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Memorie dal sottosuolo: Adèle H., Cristiana F. e Guia S.

L’amore passa, è la fissazione che non passa mai. Ma ci sono dipendenze dignitose, divertenti, pericolose e dipendenze inutili perfino per scrivere un memoir dolente. È solo fortuna, avere la fissa per l’alcol, i maschi bisognosi o il gioco dei pallini, perché l’intelligenza non serve a niente. L’unica verità: tutti vittime tranne le vittime

A. lo ricevetti in eredità, come tutti. Tutti i fidanzati, tutti i consumi culturali, tutti i gusti della prima metà della mia vita erano di seconda mano, dal ragazzino sul quale mi incaponii alle medie – non per le sue intrinseche qualità ma perché gli piaceva la mia amichetta del cuore – in avanti. Poi, siccome ero ossessiva più delle mie amiche, finiva che di tutto, dai morosi ai dischi di Guccini, alla fine diventavo io la titolare, perché le altre si distraevano più in fretta di me. Io, in quasi cinquantatré anni di appassionato studio di me stessa, ancora non ho capito come avvenga la mia, di distrazione. Cosa la determini. Il subentro d’una fissazione nuova? Il passare del tempo? L’apparire d’un nuovo sbrilluccichio nel mio orizzonte di gazza ladra?

A. lo ereditai quando la mia amichetta del cuore dei vent’anni – che non era quella delle medie, perché non è che le amichette del cuore non avessero anch’esse una turnazione come la roba da mangiare e i fidanzati e gli scrittori e i film e un po’ tutto – andò a vivere a New York. La sua storia con A. era finita prima che io e lei ci conoscessimo, ma lui era rimasto fissato con lei (ovviamente la mia attrazione per A. aveva a che vedere col suo essere il mio specchio: uh, guarda, un me più adulto ma con altrettanta predisposizione a quella roba che mia nonna liquidava con «Guia, l’amore passa, è la fissazione che non passa mai»).

La prima cosa che seppi di A. fu che era un alcolizzato, me lo disse la mia amica prima di partire, ed è l’unica ragione per cui so che A. era un alcolizzato. Non perché beveva Johnnie Walker con una disinvoltura che avevo fin lì visto solo al cinema. Non perché faceva piazzate da ubriaco, si addormentava ovunque come gli ubriachi, mentiva come gli ubriachi, piangeva come gli ubriachi: perché la mia amica me l’aveva detto a parole. Ho questa particolare forma di stolidità da sempre: per me non esistono le cose che osservo, esistono solo le cose cui qualcuno ha dato un nome. Una delle amiche della mia vita adulta dice che lei, non essendosi mai drogata e non avendo mai bevuto, non riconosce un tossico o uno sbronzo, e io non so come dirle che probabilmente ha la mia stessa malattia. In quegli anni da primatista del darla via, non so con quanti cocainomani sono stata, e non lo so perché, finché qualcuno non mi diceva «fa così perché pippa», io pensavo sempre si trattasse di gente con un caratteraccio.

Comunque. La mia amica, dopo avermi dettagliato per un anno e più che disastro di uomo fosse A., si trasferisce a New York dicendomi che gli ha lasciato il mio numero. A lui non so cos’avesse detto: «È simpatica, chiamala»? «Conosce poca gente a Roma, tienile compagnia»? Non gliel’ho mai chiesto, anche se trent’anni dopo mi appare chiaro quel che mi sarebbe dovuto essere stato evidente dopo trenta secondi: era una donna sana di mente, e sapeva che l’unico modo di liberarsi del proprio stato d’oggetto d’una fissazione era nutrire colui che tendeva alla fissazione con carne fresca. (Non funzionò mica: nel paio d’anni o giù di lì in cui io e A. ci frequentammo, nel paio d’anni in cui oltre a me si palleggiava non so quante altre tizie tra cui credo anche una mezza fidanzata ufficiale, in quel paio d’anni la fissazione per quella che se n’era andata a New York e si era subito messa a figliare con un altro non gli passò mai. L’italiano non mi pare abbia un’espressione per dire «the one that got away», eppure servirebbe).

