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L’ultimo bicchiere, meglio se analcolico

C’è sempre più interesse per le bevande con poco o senza alcol, ma i dati sono scarsi e non si sa che effetto abbiano sulla salute e sulla socialità. La dipendenza resta una realtà diffusa e le strategie di prevenzione sono insufficienti. Una serata con gli Alcolisti Anonimi, dove farcela è questione di vita o di morte e oltre alle medaglie si ritrovano pezzettini di sé

Succo di mela e soda, sembra nulla e invece è un grandissimo cocktail analcolico». Carlo Carnevale, giornalista di settore che conosce il mondo del bere negli aspetti di costume e in quelli economici, racconta che in questi ultimi anni i bartender hanno iniziato a fare ricerca sui drink a bassa gradazione o analcolici. Cita le radici storiche del fenomeno, con ricette che hanno oltre un secolo, e la predisposizione italiana a questa tendenza, rispecchiata dagli ordini di bevande non molto alcoliche, come lo spritz, al momento dell’aperitivo.

All’aumento del consumo di bevande no e low alcohol (dette anche NoLo) negli ultimi anni è stata dedicata ampia attenzione mediatica e social. Non stupisce: alcune ricerche di mercato a livello globale prevedono una crescita annua del settore che potrebbe raggiungere addirittura il 6 per cento tra il 2024 e il 2030; in Italia il solo segmento delle birre no-low sarebbe aumentato nel 2024 del 13,4 per cento, secondo l’ultimo report disponibile di AssoBirra. Chi vive a Milano difficilmente non si è imbattuto nel materiale promozionale della Corona Cero, l’analcolica sponsor ufficiale dei Giochi olimpici e paralimpici.

Ogni articolo o post spiega questo boom con una maggiore consapevolezza dei consumatori, soprattutto giovanissimi, che sarebbero più attenti alla salute. Nella sua conoscenza diretta delle abitudini italiane davanti al bicchiere, più che tirare in ballo la solita Generazione Z, Carnevale fa un distinguo tra la fascia dei quarantacinque-trentacinquenni e chi ha una decina d’anni in meno, che rispetto ai primi tendono ad avere un consumo alcolico a più bassa gradazione, soprattutto perché vivono diversamente le uscite. I quarantenni generalmente continuano a fare la serata in giro, ad andare a cena e dopo al bar per consumare un cocktail, ma questa «è una fascia che si assottiglia perché le nuove generazioni, per motivi socioeconomici abbastanza evidenti come il ridotto potere di spesa, tendono invece a concentrare la propria attenzione», a vedersi in un locale dove prendere un aperitivo che si trascina fino al momento di rientrare a casa.

Forse è ancora presto per sapere se la tendenza delle bevande NoLo si affermerà in modo duraturo. «Sarà necessario un po’ più di tempo per avere davvero le idee chiare, per capire se si è trattato di una moda passeggera o di una nuova tradizione. Ma, alla fine, la tradizione è una moda che ha avuto più appiglio rispetto alle altre», nota, salomonico, Carnevale.

Intanto, chi si occupa di salute pubblica ha iniziato a porsi domande su questi nuovi consumi. Già nel 2023 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha pubblicato un documento per analizzare i pro e i contro delle bevande analcoliche o a bassa gradazione. Il testo fa notare innanzitutto che mancano politiche e regolamenti sulla loro accettabilità, sulla disponibilità e accessibilità economica. Se si affermasse come una reale tendenza salutista potrebbe comunque escludere alcune fasce meno abbienti di consumatori.

L’assenza di una condivisione tra i diversi stati sulle regole e le definizioni applicate a questi prodotti, poi, mette in difficoltà la capacità dei consumatori di compiere scelte consapevoli per la propria salute. Per esempio, in Italia solo a fine dicembre 2025 è stato varato il decreto che ha dato il via libera alla produzione di vini dealcolati. Sul consumo di questi ultimi non abbiamo dunque dati disponibili, ma anche più in generale uno dei problemi principali è legato all’assenza di evidenze scientifiche consolidate sull’utilizzo dei NoLo.

