Cerca

Nella foresta dei veleni e dei buoni amici

Giovanni Battista Cerruti si imbarca da Genova e finisce nella giungla malese. Lì incontra i Sakai, una tribù aborigena considerata pericolosa che si rivela mite e libera «da ogni regime o autorità». Vive con loro per quindici anni, diventando il loro re. Sulle tracce di un esploratore-filosofo e delle sue scoperte, sfondando il muro del pregiudizio colonialista

«Eccoli, i Sakai», esclama Andrea, sollevato. Da più di un’ora girovaghiamo nella zona di Tune Yao, distretto di Tung Wa, nel sud-ovest della Thailandia, a un centinaio di chilometri dal confine con la Malesia, e cominciava a temere di non ritrovare il punto dove li aveva incontrati. Non voleva deludermi dopo avermi coinvolto nella ricerca.

«Quando li avevo visti mi avevano sorpreso: erano neri, non erano come i thai, o i malesi. Mi ero chiesto: chi sono? Da dove vengono?».

I racconti di Andrea mi avevano incuriosito, anche se sono abbastanza scettico sulle storie degli espatriati. È come se, abitando un altrove, pensino di aver varcato uno specchio. E invece, eccoli i Sakai. È vero: non sembrano thai. Ma non perché sono neri. Perché sembrano proprio venuti da un altro mondo, più povero, malsano. Sono uomini, donne, bambini sporchi e laceri. Sono sbucati da uno sentiero aperto in una boscaglia che è uno squallido simulacro di foresta tropicale. Il loro ecosistema è sparito tra piantagioni di caucciù e palme da olio. Sono sparsi sul ciglio della strada attorno a un carretto a motore, comprano pezzi di pollo e pesci che galleggiano in un liquido d’acqua e sangue scaldato a una temperatura ambiente di trentotto gradi.

È così, per l’insistenza di un italiano che vende vino nel sud della Thailandia, che ho scoperto i Sakai. Ma soprattutto ho scoperto il Capitano Giovanni Battista Cerruti, l’uomo che divenne il re dei Sakai. E sono stato coinvolto in una storia di avventure esotiche, colonialismo e antropologia, misteri e intrighi. E molti equivoci.

Nato a Varazze nel 1850, figlio di un fabbricante di tessuti, Cerruti era più interessato al mare che alle stoffe: s’imbarcò giovanissimo come mozzo su una nave diretta a Buenos Aires e continuò la sua vita di “marino”, come amava chiamarsi, sino a ottenere nel 1881 la patente di Capitano di Lungo Corso, titolo che lo avrebbe accompagnato sino alla tomba. Fu allora che abbandonò il mare per la giungla. «Mi avviai verso la foresta… Lungo la spiaggia fioriscono le città ricche di ogni comfort. Vi si addensa una popolazione cosmopolita di turisti e d’uomini d’affari, di nabab e avventurieri, di dolci femminee bellezze dagli occhi languidi e insidiosamente incantatori, di angeli e di serpi in frak o in audaci scollature… Sui monti invece non è giunto l’alito». Così scrive nel suo Nel paese dei veleni. Fra i Sakai.

