Come ripete spesso il mio osteopata, io non ho problemi a dormire. Ho problemi ad addormentarmi, e semmai a bere a boccia senza bagnarmi. Da sempre. È una dinamica elementare: succede che mi sto assopendo, me ne accorgo, il calo di coscienza m’impaurisce, sobbalzo, mi sveglio. Finché ero piccolo e avevo modo di riparare nel lettone dei miei genitori in qualche modo la gestivo. Poi, sul fare dei diciassette anni, ho dovuto escogitare sistemi alternativi. Luce accesa fissa, se alogena meglio. Preghiere o salmodie all’impronta. Deboli appigli psicoanalitici (“il sonno, come no, la petite mort”, “appunto dottore”, “dormi, dormi”, “ho capito dormi ma se continua a dondolarmi come faccio”). Divagazioni interiori per cercare di distrarmi – la favorita: buono regalo Maisons du Monde, compra arreda e rivendi un trilocale a Scandicci. Infine, la televisione in camera. Ma anche lì mica facile. Più volte è capitato di accendere su un innocuo Marzullo e risvegliarmi nel terrore per le bombe di uno speciale sullo sbarco in Normandia con Paolo Mieli in filigrana a zolle braccia e budella che saltano per aria. Così giù a studiare i palinsesti. Internet e lo streaming – mi perdonino le sale cinematografiche – una benedizione. Per tre mesi intorno ai 24 anni mi sono addormentato grazie al Diario di Bridget Jones. Tutte le sere, e con la speranza di riuscirci prima del momento in cui Bridget guarda in tv Attrazione fatale – scena della vasca, sparo, urla straziate. Unica controindicazione: da allora, se un giovanotto inglese coi capelli lunghi e gli occhi chiari mi tratta prima un po’ bene poi un po’ male poi di nuovo un po’ bene sono suo. Per non scadere nella monomania, ho pure provato a cambiare: Friends, per dire, perfetto come tono, ma gli episodi durano poco, e se non dormi veloce t’accorgi che sei già all’epilogo, il senso della fine televisivo si addiziona al senso della fine ipnologico, ti prende l’apprensione, e insomma dove vuoi andare, sveglio fino alle quattro. Finché, un giorno, saranno cinque anni fa, un mio amico non mi ha detto: «oh, ma te lo conosci Jeremy Clarkson?». E la mia vita è cambiata.
Forse a molti il nome dirà il giusto. Vederlo, magari, qualcosa di più. A me, quando l’amico me lo suggerì, disse niente. Quindi mi attrezzai per cercarlo, scoprendo che si trattava del tizio di Top Gear. Rimasi interdetto, perché a me, delle macchine, mai importato nulla. Possiedo, come tutti, una Aston Martin DB9 del 1964, un paio di Jaguar, un Pajero se piove, un van Mercedes per fare la spesa, una Prius per passare da progressista quando le mie compagne di yoga arrivano prima e mi vedono parcheggiare davanti allo studio. Ma è un interesse strumentale. Niente di appassionato. Eppure il mio amico è uomo di gusto, e persuasivo: «Fidati. È la persona migliore del mondo. Guarda Clarkson’s Farm, intanto». Clarkson’s Farm è una serie, tra il documentario e il reality, che è iniziata nel 2021, e di cui oggi – a giugno 2026 – sta uscendo la quinta stagione, su Prime Video. Lo spunto: Jeremy Clarkson, ricchissimo (soprattutto per il successo televisivo, ma anche il fatto che i suoi genitori abbiano inventato l’orsetto Paddington sicuro ha contribuito), nel 2008 comprò una fattoria nelle Cotswolds. Non un podere tipo quei mezzi ruderi che in Toscana vendiamo per tipici agli anglosassoni dopo averli drogati di Chianti che vendiamo per buono dopo averli drogati di Lexotan. Non un agriturismo marcio restaurato su Instagram da qualche scandinavo. Una fattoria vera, con mille acri di campi, che sarebbero quattro km quadrati. Il centro storico di