Il primo ottobre del 2024, quando l’Iran ha bombardato Gerusalemme, era l’imbrunire, il sole stava scendendo dietro la grande cupola di al Aqsa, la pietra bianca della città si colorava di rosa, l’aria tiepida era profumata di fiori. Ero nella mia stanza alla Casa dei Frati cappuccini, quando questa atmosfera da Mille e una notte si è interrotta e sono precipitata nella realtà: è scattato l’allarme, mi sono resa conto che ero in mutande, mi sono infilata una maglietta e un paio di jeans, siamo corsi tutti nel rifugio, ovunque suonavano le sirene, ci siamo seduti, io e i frati, chi per terra chi su uno sgabello sperando che l’Iron Dome facesse il suo lavoro.
Ero arrivata pochi giorni prima su consiglio di un amico e collega. «Vai dai frati cappuccini che starai bene», mi aveva detto. L’avevo trovata subito un’idea abbastanza curiosa, ma mi fidavo di lui e soprattutto avevo coltivato l’ingenua illusione che in un luogo sacro sarei stata al sicuro dai raid, se ce ne fossero stati. Figurati se bombardano la Casa dei cappuccini, avevo detto a mia madre. Mia madre ci aveva creduto.
La distanza fra la Gerusalemme immaginata e la Gerusalemme reale era tutta lì, nel mio respiro affannoso e nella maglietta infilata al contrario. Da là sotto sentivamo le esplosioni dei missili intercettati dal sistema di difesa israeliano, come uno spettacolo pirotecnico, solo meno divertente. Contavo i battiti del mio cuore, scrivevo un articolo col pc sulle ginocchia e simulavo una certa conoscenza di come va il mondo. I frati, che invece sapevano davvero come va il mondo, facevano battute sulla cena che si freddava. Perché erano più saggi di me? Perché erano abituati ai bombardamenti? Perché erano vicini a Dio e quindi nulla li scalfiva? Non lo so, ma ne ero affascinata.
E poi la cena davvero rischiava di freddarsi. L’allarme dell’app installata sul cellulare (che segnala quanto tempo hai per correre nel rifugio prima che arrivi il missile) era suonato pochi minuti prima della campana che alla Casa dei cappuccini avvisa ogni sera che è ora di cena. A tavola, nel refettorio, si mangia assieme, frati e ospiti – qui non possono alloggiare turisti e neppure pellegrini, ma solo studiosi – poi si sparecchia e si lavano i piatti tutti assieme, come la brigata di un ristorante: uno insapona, l’altro sciacqua, un altro asciuga, l’altro ripone le stoviglie. Era la cosa più vicina a come io mi immagino un campo di scout.
Ancora oggi ricordo quelle ore nel rifugio, con il rumore delle esplosioni, la distaccata ironia dei frati, le battute, quest’aura di fatalità mescolata a una forma di saggezza che forse, oltre ai frati cappuccini, conservano soltanto gli asceti e i monaci buddisti. Ricordo tutto questo non solo con la gratitudine per qualcosa che probabilmente mi ha salvato dall’infarto la notte del bombardamento iraniano su Gerusalemme, ma anche come una caratteristica peculiare di questo strano posto che è la Casa dei cappuccini. In questa città sacra e dannata tutto è denso e intenso, politica, religione, storia sono prese molto sul serio e inevitabilmente si mescolano ed esplodono, qui credo non si possa sopravvivere se non si coltiva un po’ di distacco, di fatalità, di senso della nostra finitezza davanti agli eventi della storia.
E poi erano davvero diversi da come me li ero immaginati e da come, ne sono certa, li state immaginando voi. Qualche giorno prima mi ero presentata al cancello del convento, che in realtà è una struttura abbastanza moderna, avevo suonato ed ero stata accolta da un giovane uomo atletico, con la barba, gli occhiali da sole a specchio, sandali, bermuda e una maglietta molto sgargiante di non mi ricordo quale squadra di calcio italiana.
Pensavo fosse il custode, invece era Fra Paolo, responsabile del convento, professore di Teologia, dottore in Studi biblici, esperto di Aramaico, poliglotta. Mi aspettavo un compassato signore vestito con un saio. E invece.
I miei pregiudizi sono stati presto frantumati, uno a uno. I frati erano tutti abbastanza giovani e alla mano, gentili, pronti alla battuta, avevano modi diretti, semplici e familiari. Allo stesso tempo erano tutti degli intellettuali. Uno studiava il Greco antico, l’altro l’Aramaico, l’altro ancora era un matematico.
A gennaio di quest’anno sono tornata a Gerusalemme e Fra Enrico mi ha raccontato che avevano appena realizzato un podcast sulla storia del convento e sulla loro particolare vita: Vite da frati a cura della giornalista Anna Maria Selini, prodotto dai frati stessi. Così l’ho ascoltato, camminando su e giù per Gerusalemme, e ho scoperto alcune cose sulla storia del convento, come il fatto che la terra dove sorge era dei cappuccini quando ancora Israele come stato non esisteva e la Palestina era sotto mandato britannico, nel 1929. Il terreno apparteneva a loro, ma non vi abitavano. Poi la sede del convento è stata confiscata dagli inglesi e usata come prigione. Nei decenni successivi la Casa è diventa un manicomio. Solo nei primi anni Duemila, con un escamotage abbastanza curioso che racconta anche molto della legge israeliana, la Casa diventa quello per cui è stata progettata: un luogo di accoglienza per studiosi dove arrivano frati da tutti gli stati del mondo. Ora ci vivono Fra Yunus, turco, Fra Daniele e Fra Enrico, italiani, Fra Chipaya che viene dallo Zimbabwe, Fra Babu e Fra Santos, indiani, Fra Kapanga dall’Angola.
