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Nel book club di Elon Musk

Appassionato di fantascienza e di manuali managerialesistenziali, il “supergenio” ha ricavato un motto dalle sue letture: niente panico. Essere un topo di biblioteca, con un padre sadico fissato con la pulizia del water

Si sa che era un topo di biblioteca soprattutto da ragazzo, quando anche per sfuggire alla vita un po’ rude laggiù in Sudafrica con una famiglia abbastanza svalvolata si rifugiava tra i libri. A differenza di altri magnati tecnologici (tipo Bill Gates o Mark Zuckerberg) non ha un vero e proprio book club in cui consiglia e recensisce letture, ma ci tiene a far sapere le sue preferenze.

La passione libresca di Elon Musk ovviamente era ed è la fantascienza: «Isaac Asimov è davvero grande. Amo la serie di Fondazione, probabilmente una delle migliori di tutti i tempi», ha dichiarato. Come se poi si fosse lui trasformato in un eroe da fantascienza, la visione di una civiltà galattica e l’importanza di preservare la conoscenza umana sono temi che poi sono venuti fuori nei suoi progetti con SpaceX e Tesla (mentre il piccolo esercito privato di guardie del corpo che accompagna ovunque Musk è stato chiamato “Foundation” in onore di Asimov).

Poi c’è Douglas Adams: Musk è un grande fan di Guida galattica per autostoppisti e la sua SpaceX ha battezzato una delle sue navette “Just Read the Instructions”, in omaggio al libro. Inoltre, un altro motto del libro, «Don’t Panic», niente panico, la frase che sta sulla copertina della Guida, è un messaggio che Musk ha citato spesso come filosofia personale e che forse oggi dovremmo adottare anche noi di fronte al nuovo mondo trumpiano di cui Musk è protagonista. Guida galattica è la storia di un uomo, Arthur Dent, che si salva dalla catastrofe planetaria imbarcandosi clandestinamente su un’astronave di passaggio, pochi secondi prima che la terra sia distrutta da una civiltà aliena intenta a costruire un’autostrada iperspaziale. Assieme a Ford Prefect, l’alieno che lo ha salvato all’ultimo momento, Dent esplora ogni remoto angolo della galassia, la quale è governata da un presidente bicefalo che «aveva fatto dell’insondabile un’arte». I cittadini della galassia vorrebbero conoscere la risposta alla «Domanda Fondamentale sulla Vita, l’Universo e Tutto Quanto», e a tal fine costruiscono un supercomputer, Pensiero Profondo, che dopo sette milioni e mezzo di anni – peggio di un tribunale ordinario italiano – emette la sentenza: «Quarantadue». Quando il popolo reagisce piuttosto sorpreso, il computer risponde: «Ho controllato con grande minuziosità e questa è la risposta veramente definitiva. Credo che, se devo essere franco, il problema stia nel fatto che voi non avete mai realmente saputo quale fosse la domanda». Insomma siamo in zona «la risposta è dentro di te, e però è sbagliata», di Guzzanti-Quelo, ma la Guida è un testo fondamentale per tutti i super nerd globali (Xavier Niel, per esempio, il padrone francese di Iliad e raro caso di startupparo europeo, ha chiamato “42” la sua scuola ipertecnologica).

Poi Musk ama anche Robert Heinlein, autore di romanzi come La luna è una severa maestra (The Moon Is a Harsh Mistress), con quel mistone di libertà, esplorazione spaziale e autosufficienza, che sembra aver instillato le passioni per la colonizzazione di Marte e altre imprese futuristiche. Heinlein immaginava un futuro in cui la tecnologia poteva risolvere grandi problemi umani, una visione che Musk condivide attraverso i suoi progetti su larga scala, come Tesla per la sostenibilità energetica e Neuralink per migliorare la connessione tra mente umana e tecnologia. La luna è un romanzo ambientato in una colonia penale sulla luna gestita da un supercomputer soprannominato Mike, che è riuscito ad acquisire l’autocoscienza e il senso dell’umorismo. Il computer sacrifica la propria vita durante una rivolta nella colonia. Il romanzo analizzava un problema che sarebbe diventato centrale nella vita di Musk: l’intelligenza artificiale si svilupperà in modi che gioveranno all’umanità e la proteggeranno, o le macchine matureranno una volontà propria e diverranno una minaccia per l’uomo? (Tutti dilemmi che emergono dal suo rapporto complicato anche con Sam Altman, il boss di ChatGPT, la società che Musk prima ha co-fondato e finanziato, poi le ha fatto causa).