Firenze, per dire, cinque. Quando il fattore che la gestiva è andato in pensione, Clarkson ha scelto di provare a fare da solo. E ha avuto l’acume – sì, esistono gli autori, qui soprattutto il genio di Andy Wilman, compagno di scuola di Clarkson, ma io sono un credulone e attribuisco le idee soltanto a chi vedo in video, ammazzatemi che vi devo dire – di mandare un vocale a Jeffrey Bezos e proporgli di farci sopra una serie televisiva. Con un esito immancabile, a dimostrazione che il problema dei reality non è il format ma il bersaglio delle telecamere, e che se al posto di un pizzaiolo di Vicchio ci mettiamo Jeremy Clarkson o Ozzy Osbourne (quindi inglesi beoni? Magari sì) le cose migliorano. Trenta ore di godimento assoluto, piene di idee sbagliate (piantare wasabi nel Regno Unito; comprare un trattore Lamborghini solo perché Lamborghini pace se non entra nella rimessa; rischiare la folgorazione lavorando a mani nude su una recinzione elettrificata), inconciliabilità tra metropolitano e campagnolo, momenti toccanti, personaggi secondari strepitosi: Kaleb, l’aiutante, un ragazzotto che non è mai stato neanche a Londra ma che possiede il sapere dei campi e si conquista così il diritto di trattare come una scimmia un multimilionario; Lisa, moglie irlandese di Clarkson, ex attrice ora costretta a cavare vitelli dalla pancia di una vacca; Gerald, il muratore del paese, che nutre il suo già incomprensibile dialetto locale di anomalie logopediche al punto da non essere MAI capito da nessuno, neppure da chi dovrebbe sottotitolarlo. Ma, soprattutto, godimento per il fatto che Jeremy Clarkson è un uomo che fa scompisciare. Ridere, molto, e mentre semina la colza o contratta maiali. Io non ho bene idea di cosa sia il famigerato humor inglese. Non so nemmeno se si scriva humor o humour. Anzi, più lo digito e più penso a secrezioni giallastre e mi viene da rimettere. Però se un professore mi dicesse che è il bilanciamento tra guizzi immaginativi in situazioni banali, cattiverie smussate, autodenigrazione mai lagnosa, scorrettezza spontanea e non per calcolo, sapienza stilistica, imperturbabilità, gli risponderei Jeremy Clarkson, e lui mi boccerebbe, perché magari in combutta con quel truffatore che nell’introduzione al Circolo Pickwick ha davvero usato il termine “esilarante”.
«Bravo, te l’avevo detto che era bello» – mi dice il mio amico. «Ora The Grand Tour, poi Top Gear». «Ma ci sono le macchine». «E di là le pecore. Uguale». Errore. Non uguale: meglio.
Nel 2015, dopo più di dieci anni di Top Gear, Clarkson cazzottò un produttore della Bbc, parrebbe per un disservizio sul catering (cibo freddo: certo anche loro), e fu defenestrato. Tempo un anno, Amazon gli destinò una vagonata di denaro per rinfrescare il vecchio format, e cioè un programma in cui le automobili sono poco più che un pretesto per girare il mondo e inscenare trovate deliranti. Nacque The Grand Tour. Ricostituendo il trio. Ora, ammetto che io sono un idolatra di Paul McCartney e della sua carriera solistica. Fossi nato negli anni 40, sarei stato una di quelle ragazze che a forza di urlare «Paulie» finivano portate a braccia dai paramedici. Ma è evidente che i Beatles fossero meglio. È quella roba della Gestalt. Non le signore che piangono davanti a una sedia vuota urlando «Carlo mi hai rovinato sei un pezzente». Intendo il tutto è superiore alla somma eccetera. Perché Clarkson’s Farm è Ram, o Band on the Run. Ma The Grand Tour è Abbey Road, e Top Gear Revolver. Quando Jeremy Clarkson è affiancato da James May e Richard Hammond, insomma, la perfezione torna perfettibile.
