Quando avevo la tua età, il mondo era ancora in ordine. È quello che si dice sempre nel momento in cui la distanza tra «oggi» e «allora» è grande e il tempo ha reso lo sguardo su sé stessi e sulla vita in generale più mite, più conciliante e, soprattutto, più sentimentale. BÈ, il mondo non era affatto in ordine (quando mai è in ordine, il mondo?), ma era diverso, così diverso che faccio fatica a credere che sia esistito davvero.
In quel mondo non c’erano i film della Disney o della Pixar, però c’erano i cartoni russi e le fiabe in tv; non c’erano i frullati, ma il gelato che sapeva veramente di crema sì, che c’era; niente Wendy’s o Hello Kitty, ma veri cavalli, all’ippodromo, dove si potevano prendere lezioni di equitazione, che poco avevano a che fare con il romanticismo di una ragazzina; e tutte le sere, la melodia inquietantemente familiare del programma per bambini Buonanotte, bambini. Ma anche in quel mondo, come in quello di oggi, da una parte c’erano gli uomini e dall’altra le donne.
Gli uomini di allora erano «forti» e facevano rumore, stampavano baci sulle guance dei più piccoli e alle feste brindavano con orgoglio alle mogli e ai figli; alcuni di loro nel fine settimana portavano i bambini allo zoo, al circo o al parco. Parlavano di argomenti «importanti» e andavano al lavoro. Anche le donne andavano al lavoro, in fin dei conti vivevamo sotto il socialismo, anche se già un po’ traballante. Dopo, le donne tornavano a casa e cucinavano, pulivano, accudivano i bambini, li aiutavano a fare i compiti e spesso si occupavano anche delle madri anziane, dei padri o di entrambi.
Il mondo in cui sono cresciuta era un mondo di donne in cui le donne portavano avanti la vita, ma non decidevano nulla. O meglio, si comportavano come se non decidessero nulla. Tra le battute che ho sentito più spesso durante la mia infanzia, c’è questa: «L’uomo è la testa, la donna il collo – è lei a girarlo dove vuole». Le donne lo ripetevano con un sorriso malizioso e uno strano scintillio negli occhi, come se sapessero qualcosa che io ancora non sapevo, e che in particolare agli uomini era negato. Lo ripetevano donne autonome, istruite, forti, indipendenti, fiere, coraggiose, tutto quello che avrei voluto diventare anch’io; eppure, lo ripetevano con un fervore alimentato da una fede cieca.
Da bambina non ho mai messo in discussione questa affermazione, così come altre che solo col tempo mi hanno fatto riflettere. Per esempio, che è bene che una donna rappresenti sempre un mistero per il proprio marito – un buon modo per tenerselo a lungo – oppure che il tradimento degli uomini è perdonabile, più di quello delle donne, perché gli uomini sono più condizionati dall’istinto e, oltretutto, come donna hai il dovere di mantenere un certo «decoro morale».
Era un mondo illusorio, pieno di zone grigie e spazi d’ombra. Un mondo in cui le donne fingevano di essere più stupide e più deboli di quanto fossero in realtà e in cui gli uomini – che erano sempre più «impulsivi», più «animaleschi», più «aggressivi» – dovevano essere tenuti nell’ignoranza o all’oscuro di qualcosa, perché queste strane mezze verità sembravano essere il vero potere delle donne.
L’oggetto della mia prima protesta è stata proprio la battuta della testa e del collo. Non capivo perché il mio collo non poteva reggere la mia, di testa, e farla girare dove volevo io, invece di manovrare quella di un uomo. E neppure avevo intenzione di accettare un’infinita serie di divieti privi di senso che per me, in quanto femmina, erano invece sottintesi. Mentre i miei amici maschi potevano stare fuori quanto volevano, io dovevo essere a casa a una certa ora. Mentre a loro era permesso imprecare ad alta voce e masticare chewing-gum, azzuffarsi e correre veloci, io dovevo apparire dolce e sognante, preferibilmente bisognosa di aiuto, così che i ragazzi potessero soddisfare il loro istinto protettivo, cosa che inevitabilmente avrebbe aumentato le possibilità che si innamorassero di me. Mentre per loro si annunciavano avventure selvagge e il futuro era una pagina ancora non scritta, per me era stabilito che – indipendentemente dalla mia carriera professionale – mi sarei sposata e avrei avuto dei figli eccetera eccetera. Queste leggi non scritte, che valevano solo per le ragazze e per le donne, sembravano non finire mai.
L’aspetto più insidioso di tutto questo, però, è che la versione ufficiale del mondo in cui vivevo era completamente diversa. Ufficialmente noi donne avevamo gli stessi diritti, ufficialmente dovevamo assolutamente imparare, studiare, conquistarci un lavoro, essere indipendenti, guadagnarci i nostri soldi, essere forti, intelligenti, scaltre, curiose e avide di sapere. Ma questa era solo la superficie lucente del mondo, una specie di facciata. E le donne, anche quelle che per me erano un modello, stavano al gioco senza contraddizioni; accettavano queste leggi non scritte come se dovessero sopportare tutto, ogni ingiustizia, ogni pena, solo per non offendere l’onore del maschio (nel mio caso) georgiano. Ma come si può vivere in questo paradosso? Come ci si può adeguare alle regole sociali e allo stesso tempo essere libere? Come sfidare gli uomini senza vedere automaticamente negato il proprio status di donna? Come conciliare tutte queste aspettative senza morirne?