C’è poi l’immancabile Tolkien, col Signore degli anelli, che lo accomuna alla sua amica italiana Giorgia Meloni. Non è dato sapere se Musk ami anche lo scrittore tedesco Michael Ende, quello di La storia infinita, pubblicato nel 1979. Nel libro, Atreju è un giovane guerriero appartenente al popolo dei Pelleverde, una tribù nomade che vive nel Mare Erboso di Fantàsia. E se Musk è stato ospite proprio ad “Atreju”, la kermesse meloniana che dal libro prende il nome, non si sa se abbia mai letto invece uno dei romanzi rosa-fantasy della signora Anna Paratore mamma della premier, scritti col nome d’arte di Josie Bell.

Certa invece è la passione per un’altra grande autrice fantasy, Ayn Rand. Nata Alisa Zinovyevna Rosenbaum a San Pietroburgo nel 1905, fuggì dalla Russia rivoluzionaria per stabilirsi negli Stati Uniti nel 1926, passando dall’essere una giovane aspirante sceneggiatrice di Hollywood a un’icona culturale capace di influenzare generazioni di lettori, politici e imprenditori. Amatissima dai nerd siliconvallici, le sue opere più famose sono La fonte meravigliosa (1943) – che segue la storia di Howard Roark, un architetto visionario ispirato a Frank Lloyd Wright che rifiuta di compromettere la sua integrità artistica: è una celebrazione dell’individuo che combatte contro le convenzioni della società – e soprattutto La rivolta di Atlante (1957), il suo capolavoro, in cui immagina un mondo in cui gli imprenditori e gli innovatori più brillanti, stanchi di essere sfruttati, abbandonano la società. Il romanzo include il celebre “discorso di John Galt”, una dichiarazione di indipendenza intellettuale e morale. John Galt è l’eroe enigmatico, ingegnere geniale e idealista che incarna i princìpi dell’egoismo razionale di Ayn Rand e che non può non titillare l’ego di Musk che forse pensa anche lui di guidare una rivolta degli imprenditori e dei creatori contro una società che sfrutta il loro genio per sostenere politiche collettiviste. Come John Galt, Musk sfida le convenzioni del sistema economico e sociale tradizionale. La sua decisione di fondare SpaceX per competere con le istituzioni governative nello spazio e di spingere Tesla verso un futuro elettrico riflette un atteggiamento “galtesco” di indipendenza e rottura degli schemi.

