. Nessuno vuole sentirsi ancora più piccolo di quello che è già. A Peter portava sempre qualcosa, quel qualcosa che poi noi a scuola gli invidiavamo ferocemente. Le Adidas non gliele invidiavo per quelle strisce rosse. Il rosso lo odiavamo, tutti. I nostri vestiti erano marroni, beige, verde scuro, neri, grigi e azzurrini. Rosso era soltanto il fazzoletto che portavamo attorno al collo sopra la camicetta azzurra e pantaloni blu, la nostra uniforme nei giorni di festa, quando giuravamo di essere fedeli, quando marciavamo nel corteo del primo maggio o quando cantavamo l’inno per celebrare la liberazione della Cecoslovacchia da parte dell’Armata sovietica. Quel fazzoletto ci bruciava al collo, sul petto le due estremità dovevano formare il numero uno, quel numero uno eravamo noi, non perché eravamo forti, ma perché eravamo un’unità. Il colore era quello della bandiera sovietica.

Le strisce sulle Adidas di Peter erano di una sfumatura diversa ma nessuna sfumatura avrebbe potuto cancellare la stretta al collo che sentivamo quando c’era in mezzo il rosso. Quella volta camminando dietro al mio amico con le scarpe nuove, ho avuto paura. Peter era felice, anche con la maschera antigas lo era, potevo intuire la sua faccia sorridente da come appoggiava il piede per terra uno dietro l’altro. Lo faceva per me, per dirmi, guardami. In quel momento ho pensato ai capelli biondi e lunghi della mia amica con cui condividevo il banco l’anno prima. Si portava a scuola il pettine e se li pettinava durante la ricreazione, con cura, finché un giorno la compagna maestra gliel’aveva strappato dalle mani. Poi la mia amica non era più venuta a scuola e la compagna maestra facendo l’appello aveva saltato il suo nome. Il posto del mio banco era rimasto vuoto fino alla fine dell’anno, io ogni tanto lo fissavo, non avevo chiesto di lei, non ne avevo parlato. Molti mesi dopo mia madre mi aveva detto che la mia amica era andata in Canada. Si chiamava come me, Jana.

Ho quasi sbattuto contro la schiena di Peter, l’ordine di fermarsi era arrivato brusco.

Gli alberi nel cortile erano alti e le foglie si scuotevano come se soffrissero il solletico. Non sentivo l’aria, doveva essere profumata, la mattina prima di entrare a scuola, lo era. Ho iniziato a contare, la mia voce rimaneva imprigionata nella maschera antigas, insieme a me. Guardavo la schiena di Peter, le sue mani lungo i fianchi non mi parlavano ora, eravamo in attesa, ma era troppo presto. La compagna maestra ci ha fatto marciare lungo il cortile, sotto i faggi, alzavamo le ginocchia in alto, calpestavamo i sassolini, guardavo fisso un punto sulla schiena di Peter e contavo, contavo. Poi finalmente ci siamo fermati. Qualcuno ha chiesto: “Possiamo?”. La compagna maestra ha detto sì e noi ci siamo sfilati le maschere dalle facce. Eravamo rossi, come lei. Ha scelto Peter per andare a chiamare il bidello e aiutarlo a riportare la grande cassa verde. Avrà visto le sue Adidas, ora sporche di polverina bianca dei sassolini del cortile. Prima di riporre le maschere antigas nella cassa le abbiamo pulite con delle pezze di stoffa che ci aveva distribuito il compagno bidello. Alcuni strofinavano le due finestrelle, io ho toccato il filtro lasciando i vetri come erano. La compagna maestra pareva soddisfatta, ha rinchiuso la cassa e le ha dato due colpetti con la mano. Poi si è girata verso di noi, io guardavo gli alberi, erano maestosi, ci ha finalmente detto che l’esercitazione era finita. Ci siamo sparpagliati per il cortile, liberi di ritirarsi dove volevamo. Io e Peter siamo andati ad accarezzare la corteccia del grande faggio nell’angolo, era piena di resina, sanguinava quel suo sangue giallo.

L’esercitazione per l’attacco nucleare è uno di quei ricordi di cui non parlo mai, non ne parlo con i vecchi amici di Bratislava e nemmeno con le persone che fanno parte della mia vita di adesso, è acqua passata, pensavo. Ma ieri mi ha telefonato mia madre, mi ha detto che ci sono code davanti alle farmacie, le persone comprano pillole di iodio per proteggersi dalle radiazioni e allora sì che mi sono ricordata. Mi sono ricordata le nostre marce in cortile e la compagna maestra che si puliva gli angoli della bocca con un fazzoletto dopo averci gridato gli ordini, mi sono ricordata la sera che mi strofinavo la faccia con il sapone per far sparire l’odore della maschera antigas e per come guardavo il cielo, con il terrore di vederci qualcosa. La mia paura di allora, che credevo superata per sempre, è ancora intatta nella voce di mia madre.

Jana Karsaiova (Bratislava, 1978), scrittrice, ha imparato l’italiano da autodidatta. Il suo primo romanzo, “Divorzio di velluto” (Feltrinelli, 2022), è stato candidato al Premio Strega.