I campi delle battaglie che ho cominciato a combattere da ragazza, e per cui oggi continuo a combattere, erano le aule di scuola e dell’università: cosa le salta in mente? Il suo modo di condurre la discussione non si addice a una giovane donna! Erano le strade e poi i locali rumorosi e pieni di fumo: non toccarmi! Erano gli autobus e i tram: giù le mani! Ed era anche casa mia: perché non posso tornare più tardi, i ragazzi possono. Eccetera eccetera.
Ero convinta che queste battaglie sarebbero finite all’istante, che le avrei vinte una volta per tutte non appena avessi raggiunto il mondo della libertà, l’occidente. Dopotutto, nel mio paese arretrato l’immagine della donna era fatta di propaganda socialista, favole orientali e miti nazionalisti di sante e puttane. Le donne occidentali, invece, si erano liberate delle loro catene con il ’68, erano forti di una storia di emancipazione centenaria, sostenute dall’ideale europeo di uguaglianza. Proprio così! Ero convinta che mi sarei finalmente lasciata alle spalle tutte quelle verità nascoste da un velo. Ottenere il posto che desideravo all’università, toccare con mano la libertà a cui aspiravo mi era sembrata una vittoria. Mi sono lasciata alle spalle il mio mondo e tuffata a capofitto in uno nuovo in cui credevo di poter essere libera, finalmente un essere umano e non «solo» una donna.
A lungo ho distolto lo sguardo, cercando di non vedere la realtà che avevo immaginato diversa. Non volevo trattare e contrattare in innumerevoli stanze per poi lasciarmi sempre cadere su una sedia con un sospiro, a pensare: «Ma perché il mio collega, uomo, deve prendere il trenta per cento in più di me per fare lo stesso lavoro?». Non volevo, per strada, nei locali, sugli autobus e sui tram, pensare: «Non di nuovo, non anche qui!». Ma soprattutto, non volevo essere circondata da donne che avevo ammirato nella speranza che fossero le vere amazzoni dei tempi moderni, per poi rendermi conto che erano intrappolate nella stessa ragnatela invisibile che dettava come bisogna essere per piacere, per vivere, anzi no, per sopravvivere – proprio come le donne del mio paese, che così a lungo avevo accusato di essere vili. Più di tutto mi ha fatto soffrire rendermi conto che, nonostante fossi fuggita dal luogo che voleva costringermi in modelli arcaici e ruoli arretrati, questi modelli e questi ruoli erano scolpiti dentro di me.
Quindi, siamo sempre state destinate a cadere in una trappola in quanto donne, oppure è l’essere donna una trappola di per sé?
Purtroppo non sono più così fiduciosa da credere che, quando avrai la mia età, non ci sarà più bisogno di porsi tutte queste domande. Non credo che il mondo in cui stai crescendo cambierà granché.
Sì, credo che anche tu dovrai percorrere tanti campi di battaglia, ma spero che le tue armi siano più precise delle mie, che la tua mente veda più lontano e che nessuno sia in grado di far vacillare l’immagine che avrai di te stessa e di quello che diventerai. Soprattutto, spero che non conquisterai mai il tuo amore con il Bikram o il Power Yoga, l’Hot Iron, il Nia, lo Spinning, l’Athletic Workout, il Gag, lo Stretch and Relax o la Pole dance; né con la fame delle cure dimagranti o con il digiuno, non con diete low carb, alcaline, paleo, per insulino resistenza, dissociate, Dukan o Body Change; non con i reggiseni push-up o il tanga o lo shapewear, non facendo la carina e la persona semplice e servizievole e tranquilla, o ancora peggio la coniglietta sexy, non con le risate civettuole e il botox, né con un seno più grande o la liposuzione; non dimostrandoti accomodante e facendo infiniti compromessi che sarebbero solo a tue spese; non con sacrifici pagani, sanguinosi e grandi e sempre più grandi, perché gli dèi sono sempre più insaziabili, non con acrobazie contorte che ti tolgono il respiro, non con bugie e mezze verità ritoccate dal trucco Avène, La Mer e La Prairie, Biotherm, Yves Saint Laurent, L’Oréal, Garnier, Givenchy, Chanel, Clarins, Guerlain, Bobbi Brown, Nivea, Kanebo, Lancaster, Estée Lauder, Armani, Dior, Helena Rubinstein, Vichy, Olaz, Avon, Ellen Betrix, Oriflame, Shiseido, Mac, Benefit, Annayake, Yves Rocher, Kiehl’s, Cacharel, e poi Body Shop, Weleda, Dr. Hauschka. Sì, spero che non dovrai conquistare il tuo amore con tutto questo. E spero che non cercherai di trovare te stessa con l’aiuto dell’auraterapia, dello yoga della risata, delle carte, dell’astrologia medica, dell’iridologia, del mesmerismo, della kinesiologia e, soprattutto, non con l’aiuto degli uomini.