Si fece “esploratore” il Cerruti, altra qualifica che appare sul suo epitaffio, e s’inoltrò nell’isola di Nias, al largo della costa occidentale di Sumatra allora popolata da tribù di tagliatori di teste. La storia di Cerruti diventa sempre più confusa più lui si addentra nelle foreste dell’Indo-Pacifico. Seguire i suoi spostamenti è come ritrovare una pista che scompare poco dopo essere stata aperta. Quello che è certo è che nel 1891 si stabilì a Penang, nel nord-ovest della penisola malese. È attratto dal mistero che circonda i Sakai, «pericolosissimi e spietati guerrieri… un popolo così estraneo a ogni luce di civiltà». Di loro lo affascina soprattutto la conoscenza che hanno dei veleni, delle piante da cui estrarli e della loro lavorazione. Con molta franchezza, tuttavia, deve «altresì dichiarare che, per una vaga supposizione non so come germogliata nel mio cervello, io ritenevo che nel cuore della penisola, tanto ricca di metalli, si potesse scoprire qualche giacimento aurifero». In realtà, nel corso delle sue spedizioni, Cerruti avrebbe scoperto diversi giacimenti di stagno e wolframite (una delle principali fonti di tungsteno) ma non ne avrebbe mai tratto profitto, sempre gabbato dai gruppi finanziari inglesi. L’unico riconoscimento gli venne dal governo inglese, che nel 1900 gli offrì la carica di Sovrintendente presso i Sakai del Perak. Per poi rimpiazzarlo con funzionari britannici. Altrettanto sfortunato, ingenuo o malaccorto si sarebbe dimostrato in tanti altri tentativi di far fortuna commerciando in frutta esotica o prodotti artigianali. Anche la sua morte, nel giugno del 1914, dovuta a un’infezione intestinale, potrebbe essere legata alla rete di trafficanti che lo abbandonò in un ospedale malese dove non ricevette le cure che lo avrebbero salvato. La sua fortuna la trovò coi Sakai. Avrebbe trascorso con loro quindici anni e ne sarebbe divenuto re. È questo, “Re dei Sakai”, l’ultimo titolo inciso nella lunetta della sua tomba, nel bel cimitero marino di Varazze, dove è stato sepolto nel 1933.

Se li vedesse oggi, i suoi sudditi, il buon Capitano, inorridirebbe. Nulla è rimasto della purezza di coloro che chiamava «i miei buoni amici della foresta», «così liberi da ogni regime o autorità». In realtà, quella dei Sakai è una triste storia da sempre. Sono una tribù di aborigeni, probabilmente di provenienza australiana, rifugiatasi nell’alta giungla all’interno della penisola malese. Il loro vero nome è Mai Darat ma per i malesi come per i thai erano e sono «uomini selvaggi», «schiavi», «persone inferiori». Questo significa Sakai. Per Cerruti, però, erano l’incarnazione del «buon selvaggio». «Egli è onesto per la mitezza e l’indolenza del carattere, per la vita libera che conduce e per l’ambiente che lo circonda, non perché tema castighi o nutra speranze di premi in un’altra vita». Così lo descrive, perfetto esemplare del «trionfo solenne del selvaggio sull’evoluto… Non ci sono lassù né principi né sudditi, né governo né carabinieri, né agenti delle imposte né avvocati, né poeti». Al tempo stesso, però, rimarcando la distinzione tra l’evoluto e il selvaggio, Cerruti ne sottolinea l’inferiorità. Salvo poi ribadire come si possa trovare maggior felicità in una vita «primitiva» mentre la nostra condizione popola «le cliniche di nevrastenici e nevropatici». Filosofeggia spesso il nostro esploratore, forse perché si sente tradito dai suoi simili. Mentre gli indigeni, loro, l’hanno fatto re.

Quando Cerruti arrivò, i Sakai non erano più di diecimila. Quando li lasciò, sapeva come sarebbero finiti. Lo fa preconizzare a un vecchio Sakai, un “filosofo” come lo definisce nell’ottavo capitolo del suo libro Nel paese dei veleni. Fra i Sakai. «Abbattendo le nostre belle foreste per coltivare il terreno ci vengono sottratti e selvaggina e frutta; prosciugando gli stagni ci si toglie il pesce… Se lo straniero passa fra noi batte i sentieri tracciati dai nostri piedi».

