Eric mi apre le porte di casa sua, che è una sorta di archetipo di quelle della comunità: otto metri quadri, mura in fango e tetto in lamiera, un letto dove si dorme, spesso a turno, in sei, tra moglie e figli. «Questo è il soggiorno, ma a seconda dell’ora del giorno è anche cucina o sala studio», mi racconta sorridendo. Siamo a Kibera, cuore di Nairobi, capitale del Kenya e una delle città più popolose dell’Africa. Lo slum che qui ospita ufficialmente 560 mila abitanti – ma le stime delle poche ong che vi operano ancora, dopo il taglio di Trump a Usaid, parlano di almeno un milione di persone – è il più grande di tutta l’Africa.
Il nome di Kibera deriva dalla parola nubiana che significa “foresta” o “terra della foresta”, riferimento al fatto che effettivamente prima della sua nascita qui era solo vegetazione fitta, che ancora cerca oggi di farsi spazio tra il fango, le lamiere e l’onnipresente plastica.
Kibera nacque come insediamento per i soldati nubiani, che oggi abitano l’odierno Sud Sudan, congedati dopo la Prima guerra mondiale: le prime assegnazioni di terreno lungo la Ngong Road risalgono al 1904, con la formalizzazione di un insediamento senza affitto per circa trecento individui nel 1912. Nel 1918, l’amministrazione coloniale registrò oltre 4.197 acri come riserva militare per questi ex askari, considerati “detribalizzati” e quindi non ammissibili nelle riserve native.
I soldati nubiani erano stati reclutati dai britannici negli anni Novanta dell’Ottocento per combattere in Uganda; portarono con sé migliaia di mogli, figli, servitori e schiavi, fondendo identità militare, lingua, religione e cucina in una comunità autonoma. Questi soldati costituirono poi la principale base di corpi per gli eserciti coloniali britannici in Africa orientale.
Dopo la seconda guerra mondiale i britannici smisero di arruolare i soldati nubiani, ma non riconobbero mai ufficialmente la loro comunità come tribù keniota. Con l’indipendenza del Kenya nel 1963, il governo cambiò lo status di Kibera in “insediamento non autorizzato su terreno statale”, rendendo i residenti – inclusi i nubiani – occupanti abusivi. La designazione coloniale di “nativi detribalizzati” è stata usata dai successivi governi per negare qualunque diritto fondiario alla comunità che aveva costruito e abitato il luogo per oltre un secolo.
Chi abita qui vive la comunità con un forte senso di responsabilità e identità: i bambini e le bambine sono praticamente cresciuti collegialmente, in famiglie in cui è fondamentale che sia i padri che le madri lavorino entrambi per poter far fronte alle spese.
«Il governo è proprietario di tutto il terreno» mi racconta Eric. «Solo il 10 per cento degli abitanti possiede le baracche in cui vive, spesso affittandone altre; il restante 90 per cento è composto da inquilini senza diritti. La baracca media si affitta a 25 dollari al mese, e ospita otto persone o più». La densità abitativa supera le mille persone per acro (un acro equivale a circa metà campo da calcio). Circa 30 mila persone vivono entro trenta metri da corsi d’acqua, dove gli affitti più bassi coincidono con il rischio di inondazione più alto. Nello slum c’è un bagno ogni trecento persone, si paga l’accesso e il tempo di permanenza non può superare i sette minuti, pena il raddoppio della tariffa.
«Di notte i bagni sono chiusi, e allora usiamo quello che chiamiamo il bagno volante». Davanti al mio sguardo perplesso, Eric spiega: «Facciamo i nostri bisogni dentro a dei sacchi di plastica, e poi li lanciamo. Dove cadono cadono», ride.
I canali di acque reflue a cielo aperto che corrono lungo i sentieri sono più un problema sanitario che estetico. L’elettricità raggiunge solo circa il 20 per cento dell’insediamento, prevalentemente attraverso allacci illegali.
«Nonostante sia l’acqua sia l’elettricità siano rubate allo stato, noi paghiamo entrambe: dieci scellini (circa 7 centesimi di euro) ogni venti litri per l’acqua, e un abbonamento di 2,5 dollari al mese per appartamento per l’elettricità».
L’acqua a Kibera è scarsa e spesso contaminata. In passato doveva essere trasportata a mano dalla diga di Nairobi nelle vicinanze, non era sicura e aveva causato epidemie di colera. L’installazione di tubature sotterranee è impraticabile per la densità abitativa e l’accessibilità solo pedonale dei vicoli. Le inondazioni del 2024 hanno aggravato la situazione, con acqua contaminata che ha ristagnato nei quartieri causando epidemie di malattie trasmesse dall’acqua. Diarrea, dissenteria e tifo sono molto più diffusi in quest’area rispetto ad altri quartieri di Nairobi.