Fra Paolo, siciliano, l’intellettuale in bermuda che ho incontrato la prima volta al cancello, se n’è appena andato. Era arrivato per caso nel 2007 per specializzarsi in Sacre scritture e Teologia e poi è tornato nel 2019 come responsabile della Casa. A sostituirlo c’è ora Fra Enrico, piemontese, economo, che gira in sandali anche quando fa freddo e racconta come la sua chiamata sia arrivata in un momento di crisi nella vita di un ragazzo normale, che faceva l’università e frequentava una ragazza, ma gli “mancava qualcosa”.
Uno dei più affascinanti e curiosi personaggi del convento è Fra Yunus, turco, archeologo, docente, poliglotta. Era ortodosso ed è diventato cattolico da adolescente, parla una decina di lingue, celebra la messa in ebraico e arabo e non vorrebbe mai smettere di studiare Platone e la filosofia. È anche la memoria storica della Casa dato che è il frate che vive da più tempo qui. Spiega che ancora adesso qualcuno talvolta si presenta alla porta e chiede dell’ospedale psichiatrico. E lui risponde: «È di fronte, però i matti qui si trovano ancora».
Gerusalemme non è un posto semplice. È una città divisa e contesa, dove la tensione è palpabile, dove un odio profondissimo separa le due comunità, islamica ed ebraica, costrette a convivere. Un odio talmente radicato, da talmente tanto tempo, che emerge sempre. I cristiani non prendono le parti di nessuno e parlano sia coi palestinesi sia con gli israeliani.
Fra Paolo spiega che «per la maggior parte i cristiani sono un po’ schiacciati: dagli ebrei non vengono considerati cittadini veri e propri e anche gli arabi non li considerano. I cristiani qui sono e si sentono una minoranza e i cattolici, che qui vengono chiamati latini, sono una minoranza nella minoranza».
A Gerusalemme nessuno può circolare liberamente, ai palestinesi, cristiani e musulmani occorrono i permessi da parte governativa per poter andare a lavorare in città. Nei giorni in cui sono tornata a Gerusalemme, agli insegnanti palestinesi della Cisgiordania che lavorano nelle scuole cristiane di Gerusalemme è stato negato il permesso di farlo. Lo ha denunciato il direttore delle Scuole di Terra Santa padre Ibrahim Faltas. Così i bambini e i ragazzi che frequentano le scuole cristiane non sono potuti tornare a scuola per iniziare il secondo semestre dell’anno scolastico in corso.
Non sempre è una convivenza facile. «Chi indossa un simbolo cristiano – dice Fra Paolo – a volte viene attaccato con sputi o insulti. Quando sono arrivato era una cosa rara, ultimamente capita spessissimo, al punto che anche il governo sta iniziando a fare qualcosa. Esiste una commissione che raccoglie queste denunce. Prima lo facevano più gli ebrei ultraortodossi adesso lo fanno anche i nazionalisti. Sentono questa terra come loro e qualsiasi persona che non è di fede ebraica la sentono come in conflitto». Gerusalemme è bella come poche, insensata come poche. Qui ogni gesto, ogni pietra, ogni abito o simbolo parlano di Dio, ma è un Dio conteso, diverso per ciascuno e buono con nessuno.
Camminando per i vicoli di pietra bianca si incrociano donne arabe velate, rabbini dal passo veloce, studenti della Torah che dondolano mentre pregano, venditori ambulanti palestinesi, soldati imberbi con il mitra a tracolla, donne ultraortodosse che si trascinano dietro i figli, tutto mescolato, tutto diviso e divisivo. E spesso in questo odio profondo, palese, riconoscibile, si rischia di avere una vertigine. Percorrendo la via Dolorosa tutte le contraddizioni del posto ti aggrediscono. Perché il vicolo segnato su Google Maps a cui ti affidi è sbarrato da un checkpoint e dice il soldato che non puoi proseguire se non sei ebreo, mentre l’altro vicolo dove ti manda la app scopri che è destinato solo agli arabi, e tu non sei araba, mentre di là, dice un altro soldato, vanno solo i turisti – ma non c’è nessun turista ormai a Gerusalemme, cara Google Maps – e quello più in fondo per chi è? Quale categoria umana, religiosa, etnica, esistenziale può accedervi? Google Maps non lo sa. Ignora le complicazioni della storia e dell’attualità, ignora le follie delle religioni e degli esseri umani che le interpretano. E mentre cammino su e giù per i vicoli, perdendomi e ritrovandomi, riperdendomi e innervosendomi, penso che i frati, con la loro leggera ironia, con le preoccupazioni per la cena che si fredda, potrebbero, oltre che un podcast, creare una app intelligente per muoversi in città tenendo conto di quello che la tecnologia non considera: l’irragionevolezza degli uomini.