«Non si conoscono gli effetti delle bevande a bassa gradazione alcolica sul consumo di alcol a livello di popolazione e i loro effetti sulla salute pubblica», spiega Claudia Gandin, responsabile scientifica dell’Osservatorio nazionale alcol dell’Istituto superiore di sanità, coautrice del report dell’Oms. Rispetto ai consumi a bassa gradazione, il rischio è che possano portare a un aumento dei consumi complessivi, per il fenomeno della tolleranza e per fattori comportamentali. Invece, sull’uso di bevande analcoliche o dealcolate, «potremmo essere a favore, qualora si dimostrasse che non rappresentino un ponte verso la bevanda alcolica», afferma l’esperta.

L’Osservatorio nazionale alcol ogni anno pubblica i dati aggiornati sul consumo di alcol in Italia. Secondo gli ultimi disponibili, sono circa 8 milioni i consumatori di alcol definiti “a rischio”, che non si sono attenuti alle indicazioni di salute pubblica. Gli esperti infatti partono dal presupposto che il rischio zero si possa ottenere solo con un consumo pari a zero, di conseguenza chi beve ha sempre un consumo rischioso. Chi poi abitualmente supera le linee guida nutrizionali – due unità alcoliche al giorno a stomaco pieno per gli uomini, una per le donne e per le persone con più di 65 anni, zero per i giovanissimi – ha un consumo definito dannoso.

Quest’anno compie venticinque anni la legge italiana per la prevenzione e la cura dei disturbi da uso di alcol, che prescrive anche un monitoraggio del fenomeno. Gandin spiega che da allora sono stati fatti passi in avanti, però il rischio è che si allenti la presa sulla prevenzione, «tant’è che il consumo pro capite sta aumentando», spiega. L’esperta dell’Iss individua almeno tre problemi sistemici da risolvere: una carenza di formazione degli operatori sanitari per l’identificazione precoce del consumo problematico di alcol, una concentrazione di risorse pubbliche più sulla cura che sulla prevenzione e infine le disuguaglianze tra regioni nell’accesso alle cure.

Esiste, però, anche una dimensione delle cure non medicalizzata capace comunque di salvare la vita di chi ha un problema di dipendenza dall’alcol. Terapia né per il corpo né per la mente, che si svolge in una stanza dove la sacralità delle connessioni umane è celebrata attorno a un tavolo dove non mancano mai cestini di caramelle e libri. A volte ricordano anche di accendere una candela.

Una riunione di Alcolisti Anonimi (AA) si presenta proprio come nei film e nelle serie tv: persone sedute in cerchio, ciascuno ogni volta che prende la parola si presenta solo con il nome proprio, aggiunge di essere una o un alcolista, e il gruppo risponde in coro al saluto.

Dal 1997 ogni giovedì alle 21 in punto nei locali presi in affitto dalla parrocchia di piazza Wagner, a Milano, si riunisce il gruppo al quale una sera ho partecipato per osservare lo svolgimento di un incontro. Le riunioni sono aperte e gratuite: per essere un membro di Alcolisti Anonimi l’unico requisito necessario è il desiderio di smettere di bere.

Nel mio caso sono stata invitata da Roberto, che per il gruppo di piazza Wagner sta svolgendo il suo turno come referente per le relazioni pubbliche, anche se in AA i ruoli non sono definiti. Si rende un servizio volontario e al termine di un turno di tre anni si passa categoricamente il compito ad altri. Vale lo stesso per qualsiasi altro ruolo di questa organizzazione senza gerarchie, senza registri, minimalista nelle regole ma capace di perpetuarsi secondo gli stessi princìpi dalla sua fondazione, avvenuta negli anni Trenta del secolo scorso negli Stati Uniti. Non accettano sponsorizzazioni e per quel minimo di spese che hanno – l’affitto del locale e le caramelle, principalmente – si autofinanziano con contributi liberi dei soli partecipanti.

Oggi è presente in 148 stati del mondo; in Italia esistono 480 gruppi, di cui solo a Milano 15, che si riuniscono in diversi punti della città – carceri, ospedali e comunità incluse – in diverse giornate. Chi vuole può riuscire a partecipare a una riunione anche ogni giorno.

È quello che Roberto ha fatto all’inizio del suo percorso di recupero: prima dell’inizio dell’incontro con gli altri mi racconta di aver smesso di bere ventotto anni fa. Gli ho domandato cosa lo portasse ancora alle riunioni. «Questo è un luogo che mi fa bene per due motivi profondi», risponde. «Primo, perché mi ricorda la mia storia e la memoria diventa importante per una persona, per chi ha dei vissuti pesanti diventa ancora più importante. Il secondo motivo è la possibilità di restituire quello che io ho ricevuto».