Le difficoltà economiche si riflettono direttamente sulla piramide dei bisogni di Maslow, con effetti spesso tragici. Un reportage di Deutsche Welle del 2023 ha documentato che donne e ragazze a Kibera sono spesso costrette a scambiare sesso per ottenere accesso all’acqua. Non è un caso che le donne a Kibera contraggano l’Hiv a un tasso cinque volte superiore a quello degli uomini. Secondo una ricerca di Shining Hope for Communities, ong locale, il 66 per cento delle ragazze ha scambiato cibo con sesso.
Camminando oggi per Kibera si ha paradossalmente la sensazione di essere in una delle parti più sicure della capitale keniana, che gode del poco lusinghiero soprannome di “Nairobbery”, per via della criminalità che alimenta in particolare il Cbd, l’ex principale distretto finanziario della città, che oggi si presenta con un look piuttosto dimesso. La sensazione è però figlia di un bias occidentale: molti residenti consumano alcol nel corso della giornata, contribuendo a diffusi fenomeni di criminalità. In un periodo di tre mesi, il 98,8 per cento dei residenti degli slum kenioti ha dichiarato di aver assistito a un crimine. I furti rappresentano in totale circa un terzo dei reati.
Il tasso di disoccupazione supera il 50 per cento. Ogni mattina, lo slum si svuota: gli uomini escono rigorosamente a piedi per cercare di essere assoldati in nero in uno dei numerosi cantieri edili della zona; le donne fanno altrettanto proponendosi agli alberghi per lavare o stirare. Molti, scartati, tornano a casa, e raramente possono contare su un paio di pasti per loro e le loro famiglie. E si mangia, quando si può, l’ugali, una sorta di polenta molto zuccherata e dal basso valore nutrizionale, che riempie velocemente ma altrettanto velocemente fa riproporre la fame.
Neppure la scuola è gratuita in Kenya, e la retta è di 125 dollari all’anno, una cifra non trascurabile per famiglie spesso molto numerose. Il risultato è che molti bambini sono costretti a saltare interi anni scolastici se le famiglie non possono pagare per loro. Sono loro che incontro per strada, e che Eric ammonisce in swahili «perché non sei a scuola?» continua a chiedere, mentre gli anziani delle famiglie si vergognano.
Nonostante i circa 25 milioni di dollari spesi ogni anno da oltre 200 ong, Kibera non dispone di un sistema formale di raccolta rifiuti né di una discarica. Tant’è che la fiducia nelle organizzazioni per lo sviluppo sta erodendosi tra i residenti, molti dei quali ritengono che i fondi raccolti vadano prevalentemente verso costi amministrativi e consulenti stranieri piuttosto che verso cambiamenti concreti. Le donne di Kibera, in particolare, vengono spesso trattate come passive beneficiarie, mentre dimostrano già resilienza e capacità autonoma di organizzazione. Eppure, il senso di appartenenza supera ogni problema: «Non potrei vivere in nessun altro posto al mondo», mi confessa Eric, che per gli standard comunitari è un esponente della borghesia, dato che abita una delle rare case in mattoni, recintate e protette con filo spinato, su “Unnamed Road”, la strada senza nome che è l’unica che risulta navigabile su Google Maps. Alcuni si stanno riscattando proprio con l’arma del turismo: i tour degli slum su GetYourGuide, Viator e persino Airbnb sono ormai numerosi, e danno uno stimolo importante anche ai giovani.
Restano pure le tensioni sociali. L’attuale presidente Ruto non gode di grande fama. Mentre visito lo slum fuori è in corso una violenta protesta contro il carobenzina a causa del blocco di Hormuz. La comunità al suo interno è calma e distaccata, ma non sempre va così. Nel giugno del 2024 l’insoddisfazione per le politiche fiscali del governo ha portato a proteste nazionali in cui la polizia ha risposto con violenza, uccidendo decine di persone. Nel 2025, queste tensioni si sono intensificate, con le proteste giovanili della Gen Z keniana che hanno portato Nairobi a vivere episodi di conflitto descritti dal governo come il periodo più violento dai disordini postelettorali del 20072008. Kibera, data la sua densità e la sua storica funzione di serbatoio di voti, è sempre al centro di queste dinamiche. «Siamo la pancia di questa città, e di questo paese», continua Eric, «quello che succede qui anticipa sempre quello che accade fuori».
Le repressioni non sono l’unico rischio fisico a cui la comunità è esposta: lo scorso anno, dal parco nazionale che confina con la città e che ospita i Big4 (bufali, leoni, giraffe e rinoceronti) è scappata una leonessa che si è intrufolata nell’area urbana sbranando una ragazzina. Cose che accadono, quando la foresta degli animali entra a contatto con quella umana.