Oggi i Sakai non tracciano nemmeno i sentieri. Sono tracciati da altri che li hanno fatti stabilire in zone battute dai turisti in cerca di avventure. Come nel Phupha Lom Forest Park, nella zona dove è iniziata la mia ricerca e dove ci fermiamo in un piccolo resort per amanti del glamping, un campeggio glamour, che vogliono praticare il kayaking, andare in mountain bike o in quad e dove possono visitare un “autentico” villaggio Sakai. Non a caso si chiama “Maniq Hut Respect Minority Ethnic”. Oggi il rispetto delle minoranze è spesso una strategia di marketing. Osservarli vivere ha la stessa ambiguità di chi sfogliava le foto di indigene dal seno nudo nelle prime edizioni del National Geographic Magazine, come se fossero di una specie diversa che si poteva mostrare al naturale.

Cerruti era più sincero. Secondo questo italiano non vi sarebbe da stupirsi se «vi siano uomini della civile Europa che vorrebbero essere lì dopo aver ammirato ed amato una donna dalle forme tonde ed opime che si svelava la notte delle nozze come un’asse liscia, piallata e se non provino lo stesso desiderio quei molti che dall’energica metà sono costretti a smettere i calzoni per cederli a lei, abdicando al governo della famiglia. Le donne Sakai amano».

C’è da sperare che le opere del Capitano non siano mai sottoposte al giudizio della cancel culture: le ridurrebbe a poche righe. Ma la sua è proprio l’epoca in cui si sviluppa l’esotismo letterario. In Italia il modello è Salgari, che a sua volta si sarebbe ispirato alle cronache e ai racconti degli esploratori partiti alla ricerca di un luogo idoneo a stabilire un bagno penale dove spedire i prigionieri borbonici dell’ex Regno delle Due Sicilie e i briganti che continuavano a combattere i Piemontesi.

A valutare queste storie con l’occhio di oggi si è risucchiati in una spirale perversa di scorrettezze culturali. Meglio prenderle con leggerezza, come faceva il Capitano. Lui sdrammatizza le sue avventure, con un understatement e un senso dell’umorismo che non si capisce bene se siano o no volontari. Seguendo la moda dell’epoca compone racconti di viaggi come fossero romanzi d’appendice.

Insomma, anche se spesso accostato a Conrad – secondo alcuni avrebbe addirittura ispirato alcuni suoi personaggi – il nostro attraversa indenne quella che definisco la Tropical Malady, una sindrome psicofisica scatenata da una prolungata permanenza nella giungla. E lo fa, come scrive, con «una grande morigeratezza di costumi… Io mi prescrissi questa regola concedendomi soltanto qualche raro bicchiere di vino e riuscii a conservarmi sempre un’ottima salute». Oltre a qualche bottiglia di vino, Cerruti porta con sé del brandy e, soprattutto, una bottiglia di olio di ricino. La utilizza come toccasana ma anche come arma chimica, inducendo a credere il malcapitato che minacci di derubarlo che si tratti di una bevanda ancor più potente degli alcolici.

Altro che Kurtz di Cuore di tenebra, altro che L’uomo che volle farsi re di Kipling. Tantomeno nell’aspetto. Piccolo – nelle foto appare poco più alto dei Sakai – dall’aria mite, con un accenno di sorriso, sembra uno di quei caratteristi che nei film d’avventura interpretano qualche innocuo personaggio. Nulla a che vedere con Marlon Brando che interpreta il Kurtz nel cuore di tenebra di Apocalypse Now o con Sean Connery nel film tratto dal romanzo di Kipling. Eppure negli articoli che sono stati pubblicati su Cerruti il paragone più frequente è proprio con Kurtz. Forse perché quegli articoli frullano storie, personaggi, libri, film e luoghi frequentati solo con la fantasia. Non è importante la realtà, ma la realtà romanzesca.

Ed ecco che i Sakai sono divenuti i tagliatori di teste del Borneo, che invece Cerruti incontra a Nias, in altri casi sono cannibali. Il falso più interessante e diffuso, prova di un’incredibile serie di equivoci, me l’ha raccontato Andrea, che deve averlo letto da qualche parte. «Quando i Sakai videro il Capitano, gli tirarono una freccia avvelenata con la cerbottana. La freccia rimbalzò sulla fibbia della cintura e loro pensarono che lui fosse una specie di mago, invulnerabile».