Comunque. A. mi chiama una sera in cui ha il raffreddore e mi invita ad andare a mangiare i tortellini a casa sua, la cameriera gli ha fatto il brodo. Io a quel punto ho vent’anni, e i trentasette di A. mi sembrano avere tutti i crismi dell’adultità: ha un lavoro, ha una figlia, ha un’ex moglie, ha pure una cameriera che gli fa il brodo. Io ho un monolocale azzurro, delle velleità artistiche, e molti numeri di telefono di uomini dai quali farmi portare a cena. Le fidanzate di A., di questo mi renderò conto molti anni dopo, sono adulte. Sono donne che possono accudire la sua scombinata vita, il suo addormentarsi davanti al televisore, il suo bere troppo, il suo rischiare continuamente di farsi licenziare perché genio e sregolatezza funziona se dipingi paesaggi e scrivi poesie, mica se di lavoro segui il campionato di calcio. Le altre sono quella donna che in quegli anni Massimo Gramellini chiamerà “l’Oliva”, la donna di sinistra che ha fatto tanto per emanciparsi e diventare forte e ora si ritrova circondata da uomini deboli e sempre bisognosi di un consiglio, un prestito, un piatto di spaghetti. Tutte cose che A. cerca, e che trova in quelle della sua età. Io al massimo posso portargli due stecche di sigarette da un qualche viaggio (adesso il mondo si divide tra chi non c’era e chi non se ne ricorda, ma nell’autunno del 1992 in Italia era impossibile comprare le sigarette, c’era non so che sciopero, e noialtre ragazze che viaggiavamo avevamo un accresciuto valore di mercato: se in valigia mettevi delle Marlboro, non dico che ti venissero a prendere in aeroporto, ma erano così disposti a fingere di amarti da pagarti il taxi, erano così impegnati a fingere di amarti che alla fine era proprio come se ti avessero amata davvero). Del periodo che va da quella sera dei tortellini al momento imprecisato in cui ci perdiamo di vista, ricordo solo quel che mi fa comodo, cioè tutto ciò da cui esco come amante disamata, come ragazza romantica che ha incontrato un bruto, come tradita e non come traditrice. C’è una scena che racconto sempre per dire quanto mio padre fosse negato a fare il padre, è una scena che si svolge nel letto di A. una sera qualunque. Eravamo a casa sua, era arrivato un suo amico che non avevo mai visto. A. riceve una telefonata da una, e decide di raggiungerla mollandoci lì. Io ovviamente – ovviamente per la disinvoltura dei miei vent’anni – finisco nel letto di A., in compagnia del suo amico. Il quale amico a un certo punto, in piena copula, mi dice che non si sente bene. Ohibò, cosa posso fare. No, niente, è che ho smesso da poco di farmi di eroina e ho una crisi d’astinenza (l’amico di lavoro faceva il dirigente d’una banca: quegli anni sono stati assai formativi nel farmi capire che i tossici non erano fatti a forma di Cristiana F. né gli alcolizzati somigliavano necessariamente a Bukowski: era pieno di gente che strabeveva e si strafaceva epperò andava in ufficio tutte le mattine epperò sapeva che da Torino a Roma dovevi prenotare l’ultimo volo della giornata perché ad anticiparlo facevi sempre in tempo ma se poi volevi prendere l’ultimo e non l’avevi prenotato non trovavi mica posto – è una delle cose che mi ha insegnato A., quando avevo vent’anni e ancora tutto o quasi tutto da sbagliare).

Probabilmente c’era in me un principio d’Oliva – ero pur sempre quella che portava le sigarette dall’estero – e quindi chiamai mio padre. Era quasi mezzanotte, dormiva e sua figlia ventenne lo svegliò dicendo: sono con uno che ha una crisi d’astinenza, cosa devo fare? Di solito lo racconto per dire che mio padre mi disse di andare in farmacia a comprare

il Narcan (non ci andai, gli passò da sola: ma poi chi gliel’avrebbe iniettato? Io, che trentatré anni dopo non ho ancora imparato a non essere terrorizzata dagli aghi?), e che il giorno dopo mi telefonò chiedendo: ma com’è che frequenti questa gente strana? Lo racconto per dire che io, a una figlia ventenne a Roma a fare non si sa bene cosa che mi fa una telefonata del genere, taglio tutti i fondi e la mando in un collegio militare, altro che domande disinvolte. Ma non lo racconto mai per dire l’incontrovertibile verità, e cioè che il vittimismo femminile è un’arma di cui ho fatto ampio uso, e che ero sempre io quella tradita perché A. andava con le altre, mica io la zoccola che si portava a letto i suoi amici, nel suo stesso letto.