Musk è poi anche un lettore di quei libroni manageriali-esistenziali dei grandi guru che normalmente si comprano negli aeroporti a caro prezzo e che danno l’illusione di diventare guru pure al lettore. Lui però evidentemente c’è riuscito. Così Musk suggerisce il classico Zero to One: Notes on Startups, or How to Build the Future, uno dei manuali più amati dai siliconvallici e aspiranti tali, opera di Peter Thiel, suo ex socio in PayPal e anche figura guida: ricordiamoci che nel 2016 Thiel fu l’unico dei magnati tecnologici americani a “endorsare” Trump, al grido di battaglia di “sono gay e repubblicano”. Allora fece molto scandalo, non c’era ancora stata la normalizzazione dei “bro” tecnologici in favore dell’Arancione e la Silicon Valley era ancora ufficialmente progressista. Sembrano passati secoli. Fu anche il primo ad andarsene dalla California per qualcosa che non si chiamava ancora woke ma insomma il senso è quello lì, troppe regole e troppe tasse e troppi avocado toast. Trump gli affibbiò pure un ruolo di governo come ora con Musk, però durò poco, Thiel se la diede a gambe, sostenendo che l’Amministrazione Trump era “più pazza” e “più pericolosa” di quanto si aspettasse. Vediamo se con Musk andrà meglio. Thiel è anche colui che ha presentato J. D. Vance, il futuro vicepresidente, a Trump, quando Vance stava correndo per un posto al Senato, forte soprattutto del suo romanzo autobiografico Hillbilly Elegy, in italiano Elegia americana, poi diventato un film con Glenn Close e Amy Adams, memoir sulla sua famiglia povera della famosa America profonda, che è diventato il suo maggior asset nella narrazione politica del trumpismo 2024, quella che per un po’ si è creduto contenesse anche la famosa scena di Vance che fa sesso con una poltrona (sì, è stato uno dei tormentoni della campagna elettorale, è un mondo così ormai). Non si sa se Musk abbia mai letto il prestigioso tomo.

Ma oggi che è Musk a ricalcare le orme di Thiel, col ruolo di capo del neonato Doge, il Department of Government Efficiency, insomma una squadra messa su per snellire e tagliare la burocrazia, che Musk guiderà insieme a un altro prodigioso nuovo personaggione dell’èra trumpiana, tal Vivek Ramaswamy, milionario farmaceutico, e autore di un fondamentale libro contro il woke (Woke, Inc).

Ah, a Musk piacciono pure le biografie: ha fatto sapere di aver apprezzato quella su Howard Hughes di Donald L. Barlett. Si sa che Hughes, ingegnere, capitano d’industria, produttore cinematografico e trasvolatore, impersonato da DiCaprio di The Aviator, è uno dei modelli a cui l’ego ipertrofico di Musk ama accostarsi, pur con delle riserve. Riconosce che Hughes (noto psicopatico, forse a causa di una sifilide giovanile o disturbi della personalità), era «troppo pazzo». Un biografo che Musk ama molto è Walter Isaacson, grande realizzatore di tomi gargantueschi su personaggioni del presente e del passato. Dopo aver letto i ritratti di Benjamin Franklin, Albert Einstein e Steve Jobs, ha ottenuto il suo. Così il pòro Isaacson per oltre due anni ha partecipato a riunioni, visitato le sue aziende e condotto numerose interviste con lui, la sua famiglia, amici, colleghi e avversari. Alla fine è venuto fuori il consueto volumone nero, in cui Musk viene descritto come un po’ psicopatico pure lui.

«Uomo-bambino, duro ma vulnerabile, dotato di un’eccessiva propensione al rischio, un gusto spiccato per il dramma e una spinta epica per le imprese». In particolare di Musk preoccupa quando entra in modalità demonio, quel “demon mode” in cui Musk combina qualunque cosa, ed è meglio non stargli vicino.

La causa delle sventure di Musk, scrive Isaacson, è stata soprattutto il padre, Errol Musk, ingegnere, oggi settantottenne, padre padrone micidiale, già noto per massime come «I figli sono come i cavalli. Tu fai riprodurre i cavalli, e gli umani sono la stessa cosa. Se hai un buon padre e una buona madre, avrai figli eccezionali. Se non avrai figli, mi dispiace molto per te». Una personalità, questo padre, «dai comportamenti discutibili che ancora oggi è fonte di tormento per Elon». Uno svalvolato sadico che lo bullizza fin dalla tenera infanzia, che costringe i cuginetti in visita a «lavare il water con lo spazzolino da denti» e lo fa andare in una specie di scuola paramilitare. Poi dici che uno si butta sui libri.

Michele Masneri (Brescia, 1974), scrittore e giornalista del Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui” (Adelphi, 2020) e “Stile Alberto” (Quodlibet, 2021).