Formalmente, i gruppi come Alcolisti Anonimi, oppure anche i Narcotici Anonimi dei quali un gruppo pure si riunisce nei locali adiacenti alla chiesa di piazza Wagner, sono definiti di auto e mutuo aiuto. Vedersi ha un fine terapeutico che va oltre le terapie tradizionali, perché il rapporto tra persone che hanno vissuto la stessa esperienza è diverso, naturalmente, da quello che può esserci con uno psicologo o un medico. «Qui dentro si trova l’affettività», spiega Roberto, rimarcando la differenza con la psicoterapia, dove «il problema sono io, lo psicologo non mi racconta di certo la sua vita». Roberto mi spiega che il minimo comune denominatore tra persone diverse che si vedono in quella stanza in fin dei conti non è tanto la dipendenza ma «sono i sentimenti, la rabbia, il risentimento, la gioia. Io non sono un dipendente perché assumevo l’alcol o assumevo le sostanze, lo sono perché ho delle relazioni personali ed è il cuore della mia dipendenza. Voglio l’abbraccio e rompo l’abbraccio, faccio fatica a vivere. Emotivamente non sono mai stato educato al dolore, alla sofferenza».

Alla Alcolisti Anonimi il motore degli eventi, l’oggetto che si fa soggetto della riflessione è il gruppo. Anche durante la riunione i partecipanti ne parlano, lo studiano, lo osservano dall’interno, ne descrivono dinamiche, gli attribuiscono meriti. Essendo le riunioni aperte e senza obblighi di alcun tipo, esso non è mai uguale, si rinnova nelle sue cellule, mantenendo una sua unità.

Attorno al tavolo trovo quindici persone di età e aspetto differenti, i due generi egualmente ma casualmente rappresentati, che raccontano diversi momenti del proprio percorso.

La riunione segue uno schema fisso di abitudini, descritto nel canone dell’organizzazione. Si apre con un enunciato su cos’è e come funziona Alcolisti Anonimi, letto dalla persona incaricata di svolgere la funzione di coordinatrice, che più che altro scandisce i tempi dell’incontro. Vengono letti a turno l’elenco dei Dodici Passi e delle Dodici Tradizioni, che definiscono i princìpi fondamentali. Ognuno è poi invitato a riferire una riflessione sulle ultime 24 ore. Una donna ha smesso di bere da 45 giorni e per la prima volta è entrata in un bar avvertendo un senso di fastidio. Un altro non beve da 13 anni e proprio quella sera riceve la sua medaglia di metallo, con incise le parole: “Unity, service, recovery”. Prima di consegnarla, ognuno di loro la trattiene per un po’ tra le mani.

Nell’enunciato iniziale – poi ripetuto una seconda volta a mio beneficio – viene esplicitato che l’associazione non ha opinioni su questioni esterne, non ha cause da sostenere e non entra in controversie. Non ci sono legami con chiese e confessioni – affittano la sala della parrocchia solo perché si paga meno di altre, precisano – anche se si nomina spesso un principio divino. Si tratta di un principio non codificato, un’etichetta che ognuno può attribuire a tutto o a nulla, al Dio cristiano oppure alla forza dello stesso gruppo. «In ognuno si ritrova un pezzettino di sé, e l’identificazione segna l’inizio della speranza», dice una delle partecipanti. «Non siamo qui per un fatto di benessere, ma per una questione di vita o di morte», aggiunge un’altra, riportando il discorso sull’evidenza che se non fosse stato per questi incontri avrebbe continuato a bere e la sua storia sarebbe finita male. Arrivata a scadenza dell’ora e mezza di durata prestabilita, la riunione si scioglie con un saluto finale, per il quale ci si alza e ci si tiene per mano, ripetendo una preghiera, anche questa rivolta a un principio indeterminato.

Jessica Mariana Masucci (Avellino, 1988), è una giornalista. Ha scritto «Il fronte psichico Inchiesta sulla salute mentale degli italiani» (Nottetempo, 2023). Ha una newsletter, “Stati di salute”.