Come siano andate le cose lo scrive lo stesso Cerruti: «Stavo preparando una bella tazza di tè forte per rinfrescarmi lo stomaco e risollevarmi lo spirito, quando qualcosa fischiò leggermente sopra il mio orecchio e scivolò sopra la mia testa. Sussultai violentemente e togliendomi il cappello scoprii che aveva due piccoli buchi, uno su ogni lato… A pochi passi da me giaceva una freccia, che era appena caduta lì, dopo aver perforato il mio copricapo e sfiorato delicatamente i miei radi capelli».

La storia di Andrea mi era sembrata qualcosa di già sentito. Ho scoperto perché dopo aver iniziato le mie ricerche. Era la trama de L’uomo che volle farsi re, un film di John Huston con Sean Connery che avevo visto quando l’Asia era solo una possibile destinazione tra tanti teatri d’avventura. Racconta la storia di una coppia di soldati inglesi che alla fine del XIX secolo decidono di conquistare il Kafiristan, remota regione dell’attuale Afghanistan. Quando uno dei due è colpito da una freccia che viene bloccata da una fibbia si diffonde la voce della sua invulnerabilità e del suo essere un dio. Si può solo supporre che Kipling abbia condizionato i cronisti delle avventure di Cerruti e che l’equivoco sia stato tramandato sino a oggi. In ogni caso ancora non ho svelato la verità ad Andrea. La leggerà qui o gliela racconterò di persona.

Il paragone più azzeccato per rappresentante Cerruti lo fa Francesco Surdich, professore di Geografia e di Storia delle esplorazioni geografiche, che al Capitano ha dedicato molti studi. «Mi ricorda il personaggio di quel film con Sordi e Manfredi, dove Manfredi diventa un santone di una tribù africana». Il film è Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?, una commedia del 1968, diretto da Ettore Scola: è la storia di un ricco editore, interpretato da Alberto Sordi, che parte per l’Angola alla ricerca del cognato di cui da più di tre anni non si hanno notizie. Alla fine, lo ritroverà: è divenuto una sorta di stregone grazie a una serie d’imbrogli. Ma quando sarà il momento sceglierà di restare con la sua tribù piuttosto che tornare nella civiltà.

«Cerruti e tanti degli esploratori di quel tempo partono senza sapere dove vanno e cosa vanno a fare. Li motiva una specie d’insoddisfazione, sono una specie di disadattati», mi ha detto Surdich. «Quello che è impressionante è la loro capacità di collocarsi nel contesto. Diventano antropologi senza aver studiato. Ma si costruiscono la competenza sul campo. A intuito, a buon senso». Come scrisse Cerruti: «Non imposizioni a mano armata, ma calma e pazienza occorrono per conquistare le anime semplici». Ancora una volta il Capitano infrange uno stereotipo, quello dell’esploratore colonialista, violento. «Siamo deformati e confusi nel giudicare questi personaggi. Il problema è che di molti di loro se n’è appropriato il fascismo. Quindi sono stati rimossi», spiega il professore.

Il professore è scomparso il 5 agosto 2024, poco tempo dopo il nostro incontro nella sua casa di Genova, da dove si vede il porto e la costa sino a Portofino. È in via Salgari e m’era sembrata l’ennesima coincidenza, di quelle che capitano quando parti all’inseguimento di una storia. «La giungla e i suoi concerti spesso fanno commettere il peccato di filosofia», ha scritto Cerruti. Confesso che ho peccato.

Massimo Morello (Ancona, 1949), giornalista freelance. Dal 2006 vive a Bangkok dove si occupa principalmente di sud-est asiatico. Il suo ultimo libro è «Burma Blue» (Rosenberg & Sellier, 2021).