D’altra parte racconto con una certa voluttà anche del commissariato. Quello davanti al quale abitava A., e – sarà successo al massimo due volte, ma naturalmente io lo racconto come fossero state duecento, e comunque sono pur sempre due volte di più di quanto sia capitato alle mie interlocutrici: tendo ad avere amiche che si rappresentano sempre come quelle dal passato principesco di vergini corteggiatissime da uomini disposti a tutto e ai quali loro a stento si degnavano di concedere uno sguardo – quello dal quale i poliziotti guardavano incuriositi la me che citofonava, alle tre di notte, perché A. ubriaco mi aveva chiamata dicendo «vieni qui ché ho voglia di scopare» (all’epoca non avevamo neanche il lessico per chiamarla booty call, che spreco), e subito dopo si era addormentato troppo sbronzo per venire svegliato dal citofono. Credo A. non abbia mai saputo quant’è stato prezioso nel fornirmi il repertorio per potermi dire umiliata e vittima e Adèle H. prima e Bridget Jones poi (la mia giovinezza deve tantissima gratitudine a Helen Fielding per aver reso chiaro a parole, cioè nell’unico modo in cui io fossi in grado di capirlo, che la voluttà di farsi umiliare da quello che ti piace non era necessariamente una tragedia, non era necessariamente Fassbinder, non era necessariamente un destino di dissoluzione in penombra: si poteva anche riderne).

A. mi è tornato in mente quest’estate, quando un’amica mi ha detto «tu sempre zero ossessiva, eh?», perché stavo raccontando che non bevevo alcolici da mesi: avevo iniziato a bere il vino analcolico perché dovevo prendere una medicina, e non ero più riuscita a smettere, adesso mi piaceva solo quello. L’amica aveva ragione, ma non sapeva quanto. Non sapeva che, in quel periodo, avevo iniziato a fare una cosa che avevo sempre disprezzato: mi ero trasformata in Marlene Dietrich che si sputtana tutte le fortune della vedovanza tra roulette e backgammon in Montecarlo. Ho un amico che si è sputtanato una fortuna in scommesse, e ho sempre usato per definirlo la grande verità che negli anni di A. mi disse un altro adulto: l’intelligenza non basta neanche per agire in maniera intelligente. L’amico che si è giocato un patrimonio scommettendo e perdendo non è certo un cretino. Eppure. In uno sceneggiato americano sulla Casa Bianca, The West Wing, il consigliere del presidente è un ex alcolizzato. Ex lo dico io, ma quelli sono americani: si considerano alcolizzati a vita, se bevono uno spritz è una ricaduta tale e quale al bere un litro di whisky. A un certo punto, la mia amica e sua ex era tornata dall’America, e A. cedette alle pressioni delle adulte della sua vita. Io l’avevo già perso di vista, ma la sua ex mi disse che si era ricoverato per smettere di bere, poi era uscito dalla clinica e aveva detto che però un bicchiere di vino ogni tanto mica era grave. Lei, che si era rapidamente americanizzata, era indignata.