Ci si potrebbe aspettare che un decennio di interazioni televisive monotematiche produca ruoli ripetitivi, cliché, tormentoni. E infatti Richard Hammond è sempre basso e tamarro, James May sempre lento e amante delle cose marroni, Clarkson sempre grasso, opulento e tendente a sovrastimare la sua intelligenza. Ma la familiarità che sono capaci di diffondere – da subito, appena cominci – e l’integrazione calibrata tra i loro umorismi (di cui Clarkson è l’insopprimibile catalizzatore, tanto che i programmi in solitaria di May e Hammond funzionano peggio) permettono di guardarli per ore senza avere mai la sensazione che non si stiano divertendo. Ridono in continuazione, piegati in due. E tu ti diverti altrettanto. Vero: al bar di paese succede lo stesso. Le solite persone per anni, ogni giorno, che divagano, si danno soprannomi, si sbertucciano. Verissimo. Ma qui c’è un altro elemento. Decisivo. La fantasia. Perché se conoscete un bar di paese dove a qualcuno venga in mente di testare la capienza di una Citroën provando a farci entrare tutti i figli adottivi di Angelina Jolie (premettendo che non sono i bambini veri, ma una versione più economica, e rinominandoli Cardboard, Satisfied Customer, Goat, Dislocated Elbow), di risolvere la crisi alimentare di un villaggio in Mozambico trasportando del pesce dalla costa in un acquario installato nel retro di una Mercedes station wagon, di farsi paracadutare nel centro del deserto del Gobi con una piccola jeep da rimontare e utilizzare per tornare alla civiltà, oppure, più in piccolo, di intitolare un circuito di prova “Eboladrome” o di giocare a battaglia navale usando come campo da gioco un ex aeroporto, come missili dei quadricicli a motore e come bersagli camper e limousine, allora chiamatemi perché in quel bar ci voglio venire anch’io. E questo è solo Grand Tour, e solo le cose che mi ricordo.
Nel frattempo, inizio a ossessionarmi anche con Top Gear, grazie a Pluto TV, sconosciuta emittente streaming il cui nome mi auguro abbrevi “Plutocrati” perché se lo meriterebbero, avendo il pregio assoluto di proporre gratis, oltre che tutto Carabinieri, VENTIDUE stagioni di TG (trascurabili, anzi biasimabili le successive, comunque presenti, col povero Matt LeBlanc chiamato invano a sopperire con la sua popolarità all’allontanamento del trio). Ma, purtroppo, non so dirne molto. Ormai, infatti, la visione di Clarkson e compari è diventata il mio narcotico prediletto, e quindi ho sì visto tutte le puntate, ma soltanto per i primi quattro minuti, prima di essere raggiunto da un puntuale e profondissimo senso di sicurezza che mi consente di addormentarmi senza paturnie. Può darsi che succeda perché Clarkson ostenta evidenti tratti paterni, per noi che abbiamo padri con l’husky e il culto per le Lexus. Può darsi pure che io dopo trentacinque anni di insonnie stia iniziando a indebolirmi e che abbia sostituito l’addormentamento con il collasso. Ma sono quasi certo che il sonno sia favorito dalla consapevolezza che nel mondo possa esserci qualcuno capace di raggiungere esiti artistici – se per arte s’intende un’invenzione gratuita che sorprende e intrattiene chi ne fruisce, assicurandogli anche una sorta di benessere spirituale – a partire dalle minime piacevolezze della sciocca vita maschile: le cose veloci, le cose che scoppiano, il lusso, la tecnica deideologizzata, le prese di giro tra amici. Mi addormento sereno al pensiero che l’uomo medio occidentale, con i mocassini ai piedi e il Rolex al polso, sovrappeso, fracassone, un po’ vizioso, a tratti greve, sorgente di tutti i mali del mondo, trovi modo di redimersi proprio attraverso i suoi feticci più cretini e vituperati. Clarkson, May e Hammond ci fanno stare bene e ci svagano senza il potere evocativo delle parole, senza fare i conti con la propria storia familiare, senza caleidoscopici ritratti di eroine, ma tirando a centocinquanta all’ora l’ultimo modello della Dodge contro un muro. E uso verbi al plurale, perché non sono l’unico, a bearsene, anzi sono un puntino nella moltitudine. L’ho capito leggendo su Instagram i commenti ai video di pagine che li magnificano (the_three_wisemen la migliore, già dal titolo che omaggia un episodio in cui ripercorsero il viaggio dei Re Magi ma nel 2010 e sostituendo la mirra con un Nintendo DS), pieni di autoproclamati virili che li ringraziano per trent’anni di gioia, si struggono sul finale di The Grand Tour – un miracolo di sobrietà inglese –, ammettono di ridere commossi riguardando il montato di tutte le volte in cui James May è comparso in puntata con addosso la sua felpa da rugby a righe blu e rosse, poi stinte a viola e rosa, e in sottofondo Style di Taylor Swift. Che meraviglia. Corro a rimetterlo. Buonanotte.