Ti auguro di intendere il tuo essere libera come un foglio bianco da riempire con le parole che vuoi tu e a cui mettere la tua firma, senza paura, libera.
Traduzione dal tedesco di Francesca Varotto.
Ogni sera i georgiani si trovano in piazza come se tornassero a casa. Il ballo della democrazia che serve anche a noi
Ogni sera, dopo il lavoro, ci si trova più o meno nello stesso punto, come se si tornasse a casa. Viale Rustaveli a Tbilisi, la strada principale della capitale della Georgia dove ogni palazzo ha un pezzo di storia da raccontare (nella corteccia di un albero vicino al Parlamento c’è ancora conficcato uno dei proiettili sparati dai sovietici contro i manifestanti il 9 aprile del 1989), è il luogo del ritrovo: non c’è bisogno di dirsi nulla, si sa che ci si incontra lì, si avvisa soltanto se, per una sera, non si va, ci vediamo comunque domani. La protesta contro il governo filorusso è iniziata il 28 novembre scorso, quando un gelido annuncio ha affossato il sogno europeo dei georgiani sospendendo il processo di adesione all’Unione europea: s’è spezzato il maleficio con cui il partito al potere, Sogno georgiano, aveva imbrogliato i cittadini, illudendoli di non voler toccare la promessa occidentale, tanto importante da essere stata messa nella Costituzione. E i georgiani protestano imperterriti e pacifici, armati di fuochi d’artificio che illuminano le notti fredde, assieme alle bandiere, ai cartelloni, ai canti e ai balli. Le feste di Natale e Capodanno sono state celebrate nelle piazze e nelle strade in tutta la Georgia, tavole imbandite con i cibi della tradizione, i riti di sempre mescolati a un futuro che esiste soltanto se si sconfigge una volta per tutte la minaccia russa. L’unico modo per farlo è ripetere le elezioni, rincontarsi anche se si è appena votato, perché Sogno georgiano dice di aver vinto – l’Osce e altri istituti indipendenti hanno dimostrato che ci sono stati dei brogli – ma non lo ha fatto e soprattutto non lo può fare ora che il suo inganno è stato svelato. Non ci sono alternative, compromessi, negoziati perché in gioco c’è un’aspirazione democratica che i georgiani coltivano da quando sono diventati indipendenti dall’Unione sovietica: sanno che un’altra occasione per restare ancorati all’Europa non ci sarà, che Vladimir Putin si avventerà rapace su questo paese e questo popolo (occupa già circa il 20 per cento del territorio georgiano).
Il governo cerca lo scontro, dice che ogni manifestante è una provocazione, e intanto arresta e reprime. Gli “uomini in nero” sono i picchiatori senza simboli, ormai conosciuti da tutti (ci si avvisa a vicenda per dirsi che sono in arrivo o nelle vicinanze: la protezione collettiva, solidale e serrata, si muove su messaggi e app create apposta per difendere l’incolumità di chi protesta), che portano il terrore dentro le manifestazioni: sono brutali e impuniti. I volti dei tanti georgiani che sono stati picchiati tappezzano i muri delle città, simboli della repressione che gli occidentali continuano a sottostimare, così come le centinaia di persone che sono state arrestate e che non vengono rilasciate, perché la magistratura è collusa con il partito al potere e non esegue più il proprio mandato: fare giustizia. Mzia Amaghlobeli, una giornalista che ha fondato due media battaglieri, si è presentata in tribunale, per un processo ingiusto, con in mano l’edizione georgiana del libro di Maria Ressa, Nobel per la Pace nel 2021, che s’intitola: “Come resistere a un dittatore”.
Il governo ha capito presto che la protesta non si vuole, non si può fermare, così conta sull’indifferenza o la distrazione dell’Europa e dell’America, immagina uno scenario come quello della Bielorussia, dove centinaia di manifestanti sono ancora in galera dopo anni e sono stati condannati a pene durissime, e lo slancio liberale e democratico degli europei si è presto assopito (poi è arrivata l’invasione dell’Ucraina, con le basi in Bielorussia a fare da appoggio). I georgiani combattono l’indifferenza ritrovandosi ogni sera, resistendo alle botte, alle intimidazioni, alla possibilità di perdere ogni cosa perché Sogno georgiano sta schedando tutti, si vendicherà su tutti – e lo fanno con quel loro spensierato fatalismo per cui quel che deve succedere succede: è fatto di determinazione e danza, di disciplina e sorriso, dell’assenza assoluta di disperazione di chi si fida del futuro. Ogni notte georgiana è una cura anche per noi europei occidentali, mesti e lamentosi quando potremmo invece unirci a questi balli democratici: servono pure qui.
(Paola Peduzzi)