Ma sto divagando. Il consigliere del presidente. C’è una scena in cui confessa i suoi trascorsi alcolisti, e una ricaduta che ha avuto durante una campagna elettorale, a una di cui si sta innamorando, e lei gli dice qualcosa come: ma com’è possibile, sei così intelligente. E lui dice che l’intelligenza non c’entra niente, sai quanti Nobel bevono. Ecco, questa cosa non m’ha mai convinta. A cosa serve l’intelligenza, se non a farti agire in maniera intelligente? Forse non sono poi così intelligente, ho pensato di recente, quando ho fatto una cosa che non faccio mai, aprire l’estratto conto della carta di credito, per controllare quanti soldi avessi dato al gioco dei pallini da quando, quest’estate, avevo rotto il tabù per il quale al gioco dei pallini si butta tempo ma non soldi. Non so quanti «solo per questa volta» ho detto, mentre compravo nuove vite, nuovi effetti speciali per vincere più facilmente un livello, nuova dopamina che non potrò mai più irridere chi va a caccia di consenso social, quelli almeno pagano in ridicolo e non in danaro, guardati, tu che hai dato al gioco dei pallini delle cifre che ti vergogni di ripetere a voce alta, delle cifre con cui ti saresti pagata una clinica in cui disintossicarti, solo che probabilmente la medicina prevede programmi di disintossicazione dagli oppioidi e dal whisky e persino dai giri di scommesse, ma non dal bisogno di nuove vite al gioco dei pallini.

Non è neanche una dipendenza dignitosa, quella dal gioco dei pallini, non ci puoi neanche scrivere un memoir dolente, non ci fai letteratura, non ci fai niente. Ed è probabilmente proprio questo che me l’ha fatta scegliere, una dipendenza di second’ordine, che non facesse veri danni, una dipendenza per una che sarà pure predisposta a entrare in tunnel tossici ma poi ha paura degli aghi. Una dipendenza per brave ragazze che si dipingono come vittime anche quando tutte le prove sono contro di loro. A un certo punto mi fidanzai per un minuto e mezzo con un coetaneo. Una notte, mentre dormiva a casa mia, dalla segreteria telefonica – quelle a cassette che si attaccavano al telefono di casa – alla quale non avevo abbassato il volume continuavano a uscire messaggi deliranti: A. era da qualche parte ubriaco, e aveva deciso d’avercela con me e di urlare insulti alla mia segreteria. Probabilmente aveva le sue ragioni, abbiamo già stabilito che non è che fossi una santa. Ma il dettaglio interessante è che quello che era a casa mia quella notte raccontò per anni la traumatica esperienza della voce di A. che usciva dalla segreteria, con persino più voluttà di quella con cui io mi dipingevo tapina che citofonava invano mentre dal commissariato la scrutavano provando pietà per la sua umiliazione. Era trenta e più anni fa, eppure era già oggi: tutti vittime, tranne le vittime.

A. morì sotto Natale, un Natale all’altezza del quale mi ero distratta da lui già da un bel pezzo. Avevo un lavoro, avevo una casa in cui non era mai stato, avevo nuove sbrilluccicanti fissazioni. Non lo sentivo da anni, per fortuna: una cosa che capisci invecchiando è che è meno doloroso quando muore qualcuno che avevi perso di vista. Se proprio vuoi fare la vittima puoi dire che ti senti in colpa per non avergli detto fino all’ultimo quanto fosse importante, ma la verità è che è meno straziante. Non esistono belle morti, ma A. ne fece una particolarmente di merda: si era addormentato ubriaco, con la sigaretta accesa. Come un altro milione di volte, solo che quella sera lì il letto prese fuoco. La mattina del funerale a Roma c’era il sole, e la chiesa era piena di gente che aveva sempre saputo che sarebbe finito così, A., perché diversamente da loro non aveva tutto sotto controllo, era persino capace di non sentire la sveglia al mattino, non aveva quella tempra gelida che caratterizzava tutti loro che la sera droghe pesanti e la mattina consiglio d’amministrazione. Fuori dalla chiesa si aggiornavano sul ritorno dalle vacanze: com’era Cortina? È stato il mio ultimo funerale, quello al quale mi sembrava tutto mi dicesse «eri come loro, te»: una che, diversamente da A., non aveva mai avuto una dipendenza che non fosse innocua.

Guia Soncini (Bologna, 1972), scrittrice. Ha pubblicato, tra gli altri, «I mariti delle altre» (Rizzoli, 2013, Premio Forte dei Marmi), «L’era della suscettibilità» (Marsilio, 2021) e «L’economia del sé» (Marsilio, 2022). Il suo ultimo libro è «Questi sono i 50» (Marsilio, 2023).